sabato 15 agosto 2026

Steven Seagal e Jean-Claude Van Damme: quanto sono realistiche le loro arti marziali nei film?

 


Quando si guarda un film d'azione degli anni Ottanta o Novanta, è facile confondere ciò che appare spettacolare sullo schermo con ciò che sarebbe realmente efficace durante uno scontro. Jean-Claude Van Damme che esegue una spaccata perfetta, ruota in aria e colpisce un avversario con un calcio al volto; Steven Seagal che afferra il polso di un aggressore, lo proietta e gli immobilizza un braccio con apparente facilità.

Sono scene costruite per il cinema, ma dietro di esse ci sono anche due uomini che conoscono realmente le arti marziali.

Ed è proprio questo il punto interessante: le tecniche non sono necessariamente inventate, ma il modo in cui vengono utilizzate nei film è profondamente diverso da quello di un combattimento reale.

Jean-Claude Van Damme, prima di diventare una star internazionale, aveva una solida formazione nel karate e nel combattimento sportivo. È noto soprattutto per il karate Shotokan e per la sua esperienza nel kickboxing, discipline che gli permisero di sviluppare un'ottima tecnica di calcio, equilibrio e coordinazione.

Quindi, quando lo vediamo eseguire un calcio rotante in un film, non stiamo guardando semplicemente un attore che ha imparato la sequenza pochi giorni prima delle riprese.

Van Damme sa realmente combattere.

Il problema è che un film non è un combattimento sportivo.

Le sue famose spaccate, i calci alti, i calci rotanti e le tecniche acrobatiche sono perfetti per il linguaggio cinematografico. Una telecamera può seguire la rotazione del corpo, mostrare la gamba che passa davanti al volto dell'avversario e catturare il momento dell'impatto.

In una situazione reale, però, la domanda sarebbe completamente diversa: perché dovrei fare una cosa tanto complicata quando posso colpire il mio avversario con una tecnica più semplice?

Un calcio alto può essere efficace, soprattutto nelle mani di un atleta molto preparato. Ma presenta anche rischi evidenti. Quando una persona porta la gamba all'altezza della testa dell'avversario, modifica il proprio equilibrio e lascia temporaneamente una sola gamba a contatto con il terreno.

Se il colpo manca il bersaglio, se l'avversario lo intercetta o semplicemente se la distanza è sbagliata, il calciatore può ritrovarsi in una posizione estremamente vulnerabile.

In un combattimento reale, inoltre, l'avversario non è obbligato a rimanere fermo davanti a noi mentre aspettiamo di completare la tecnica.

Può avanzare.

Può arretrare.

Può afferrare la gamba.

Può colpire mentre stiamo ruotando.

Oppure può semplicemente entrare nella distanza e trasformare lo scontro in una lotta corpo a corpo.

È proprio questo uno degli aspetti che il cinema tende a nascondere: il combattimento reale è molto meno ordinato di quello cinematografico.

Nel film, ogni movimento deve essere comprensibile allo spettatore. Il pubblico deve capire chi sta colpendo chi. Per questo gli attacchi sono spesso ampi, leggibili e relativamente lenti.

Un pugno cinematografico può partire da una posizione molto arretrata, attraversare un'ampia traiettoria e terminare vicino al volto dell'attore protagonista.

Nella realtà, invece, un pugno efficace tende a essere molto più compatto.

La velocità e la sorpresa contano più dell'estetica.

Questo diventa ancora più evidente osservando i film di Steven Seagal.

Seagal possiede una formazione completamente diversa da quella di Van Damme. È uno dei nomi occidentali più conosciuti associati all'Aikido, arte marziale giapponese basata soprattutto sul controllo dell'attacco, sulle proiezioni, sulle leve articolari e sull'utilizzo dello slancio dell'avversario.

Seagal ha studiato Aikido in Giappone ed è diventato una figura importante nella sua diffusione occidentale. Nei suoi primi film, soprattutto quelli realizzati alla fine degli anni Ottanta e all'inizio degli anni Novanta, le sue scene di combattimento erano fortemente caratterizzate proprio da questo stile.

L'avversario attacca.

Seagal intercetta il movimento.

Afferra il polso.

Ruota il corpo.

L'aggressore vola via.

Sul grande schermo è spettacolare.

Ma qui emerge una differenza fondamentale tra Aikido praticato in un dojo e combattimento non consensuale.

Nell'allenamento tradizionale, chi riceve una tecnica viene chiamato uke. Il suo compito non è semplicemente quello di "perdere". Deve collaborare sufficientemente con il compagno affinché la tecnica possa essere eseguita e, quando viene proiettato, deve anche sapere come cadere.

Questo non significa che l'Aikido sia semplicemente una simulazione.

Le leve articolari e le proiezioni possono essere estremamente dolorose e pericolose.

Ma l'allenamento avviene all'interno di un ambiente controllato.

Un aggressore reale non ha alcun interesse a rendere facile la tecnica.

Se qualcuno cerca di colpirci con un pugno, potrebbe non estendere completamente il braccio. Potrebbe tirarlo indietro immediatamente. Potrebbe cambiare traiettoria. Potrebbe utilizzare l'altra mano. Potrebbe afferrarci.

E soprattutto potrebbe non attaccare nel modo esatto necessario affinché una determinata tecnica funzioni.

È questo il grande problema delle scene di Seagal: gli avversari sono spesso collaborativi senza sembrare collaborativi.

Corrono verso di lui.

Estendono completamente il braccio.

Lasciano che Seagal controlli il polso.

E poi compiono una spettacolare capriola.

Nella realtà, un aggressore che viene proiettato non necessariamente volerà elegantemente per diversi metri. Potrebbe cadere male, aggrapparsi a noi, trascinarci a terra o continuare a combattere.

E questo ci porta alla caratteristica più importante del combattimento reale: l'imprevedibilità.

Nel cinema, una scena di combattimento può durare cinque o dieci minuti.

Nella realtà, una situazione violenta può cambiare completamente in pochi secondi.

Una persona può inciampare.

Un secondo aggressore può intervenire.

Può comparire un'arma.

Il terreno può essere scivoloso.

Ci possono essere automobili, marciapiedi, vetri, mobili, pareti o scale.

Anche una tecnica perfettamente eseguita in palestra può diventare molto diversa quando l'ambiente cambia.

Per questo le arti marziali sportive e quelle orientate alla difesa personale hanno sviluppato approcci differenti.

In una competizione, l'atleta conosce le regole, il peso dell'avversario è generalmente simile, esiste un arbitro e l'ambiente è preparato.

In strada non esiste nulla di tutto questo.

Ed è anche il motivo per cui alcune delle tecniche apparentemente più semplici possono essere più utili di quelle spettacolari.

Un pugno diretto, una posizione equilibrata, la capacità di mantenere la distanza, la capacità di muoversi senza inciampare e soprattutto la capacità di riconoscere una situazione pericolosa prima che degeneri hanno spesso un valore molto maggiore di una tecnica acrobatica.

Questo non significa che i film di Van Damme o Seagal siano "falsi".

Sarebbe una conclusione troppo semplicistica.

Il cinema prende movimenti reali e li modifica per creare spettacolo.

Van Damme utilizza una capacità atletica autentica per creare combattimenti visivamente impressionanti. Le sue spaccate e i suoi calci richiedono anni di allenamento e una notevole mobilità.

Seagal, soprattutto nei primi film, porta sullo schermo movimenti effettivamente riconducibili all'Aikido. Il problema è che questi movimenti vengono inseriti in scenari costruiti affinché possano funzionare.

È una differenza fondamentale.

Una tecnica può essere autentica e contemporaneamente essere rappresentata in modo poco realistico.

È esattamente quello che accade anche in altri sport. Guardare una partita di basket cinematografica non significa vedere necessariamente una partita reale: le azioni vengono costruite per essere spettacolari. Lo stesso vale per il combattimento.

Il cinema ha bisogno di coreografia.

Il combattimento reale ha bisogno di adattamento.

Nel primo caso, gli attori e gli stuntman conoscono già quello che accadrà.

Nel secondo, nessuno sa cosa farà l'altra persona.

Ed è proprio questa differenza che rende il combattimento reale molto meno elegante.

Una sequenza cinematografica può mostrare dieci tecniche consecutive senza interruzione. Nella realtà, invece, una situazione può trasformarsi rapidamente in una lotta confusa, con spinte, prese, colpi brevi e perdita dell'equilibrio.

La telecamera, naturalmente, preferisce altro.

Preferisce il calcio volante.

Preferisce la rotazione perfetta.

Preferisce l'avversario che attraversa la stanza dopo una proiezione.

Preferisce il protagonista che rimane immobile mentre cinque uomini lo attaccano uno alla volta.

Perché tutto questo è immediatamente comprensibile e spettacolare.

La realtà, invece, è disordinata.

Ed è proprio qui che bisogna distinguere l'efficacia di un'arte marziale dalla qualità di una coreografia cinematografica.

Van Damme e Seagal possedevano realmente competenze marziali, ma i loro film non devono essere considerati manuali di combattimento.

Sono spettacolo.

E il paradosso è che, per rendere credibile una scena di combattimento al pubblico, il cinema deve spesso renderla meno simile a un combattimento reale.

Cesio Endrizzi


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