Il problema non è come si allenano gli artisti marziali per affrontare più avversari. Il problema è che nessuno ti dice la verità nuda e cruda: contro tre persone che ti vogliono fare male, non c'è arte marziale che tenga. Non c'è cintura, non c'è stile, non c'è maestro che possa trasformarti in Bruce Lee. Se resti lì a combattere, hai già perso. E allora perché la gente continua a iscriversi ai corsi di difesa personale convinta di imparare a menare le mani? Perché le scuole vendono la tecnica, e la tecnica fa spettacolo. Ma la tecnica, da sola, è la parte meno importante di tutta la faccenda. La parte che conta davvero è una sola, ed è quella che i manuali di arti marziali scrivono in fondo, quasi con vergogna: scappare.
Leggete come si allenano davvero, quelli che sanno il fatto loro. Il segreto, dicono, è non affrontare mai tutti gli avversari contemporaneamente. Si chiama impilamento, o allineamento. L'obiettivo è manovrare in modo che un attaccante si trovi fisicamente tra te e il resto del gruppo. Se tre persone ti attaccano frontalmente, tu ti sposti all'estrema sinistra o all'estrema destra. Mantieni l'avversario più vicino nel campo visivo degli altri, e costringi il gruppo a disporsi in fila indiana. A quel punto non hai più tre contro uno. Hai una serie di brevi scontri uno contro uno, in cui gli attaccanti si bloccano a vicenda il percorso e neutralizzano il loro vantaggio numerico. Sembra geniale, ed è geniale. Ma c'è un dettaglio che nessuno sottolinea mai abbastanza: per fare l'impilamento devi muoverti. Devi avere spazio. Devi avere il tempo di leggere la situazione e il coraggio di non indietreggiare dritto. Se ti ritiri in linea retta, gli aggressori si dispongono a ventaglio e ti circondano. Se ti impantani nella lotta con una persona, gli altri ti sopraffanno immediatamente da dietro. La geometria non è un optional. È la differenza tra uscirne vivo e finire in ospedale.
E allora guardiamo come si allenano, questi artisti marziali. La chiamano la vasca degli squali. Uno studente al centro del tatami, tre o quattro compagni che lo attaccano. In stili come il Krav Maga o l'Aikido, dove lo sparring con più aggressori si chiama randori, gli aggressori indossano paracolpi e colpiscono a intervalli casuali. Il difensore deve ruotare e muoversi costantemente, imparando a non indietreggiare mai dritto e a non rimanere immobile. Ti fanno provare e riprovare finché il corpo non impara che stare fermo è la morte. E poi ci sono gli esercizi di consapevolezza: scrutare l'ambiente, cercare vie di fuga, combattere con le spalle al muro o in un angolo, in modo che nessuno possa aggirarti. Oppure sfondare il punto più debole di un cerchio di aggressori per raggiungere uno spazio aperto. Leggete bene quest'ultima parte: sfondare il punto più debole per raggiungere uno spazio aperto. Non per metterli tutti fuori combattimento. Per scappare. Perché l'obiettivo del gioco di gambe, dell'accumulo di colpi e dell'attacco rapido e preventivo è semplicemente quello di creare un momentaneo varco nell'accerchiamento, giusto lo spazio sufficiente per scappare in sicurezza. Lo dicono i manuali, lo dicono i maestri, lo dicono tutti quelli che hanno provato davvero. Vincere, contro più aggressori, non significa metterli tutti fuori combattimento. Significa andarsene.
E qui viene fuori la parte che nessuno vuole ascoltare, quella che fa crollare il mito del combattente invincibile. Le scuole di arti marziali serie lo sanno. Lo sanno così bene che i loro corsi di difesa personale, quelli veri, non quelli da palestra con la musica a palla, cominciano sempre dalla stessa cosa: insegnarti a non essere lì. A riconoscere la situazione prima che degeneri, ad alzare le mani e parlare, a consegnare il portafoglio se serve, a correre verso la luce e verso la gente. Perché un conto è lo sparring in palestra, con i paracolpi e le regole. Un altro conto è la strada, dove l'avversario non ha paracolpi, non ha regole, e magari ha un coltello o una mazza da baseball. Il vero allenamento contro più avversari è fatto al novanta per cento di consapevolezza e al dieci per cento di tecnica. Il resto è teatro, utile per vendere corsi ma pericoloso se ci credi davvero.
E allora la domanda amara, quella che dovrebbe farti ripensare a quel corso di difesa personale che stavi per pagare, è questa: se i maestri più esperti del mondo, quelli che si allenano ogni giorno da trent'anni, ti dicono che contro tre persone l'unica vittoria è la fuga, perché continui a credere che basti una cintura colorata per fare la differenza? La verità è che l'arte marziale più efficace è quella che nessuno vuole insegnare, perché non fa spettacolo, non riempie le palestre e non vende nessun mito. Si chiama buon senso. E purtroppo, quello, non c'è corso che te lo possa dare.
Cesio Endrizzi
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