Cominciamo con una domanda che ferisce: quando avete visto l'ultima volta un cintura nera spezzarsi una tibia con un calcio circolare alla tempia? Mai. Perché alla tempia, se va bene, si arriva una volta sola. E allora smettete di guardare le Olimpiadi e tornate a Okinawa, dove l'arte è nata per ammazzare, non per prendere punti.
Il karate che si vende oggi è un prodotto da esportazione. Spettacolare, atletico, televisivo. Ma è un figlio tardivo, un'adizione giapponese degli anni Venti. Quando Gichin Funakoshi portò l'arte nel sistema universitario continentale, serviva qualcosa che impressionasse i giovani rampolli nipponici. Suo figlio Yoshitaka, che di combattimento reale ne aveva visto poco, cominciò a tirare calci in faccia per rendere l'esercizio più coreografico. Da lì è nato lo Shotokan, da lì sono nati i tornei a punti, da lì è nata la baracconata olimpica. Il resto è folklore.
I vecchi maestri di Okinawa la pensavano diversamente. Per loro, alzare la gamba sopra la cintola era un atto di autolesionismo. Il calcio alto ti fa perdere l'equilibrio, ti espone l'inguine come un bersaglio da fiera, e porge all'avversario un arto da afferrare con la facilità con cui si prende un ramo. In un vicolo di Naha, nel 1900, quella mossa ti costava la vita. Non c'erano giudici a fermare il cronometro.
Prendete l'Uechi-ryu. I praticanti si martellano la punta delle dita dei piedi per anni, finché il sokusen geri non diventa un chiodo. Non colpiscono la mascella: colpiscono la coscia, il basso addome, l'inguine. Punti dove il dolore non è un dettaglio estetico, è una resa incondizionata. Il Goju-ryu, che di combattimento ravvicinato ne sa qualcosa, ha codificato il kansetsu geri, un calcio che iperestende il ginocchio di chi ti sta davanti. Non è una figura retorica: è la gamba dell'altro che si piega all'indietro. E poi i fumikomi, pedate pesanti come macigni sul collo del piede e sulla tibia, per spegnere la mobilità dell'avversario prima ancora che capisca cosa sta succedendo. Lo Shorin-ryu, più leggero e mobile, tira mae geri rapidi che si fermano al plesso solare. Non più in alto. Mai più in alto. L'obiettivo è abbassare la guardia, non fare il saluto al pubblico.
Qualcuno obietterà: e il Kyokushin? Il karate a contatto pieno, quello dei calci alla testa spettacolari? Sì, il Kyokushin ha adottato i calci alti, ma la sua arma più affidabile è rimasta fedele alle radici: il gedan mawashi geri, calcio circolare basso che martella la coscia dell'avversario finché la gamba non si spegne come una lampadina fulminata. Chiedete a chiunque abbia combattuto davvero: il calcio che paralizza la coscia è quello che vince gli incontri, non quello che fa applaudire la tribuna.
La verità è che il karate moderno ha tradito la propria grammatica. Ha scambiato l'efficacia con l'estetica, la sopravvivenza con il consenso. Ha trasformato un'arte di guerra in una ginnastica con le cinture colorate. Eppure basta grattare sotto la vernice olimpica per trovare l'ossatura di sempre: calci bassi, radicamento al suolo, colpi che non chiedono permesso. I maestri di Okinawa non avevano bisogno di un pubblico. Avevano bisogno di restare vivi.
Oggi i corsi di karate si vendono come corsi di fitness. Le palestre sono illuminate come studi televisivi. I bambini imparano a tirare calci alti e a fermarsi a un centimetro dal naso dell'avversario, in un rito che di marziale ha solo la divisa. Nel frattempo, l'inguine resta scoperto, l'equilibrio resta precario, la realtà resta fuori dalla porta. E nessuno osa dirlo, perché dire che il re è nudo è maleducazione, e la maleducazione non fa spettatori.
La domanda non è se esistano stili che privilegiano i calci bassi. La domanda è perché abbiamo smesso di insegnare quello che funziona per inseguire quello che fa scena. La risposta è amara: perché il karate che vende non è quello che salva la pelle. È quello che riempie le gradinate. E le gradinate, si sa, non hanno mai dovuto difendersi da nessuno.
Cesio Endrizzi
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