C’è una scena, ricorrente nel cinema di cappa e spada, che ha plasmato l’immaginario collettivo più di qualsiasi altra: i due eroi che si fronteggiano, le lame che si incrociano in un fragore di acciaio e scintille, la coreografia che si snoda per minuti interminabili tra scale, lampadari e salti mortali. Da Hollywood a Cinecittà, il duello è un balletto mortale, ma un balletto pur sempre: studiato, ripetuto, eterno. La realtà, come spesso accade quando si esce dalla sala di proiezione, è molto più breve e molto più brutale. Un duello con spade affilate, senza armature, tra due avversari che intendono davvero uccidersi, dura in media tra i due e i dieci secondi. A volte meno. A volte un solo, unico, inesorabile movimento.
La ragione di questa rapidità è insieme fisica e psicologica. Le spade non sono mazze da baseball: non si possono usare per parare indefinitamente i colpi senza che l’integrità della lama e l’energia del combattente ne risentano. I manuali storici di Arti Marziali Storiche Europee (HEMA), come quelli dei maestri italiani Fiore dei Liberi (XV secolo) o del tedesco Hans Talhoffer, insegnano che la difesa non è mai passiva. Parare un colpo rapido e potente richiede una precisione millimetrica: basta uno scarto di centimetri perché la lama penetri nel torace o nel collo. E se un combattente simula un attacco per forzare la parata e poi cambia direzione (una tecnica chiamata “cavazione” o “cangiare di punta”), il difensore viene spesso colpito prima di potersi riprendere. Non c’è tempo per replicare, non c’è spazio per l’errore.
I moderni praticanti di HEMA, che ricostruiscono il combattimento medievale basandosi su quei manuali antichi, hanno verificato sul campo questa dinamica. In contesti di sparring ad alta intensità, quando entrambi i combattenti attaccano senza concedere la priorità assoluta alla difesa, uno dei due viene colpito in meno di tre secondi. Non perché siano spadaccini inesperti, anzi: proprio perché sanno cosa stanno facendo, sanno che indugiare significa offrire un bersaglio. L’arte del duello, nelle sue fonti originarie, non premia chi fa più mosse, ma chi fa la mossa giusta al momento giusto. Fiore dei Liberi, nel suo “Fior di Battaglia”, ripete ossessivamente che il combattimento ideale è quello che si conclude con un unico, decisivo movimento: deviare la lama in arrivo e contemporaneamente colpire l’avversario, in una sequenza che non ammette distinzione tra difesa e offesa.
A rendere il duello ancora più breve e rischioso c’è la minaccia costante della doppia uccisione. A differenza del combattimento a mani nude, dove si può incassare un pugno per sferrarne uno più potente, non si può ignorare una stoccata di spada per sferrare la propria. L’acciaio affilato non concede seconde possibilità: se si attacca senza controllare l’arma avversaria, è altamente probabile che entrambi i contendenti si colpiscano simultaneamente, morendo entrambi sul colpo o di lì a poco per le ferite riportate. I manuali medievali avvertono ripetutamente di questo rischio, e insegnano tecniche per “legare” la lama avversaria e controllare il centro di gravità prima di sferrare il colpo letale. Il timore della distruzione reciproca, inoltre, rendeva i veri duellanti estremamente cauti prima di ingaggiare battaglia: i famosi “circoli” e “misure” descritti nei trattati erano un modo per studiare l’avversario, saggiarne le reazioni, indurlo a scoprirsi. Ma una volta che la distanza era annullata e le lame incrociate, lo scambio era fulmineo.
L’eccezione più significativa a questa regola è il combattimento in armatura completa. Quando due cavalieri si affrontavano con indosso corazze d’acciaio temperate, fendenti e affondi leggeri risultavano del tutto inefficaci. La spada lunga, pur pesante, non poteva tagliare l’acciaio; al massimo poteva ammaccarlo. Il combattimento si trasformava allora in una lotta fisica prolungata: si usava la spada come leva per far cadere l’avversario a terra, lo si colpiva con il pomello (la pesante sfera in metallo sull’impugnatura) o con la guardia incrociata, e ci si gettava su di lui per infilare un pugnale stretto e robusto nelle fessure dell’armatura – sotto l’ascella, nella visiera, nell’inguine. Questi scontri, estenuanti, potevano durare anche diversi minuti, finché uno dei due non era completamente esausto o non riusciva a immobilizzare l’altro per il colpo finale. Ma erano più simili a un combattimento di lotta che a un duello di scherma, e richiedevano una forza fisica e una resistenza che i duellanti senza armatura non avevano bisogno di sviluppare.
C’è una lezione, in questa brutalissima economia del duello, che va oltre la storia militare. Il cinema ci ha abituato a pensare che il conflitto – verbale, politico, amoroso – debba essere lungo, articolato, pieno di colpi di scena. La realtà del duello ci ricorda che gli scontri decisivi, quando le parti sono realmente intenzionate a concluderli, sono spesso fulminei, e che la differenza tra la vittoria e la sconfitta sta in un singolo momento di esitazione, in un singolo errore di calcolo. Come insegnava Miyamoto Musashi nel “Libro dei cinque anelli”, la vera maestria non è fare tante mosse, ma fare la mossa giusta, e farla prima dell’avversario. E se l’avversario la fa per primo, di solito non c’è tempo per pentirsene.
Cesio Endrizzi

