A prima vista sembra un paradosso: se una presa al collo impedisce al sangue di raggiungere il cervello, perché dovrebbe essere considerata più sicura di una presa che ostacola semplicemente la respirazione? La risposta sta nell'anatomia. E soprattutto in una distinzione fondamentale: nel linguaggio delle arti marziali, un “blood choke” normalmente non è una tecnica che cerca di soffocare l'avversario. È una compressione vascolare del collo.
La distinzione è importante anche perché il termine “choke” è in parte fuorviante. Nella letteratura medica dedicata agli sport da combattimento, le sportive choke vengono descritte prevalentemente come manovre di compressione vascolare: la pressione interessa soprattutto le vene giugulari e, con maggiore forza, le arterie carotidi, riducendo rapidamente la perfusione cerebrale. La perdita di coscienza può verificarsi in pochi secondi quando la presa è completamente applicata.
Uno strangolamento delle vie aeree è invece un'altra cosa. In questo caso la pressione viene esercitata anteriormente sulla laringe e sulla trachea, ostacolando il passaggio dell'aria. Ed è proprio qui che si trova una delle ragioni per cui, in ambito sportivo, si preferiscono tecniche che evitano deliberatamente di schiacciare la parte anteriore del collo.
La laringe non è un tubo di gomma. È una struttura complessa costituita da cartilagini che devono mantenere aperte e protette le vie respiratorie. Un trauma sufficientemente intenso può provocare fratture della cartilagine laringea, edema e altri problemi respiratori. Nel 2026 è stato pubblicato il caso di un praticante di Brazilian Jiu-Jitsu che durante l'allenamento riportò una frattura dislocata della cartilagine tiroidea, tale da richiedere un intervento chirurgico per evitare complicazioni a lungo termine sulla voce.
Questo non significa, però, che una presa vascolare sia “sicura” in senso assoluto. Ed è qui che l'affermazione originale va corretta.
Le arterie carotidi sono più resistenti alla compressione della trachea, ma non sono strutture che si possano comprimere impunemente. Una pressione sul collo può provocare lesioni vascolari, compresa la dissezione di un'arteria. Una revisione del 2026 sulla traumatologia vascolare nelle arti marziali ha identificato 40 casi pubblicati di lesioni cerebrovascolari associate alla pratica marziale; 19 erano attribuiti a chokehold e il Brazilian Jiu-Jitsu era la disciplina più rappresentata nella casistica raccolta. Gli autori sottolineano tuttavia che si tratta di eventi rari e che la letteratura disponibile è costituita in larga parte da case report.
Esistono infatti casi documentati di dissezione carotidea dopo un choke nel BJJ, con conseguente ischemia cerebrale. Uno studio del 2022 ha raccolto dieci casi di dissezione o ictus associati a tecniche di compressione vascolare del collo praticate negli sport da combattimento.
Quindi perché, nonostante tutto, queste tecniche vengono utilizzate quotidianamente nelle palestre?
Perché il loro vantaggio sportivo non consiste nell'essere innocue, ma nel permettere una conclusione estremamente rapida dell'azione quando vengono applicate correttamente e interrotte immediatamente alla resa. Il praticante non deve aspettare che l'avversario soffochi per diversi minuti: una compressione vascolare può provocare rapidamente una perdita di coscienza se la persona non cede. In questo senso, il meccanismo è diverso da quello dell'asfissia progressiva.
Ed è proprio la reversibilità a rendere queste tecniche compatibili con uno sport di combattimento regolamentato. Il combattente può arrendersi prima della perdita di coscienza e l'avversario può interrompere immediatamente la pressione. Nei casi in cui si verifica una breve perdita di coscienza, la situazione può risolversi rapidamente dopo il rilascio, ma questo non autorizza a considerarla priva di rischi.
La differenza con un trauma alla laringe è particolarmente evidente. Una cartilagine fratturata non “torna semplicemente a posto” nel momento in cui viene tolta la pressione. Una lesione strutturale può rimanere e produrre dolore, difficoltà nella deglutizione, alterazioni della voce o problemi respiratori. Uno studio del 2026 su praticanti di BJJ e MMA ha rilevato una frequenza significativa di sintomi laringofaringei dopo chokehold; tra i partecipanti intervistati, alcuni riferivano persino cambiamenti permanenti della voce e molti continuavano ad allenarsi nonostante i sintomi.
È quindi sbagliato trasformare la distinzione in una formula semplicistica: “blood choke sicuro, air choke pericoloso”. La realtà è più interessante e più seria. Le due tecniche espongono strutture differenti a rischi differenti.
Il blood choke tende a coinvolgere soprattutto il sistema vascolare del collo e la perfusione cerebrale. L'air choke coinvolge soprattutto laringe, trachea e vie respiratorie. Nessuno dei due meccanismi è automaticamente innocuo. La differenza è che, nel contesto sportivo, le tecniche vascolari sono state sviluppate e regolamentate proprio per ottenere una sottomissione senza dover traumatizzare direttamente le strutture anteriori della gola.
Questo spiega anche perché la terminologia delle arti marziali possa essere ingannevole. Dire “soffocamento” fa pensare immediatamente ai polmoni. Ma in molte delle tecniche chiamate “strangolamenti” nel judo e nel BJJ, il meccanismo principale non è affatto quello.
E qui arriva la lezione più interessante: nelle arti marziali la sicurezza di una tecnica non dipende soltanto da ciò che essa può fare, ma da quale struttura viene coinvolta, da quanto rapidamente termina l'azione e soprattutto da quanto rigorosamente viene interrotta quando l'avversario cede.
Il “blood choke” non è dunque sicuro perché comprimere le carotidi sia innocuo. È considerato relativamente più gestibile, nello sport regolamentato, perché permette di ottenere una sottomissione rapida senza dover necessariamente schiacciare la laringe o la trachea. Ma chiamarlo “sicuro” senza qualificazioni significa ignorare proprio la parte più importante della medicina degli sport da combattimento: anche una tecnica apparentemente reversibile può provocare, in rare circostanze, una lesione vascolare o neurologica seria.
Cesio Endrizzi
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