Nel mondo delle arti marziali esiste una strana forma di analfabetismo: milioni di persone conoscono il nome di Bruce Lee, moltissime hanno visto Enter the Dragon, quasi tutti hanno sentito parlare del Jeet Kune Do; poi pronunci «Dan Inosanto» e, fuori da quella piccola repubblica internazionale popolata da guantoni, bastoni, tatami e anatomie maltrattate, cala il silenzio. È come se qualcuno avesse costruito metà della cattedrale e poi avesse dimenticato di mettere il nome sull'ingresso.
Eppure Inosanto non è semplicemente «l'allievo di Bruce Lee». È proprio questa definizione, tanto comoda quanto riduttiva, a creare il primo equivoco. Bruce Lee lo scelse personalmente per tramandare il Jeet Kune Do e Inosanto divenne uno dei principali custodi dell'eredità tecnica e filosofica del suo maestro. Ma invece di trasformare quel lascito in un santino da museo, fece qualcosa di molto più scomodo: continuò a studiare.
E studiò praticamente tutto.
Arti marziali filippine, silat, muay thai, judo, jiu-jitsu, lotta, pugilato, scherma e sistemi di combattimento differenti confluirono nel suo percorso. L'Accademia Inosanto descrive oggi il proprio programma filippino come derivato da 26 fonti principali studiate dal maestro nel corso della sua vita. Non è il comportamento di un uomo che considera il proprio stile una religione rivelata. È quello di uno che ha capito una cosa elementare che molte scuole impiegano decenni a comprendere: nessun sistema possiede tutto.
È quasi blasfemo.
Nel piccolo Vaticano delle arti marziali, infatti, ogni lignaggio tende a presentarsi come se avesse ricevuto personalmente le tavole della legge sul monte Fuji. Inosanto ha fatto l'opposto. Ha accumulato conoscenza. Ha confrontato sistemi. Ha incorporato ciò che riteneva utile. Ha insegnato. Ha continuato a imparare.
E qui comincia il paradosso della sua relativa invisibilità.
La cultura popolare non premia necessariamente chi conosce di più. Premia chi è riconoscibile.
Bruce Lee aveva il volto perfetto per diventare un mito planetario: fisico spettacolare, talento cinematografico, morte prematura, filosofia facilmente trasformabile in aforisma, una manciata di film diventati parte della cultura popolare mondiale. Inosanto aveva invece il profilo dell'uomo che sta dall'altra parte della macchina da presa: il maestro, il ricercatore, il tecnico, quello che passa il proprio patrimonio agli altri.
Non è esattamente materiale da poster adolescenziale.
Inosanto comparve anche in Game of Death, accanto a Lee, e quella presenza avrebbe potuto trasformarlo in una celebrità di massa. Ma il cinema lo sfiorò senza diventare la sua destinazione. Il suo vero campo d'azione rimase la palestra, dove la fama ha un difetto imperdonabile: non serve a nulla se non sai insegnare.
E infatti la sua influenza è molto più grande della sua notorietà.
È uno di quei casi in cui la fama si misura male perché si sta guardando nella direzione sbagliata. Il grande pubblico vede il volto. Una disciplina vede gli allievi. Il grande pubblico conta le apparizioni televisive. Una tradizione conta ciò che viene trasmesso alla generazione successiva.
L'Accademia Inosanto non è stata costruita attorno alla conservazione di una reliquia. Il programma dichiara apertamente un principio quasi sovversivo: il movimento è universale e nessun singolo stile o sistema possiede tutto; ciò che conta è capire quale soluzione sia più adatta a una determinata situazione e a un determinato avversario.
È, in fondo, una delle idee più radicali lasciate in eredità da Bruce Lee. E Inosanto l'ha presa sul serio.
Il paradosso è che proprio questa fedeltà allo spirito di Lee lo ha reso meno facilmente vendibile come personaggio.
Per vendere una leggenda serve una formula semplice: «Questo è il maestro del tale stile». Inosanto manda all'aria la confezione. Quale stile? Kali? Jeet Kune Do? Jun Fan Gung Fu? Silat? Muay Thai? Lotta? Tutti? Nessuno? La risposta è più complessa, e la complessità vende molto peggio di una maglietta con un drago.
Il suo percorso è quello di un collezionista di strumenti che non si è mai innamorato della cassetta degli attrezzi.
E c'è un altro dettaglio che dice molto del personaggio: non si è limitato a raccogliere tecniche come figurine. Ha costruito una metodologia d'insegnamento. La sua influenza passa attraverso generazioni di istruttori che hanno poi aperto scuole, formato combattenti, insegnato a loro volta. La stessa documentazione dell'Accademia elenca una rete internazionale di istruttori certificati nelle diverse discipline del suo programma.
È così che funziona una vera eredità.
Non necessariamente attraverso il volto del maestro stampato sulla copertina di una rivista, ma attraverso cento persone che, vent'anni dopo, stanno insegnando ciò che hanno imparato da lui.
Il grande pubblico, naturalmente, non vede questa parte.
Vede il campione che vince il titolo. Vede l'attore che tira un calcio al cinema. Vede il maestro che rompe una tavoletta davanti a una telecamera. Non vede quasi mai l'uomo che passa decenni a correggere il modo in cui qualcuno tiene un bastone, sposta il peso, controlla la distanza o reagisce sotto pressione.
La pedagogia è una delle attività meno spettacolari del pianeta.
Un insegnante può cambiare la vita di cinquecento persone senza che una sola telecamera se ne accorga.
Inosanto ha avuto inoltre una caratteristica che, nell'epoca della costruzione permanente del personaggio, sembra quasi un'anomalia: non aveva bisogno di diventare Bruce Lee.
E questa è forse la ragione più interessante della sua fama relativa.
Essere «l'allievo di Bruce Lee» può diventare una condanna se si passa la vita a vivere nella fotografia del maestro. Inosanto, invece, ha utilizzato quella relazione come punto di partenza. Bruce Lee gli aveva trasmesso un principio di apertura; lui lo applicò fino alle conseguenze estreme. Se una tecnica era utile, la studiava. Se un altro sistema conteneva qualcosa di migliore, lo imparava. Se la realtà contraddiceva una convinzione precedente, cambiava.
È una forma di umiltà molto più rara di quella recitata.
Perché dire «non so» è relativamente facile.
Dire «credevo di sapere, ma ho trovato qualcosa di migliore» costa molto di più.
E proprio qui Inosanto diventa interessante anche per chi non pratica arti marziali. La sua storia contiene una lezione che riguarda qualsiasi mestiere intellettuale: la competenza autentica tende ad accumulare strati, mentre il personaggio pubblico tende a semplificare.
Il primo diventa più difficile da raccontare man mano che cresce.
Il secondo diventa più facile.
Bruce Lee poteva essere raccontato in una frase. Inosanto richiede una biografia.
E la cultura di massa ha sempre avuto una certa allergia alle biografie quando potrebbe accontentarsi di un manifesto.
Per questo il suo nome è gigantesco dentro la comunità marziale e relativamente piccolo fuori da essa. Non perché gli manchi una storia. È l'esatto contrario. Ne ha troppe.
Ha incontrato Bruce Lee. Ha ricevuto da lui una parte fondamentale della sua formazione. Ha contribuito alla trasmissione del Jeet Kune Do. Ha dedicato decenni allo studio delle arti filippine e di sistemi provenienti da tradizioni diverse. Ha costruito un metodo d'insegnamento internazionale. Ha formato istruttori. Ha continuato a studiare invece di proclamarsi arrivato.
Non ha avuto bisogno di costruire una leggenda.
Ha costruito insegnanti.
E questa è probabilmente la forma più ingiusta di successo che esista: quando il tuo lavoro funziona così bene da far sembrare naturale tutto ciò che hai reso possibile.
Il pubblico ricorda il campione.
I praticanti ricordano chi gli ha insegnato a combattere.
Cesio Endrizzi
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