Perché una società che crea persone particolarmente abili nell'uso della violenza deve anche trovare un modo per impedire che quella stessa abilità diventi una minaccia per la società.
È una delle contraddizioni fondamentali di ogni cultura guerriera.
Più una persona è addestrata a combattere, più diventa importante che sappia quando non combattere.
Il problema non è soltanto morale. È anche politico.
Un guerriero armato, addestrato e socialmente autorizzato a usare la forza possiede una capacità che la maggior parte degli altri membri della società non possiede. Se quella capacità non viene sottoposta a qualche forma di disciplina, il guerriero può trasformarsi da protettore in predatore.
Per questo molte società guerriere hanno sviluppato ideali di comportamento che cercavano di definire non soltanto come combattere, ma anche quando, contro chi e per quale motivo fosse legittimo farlo.
Il Bushido giapponese, la cavalleria europea e la furusiyya del mondo islamico appartengono a contesti storici molto diversi e non possono essere trattati come versioni dello stesso codice. Ma condividono un problema strutturale: come integrare una classe o una cultura militare all'interno dell'ordine sociale senza lasciare che la competenza nelle armi diventi l'unico criterio con cui il guerriero determina il proprio comportamento.
È qui che entra in gioco la moderazione.
Un guerriero deve essere capace di usare la violenza, ma non dovrebbe essere schiavo della violenza.
Questa distinzione è fondamentale.
Se l'unico valore riconosciuto a un combattente fosse la sua capacità di uccidere, allora il guerriero più pericoloso sarebbe automaticamente il guerriero migliore. Ma una società non può funzionare a lungo secondo questo principio.
Un uomo capace di uccidere dieci persone può essere un ottimo combattente.
Non per questo è necessariamente un buon soldato, un buon comandante o un buon membro della società.
La capacità tecnica deve quindi essere accompagnata dalla disciplina.
La cavalleria medievale europea, per esempio, elaborò nel corso dei secoli ideali legati al comportamento aristocratico e militare: coraggio, lealtà, fedeltà, reputazione, protezione dei dipendenti e, almeno come ideale normativo, determinati limiti nell'uso della violenza.
Ma qui è importante distinguere l'ideale dalla realtà.
I cavalieri medievali non erano pacifisti e i codici cavallereschi non impedirono guerre, saccheggi, massacri o violenze contro i civili. La storia reale è molto più sporca delle norme che cercavano di descriverla.
E proprio questo rende il fenomeno interessante.
Un codice non dimostra necessariamente che tutti si comportassero secondo le sue regole.
Dimostra che qualcuno riteneva necessario stabilire quelle regole.
Lo stesso vale per il Bushido. L'immagine moderna di un codice samurai unico, antico e immutabile è in larga misura una semplificazione. Il termine e l'ideale furono interpretati in modi differenti in epoche differenti, e la concezione moderna del Bushido fu fortemente elaborata e sistematizzata soprattutto in epoca relativamente tarda.
Nonostante questo, l'idea di disciplinare il guerriero attraverso valori come lealtà, autocontrollo, coraggio e senso dell'onore appartiene effettivamente a diverse tradizioni guerriere giapponesi.
La furusiyya, a sua volta, era legata all'ideale del cavaliere nel mondo islamico e comprendeva non soltanto competenze militari, ma anche qualità personali, educazione e comportamento. Anche in questo caso, quindi, il guerriero ideale non era semplicemente un uomo che sapeva usare la spada o il cavallo.
Era un uomo che doveva dimostrare di possedere determinate qualità per essere considerato degno del proprio status.
E questo porta al cuore della questione.
La moderazione è una forma di potere.
Se una persona non è capace di fare del male, rinunciare a farlo non dimostra necessariamente molto.
Se invece una persona possiede realmente la capacità di usare la violenza e decide deliberatamente di non farlo quando non è necessario, quella scelta può diventare una dimostrazione di controllo.
È uno dei motivi per cui l'autocontrollo compare così frequentemente nelle filosofie e nelle tradizioni marziali.
Il guerriero deve governare la propria arma, ma prima ancora deve governare se stesso.
Un uomo che perde completamente il controllo durante una battaglia può essere pericoloso anche per i propri compagni.
Un uomo che reagisce a ogni insulto con la violenza può trasformare una disputa privata in una faida.
Un comandante incapace di controllare la propria aggressività può mettere inutilmente a rischio i propri uomini.
La disciplina, quindi, non è l'opposto dell'efficacia militare.
Può essere una delle condizioni dell'efficacia.
Anche la questione psicologica è importante, ma bisogna evitare una formulazione troppo semplice secondo cui i codici d'onore sarebbero stati inventati per impedire ai guerrieri di impazzire dopo aver ucciso.
Le guerre e le culture militari hanno prodotto forme differenti di addestramento, ritualizzazione, giustificazione morale e gestione della violenza. Non esiste una singola soluzione psicologica.
Quello che invece appare frequentemente è la necessità di distinguere tra violenza considerata legittima e violenza considerata illegittima.
La distinzione permette al combattente di collocare la propria azione all'interno di un ordine morale e sociale più ampio.
“Sto combattendo perché devo.”
è psicologicamente e socialmente molto diverso da:
“Uccido perché mi piace farlo.”
La prima formula può essere integrata in un'identità militare.
La seconda minaccia quella stessa identità.
Questo spiega anche perché molti codici insistano tanto sulla reputazione.
La reputazione non era soltanto vanità. In società nelle quali l'onore, la fedeltà e l'affidabilità avevano conseguenze politiche concrete, essere percepiti come disciplinati poteva avere un valore pratico.
Un guerriero che non sa controllarsi è difficile da comandare.
Un guerriero che non mantiene la parola data è difficile da utilizzare come alleato.
Un guerriero che non sa distinguere una provocazione da una minaccia può creare problemi al proprio signore, al proprio clan o alla propria comunità.
La moderazione diventa quindi una tecnologia sociale.
Non elimina la violenza.
La organizza.
E questo è probabilmente il punto più importante.
I codici dei guerrieri non furono semplicemente tentativi di trasformare “bestie pericolose” in gentiluomini. Erano sistemi storicamente diversi attraverso i quali le società cercavano di definire l'identità, i doveri e i comportamenti appropriati delle élite militari.
E spesso contenevano contraddizioni enormi.
Il guerriero poteva essere celebrato per il coraggio e contemporaneamente essere autorizzato a esercitare una violenza terribile.
Poteva essere obbligato alla lealtà verso il proprio signore mentre combatteva contro altri esseri umani con identici ideali.
Poteva essere esaltato per la compassione e contemporaneamente appartenere a una società nella quale la guerra era perfettamente normale.
Non c'è quindi bisogno di idealizzare questi codici per comprenderne la funzione.
Il loro insegnamento più interessante rimane valido anche al di fuori delle società che li produssero:
la capacità di esercitare la forza e la capacità di controllarla sono due competenze differenti.
E la seconda diventa particolarmente importante proprio quando la prima raggiunge livelli elevati.
Un principiante può colpire perché non sa fare altro.
Un combattente esperto sa anche quando non deve colpire.
È questa la ragione per cui, in molte tradizioni marziali, il controllo finisce per diventare una forma superiore di maestria.
Non perché la violenza sia sempre sbagliata.
Ma perché chi possiede davvero la capacità di usarla non deve dimostrarla ogni volta che ne ha l'occasione.
Cesio Endrizzi
Nessun commento:
Posta un commento