sabato 5 settembre 2026

KALI E SILAT: DUE ARTI O LA STESSA FAMIGLIA?

 


Dire che il silat è indonesiano e il kali è filippino è geograficamente comodo, storicamente insufficiente e marzialmente quasi inutile.

Le frontiere moderne hanno un vizio: pretendono di essere esistite per sempre. Ma il Sud-est asiatico non ha aspettato che qualcuno disegnasse una linea su una carta geografica per scambiarsi mercanti, guerrieri, armi, tecniche, religioni e sistemi di combattimento. Per secoli uomini e conoscenze hanno attraversato mari e isole mentre gli Stati moderni erano ancora un progetto assai lontano.

Il risultato è che quando si cerca di stabilire dove finisca il silat e dove cominci il kali, ci si trova davanti a un problema imbarazzante: dipende da quale tradizione, quale regione e quale lignaggio si sta prendendo in considerazione.

Il silat è un termine-ombrello utilizzato soprattutto nell'area malese e indonesiana per indicare una vastissima famiglia di sistemi marziali. Non esiste un unico «Silat» universale, così come non esiste un unico sistema filippino chiamato semplicemente «Kali» capace di rappresentare tutte le arti marziali dell'arcipelago. Esistono numerose tradizioni, con nomi, tecniche, genealogie e influenze differenti.

E le Filippine meridionali sono precisamente una delle zone in cui questa separazione da atlante scolastico comincia a perdere consistenza.

Qui entrano in scena tradizioni come il kuntao-silat, legate alle comunità musulmane e alle popolazioni dell'area di Mindanao e dell'arcipelago di Sulu. Non è un dettaglio folkloristico. È la prova di quanto siano porose le categorie con cui oggi cerchiamo di catalogare sistemi che si sono sviluppati attraverso secoli di contatti regionali.

Poi arriva Ben Largusa.

E la faccenda diventa ancora più interessante.

Largusa, figura importante nella diffusione negli Stati Uniti delle arti marziali filippine e del Kali, avrebbe sintetizzato la relazione con una formula diventata celebre: «Kali is Silat and Silat is Kali».

Prenderla come una definizione accademica sarebbe un errore.

Prenderla come una provocazione priva di senso sarebbe un errore ancora peggiore.

La frase va letta nel contesto di una concezione delle arti marziali filippine che riconosce forti affinità con sistemi combattivi dell'area malese-indonesiana, soprattutto nelle regioni meridionali delle Filippine. Non significa che ogni stile di silat sia kali né che ogni arte filippina sia silat. Significa piuttosto che, osservando determinati sistemi e determinate genealogie, la separazione assoluta fra le due famiglie diventa artificiale.

E basta guardare certe caratteristiche tecniche per capire perché.

L'uso delle armi bianche. Il lavoro sulle distanze. Gli angoli di attacco. Le entrate. Le leve articolari. Le proiezioni. Il controllo degli arti. Il combattimento ravvicinato. La centralità del coltello in alcune tradizioni.

Non sono proprietà private di una singola nazione.

Sono soluzioni marziali che possono emergere, viaggiare, essere adattate e assumere nomi differenti.

Il problema nasce quando trasformiamo una somiglianza in identità.

Kali e silat non sono semplicemente «la stessa arte con due nomi». Questa formula sarebbe tanto seducente quanto sbagliata. Le tradizioni di silat sono enormemente diverse fra loro, così come lo sono le arti marziali filippine. Alcune possono presentare forti affinità; altre hanno genealogie e caratteristiche molto differenti.

La domanda corretta, dunque, non è «il silat appartiene al kali?».

È: «quali tradizioni filippine hanno avuto rapporti storici, culturali o tecnici con le tradizioni del silat?».

Ed è una domanda molto più interessante.

Perché improvvisamente smettiamo di cercare un'etichetta e cominciamo a studiare una storia.

Il Sud-est asiatico è stato per secoli una gigantesca zona di contatto. Le rotte commerciali collegavano comunità insulari distanti; sultanati, regni, popolazioni costiere e gruppi mercantili interagivano continuamente. Le Filippine meridionali non erano un pianeta separato dall'Indonesia e dal mondo malese. Pensare che le tecniche di combattimento potessero rispettare perfettamente le frontiere che oggi associamo a Indonesia, Malaysia, Brunei e Filippine significa attribuire alla geografia politica contemporanea un potere retroattivo che semplicemente non possiede.

Un coltello non controlla il passaporto del proprietario.

Nemmeno una tecnica di combattimento.

Questo spiega anche perché alcune arti marziali filippine abbiano conservato caratteristiche che ricordano da vicino sistemi presenti più a sud. Non necessariamente perché qualcuno abbia preso un sistema completo e lo abbia copiato. Più probabilmente perché le culture marziali si influenzano attraverso contatti continui, prestiti, adattamenti e trasmissioni locali.

È così che nasce una tradizione autentica: non sempre attraverso la purezza, ma spesso attraverso la contaminazione.

La parola «contaminazione», naturalmente, terrorizza chi ha costruito la propria identità su un lignaggio immacolato.

Ma la storia non ha nessun obbligo di essere immacolata.

Le arti marziali che oggi vengono presentate come sistemi perfettamente definiti sono spesso il risultato di stratificazioni. Un maestro impara da un altro. Un guerriero incontra una tecnica straniera. Una comunità modifica una pratica per adattarla alle proprie armi. Una generazione conserva ciò che ritiene utile e abbandona il resto. Dopo cento anni nasce una tradizione che qualcuno, con molta sicurezza e pochissima documentazione, dichiarerà «pura».

La purezza è spesso il nome che diamo alla nostra ignoranza della storia.

Questo non significa che tutte le differenze siano inventate. Sarebbe altrettanto assurdo. Il silat indonesiano possiede tradizioni proprie, genealogie proprie e sistemi tecnici che non possono essere semplicemente assorbiti nel Kali. Le arti marziali filippine possiedono una storia specifica, con sistemi di combattimento e culture delle armi sviluppatisi nell'arcipelago. Identificare completamente le due famiglie significherebbe cancellare proprio quella complessità che rende interessante il loro rapporto.

Ma separarle con un coltello da macellaio geografico è altrettanto rozzo.

Il vero errore è pretendere che una tradizione marziale debba appartenere a una sola casella.

La cultura non funziona così.

E le arti marziali meno ancora.

Un sistema può avere una lingua, una regione, una genealogia e una terminologia specifiche e, nello stesso tempo, condividere tecniche e principi con sistemi sviluppatisi dall'altra parte del mare.

Perciò Ben Largusa poteva dire «Kali is Silat and Silat is Kali» senza che questo obbligasse il resto del mondo a cancellare le differenze fra le due tradizioni.

Era una formula marziale.

Non un trattato di geopolitica.

E forse è proprio questa la risposta più onesta alla domanda: il silat non è semplicemente «parte del Kali», né il Kali è semplicemente «silat con un altro nome». Sono famiglie di tradizioni differenti che, in determinate aree e attraverso determinate linee di trasmissione, si sono incontrate, influenzate e talvolta sovrapposte.

Chi pretende una frontiera perfettamente tracciata troverà sempre un maestro disposto a vendergliela.

Chi studia la storia troverà il mare.

E nel mare, come al solito, le frontiere fanno una pessima figura.

Cesio Endrizzi



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