venerdì 4 settembre 2026

IL GRIDO NON È RABBIA: È TECNICA

 


Se in una palestra di arti marziali qualcuno urla, non significa necessariamente che abbia perso il controllo. A volte significa esattamente il contrario: lo sta controllando al millimetro.

Il malinteso nasce dal fatto che l'orecchio sente un urlo e il cervello occidentale tende a catalogarlo come aggressività, rabbia, esibizionismo. Nel dojo, invece, quel suono può essere parte della tecnica. Il kiai non è il ruggito dell'uomo delle caverne che ha appena scoperto il proprio pugno. È una vocalizzazione deliberata, sincronizzata con l'azione fisica, e in alcune discipline costituisce persino una componente formalmente riconosciuta della prestazione.

Nel kendo il caso è particolarmente evidente. Un colpo può essere tecnicamente corretto e tuttavia non soddisfare pienamente i criteri della disciplina se manca quella manifestazione di spirito che accompagna l'azione. Il principio del ki-ken-tai-ichi — spirito, spada e corpo uniti — non descrive un dettaglio ornamentale. Descrive la necessità che intenzione, movimento e impatto coincidano.

Il samurai cinematografico che urla prima di decapitare un avversario è una caricatura. Il praticante che coordina voce, respirazione, postura e tecnica sta facendo qualcosa di molto meno teatrale e molto più difficile.

Sta mettendo tutto insieme.

Il primo errore da eliminare, quindi, è l'idea che il kiai consista semplicemente nel «gridare forte». Non basta spalancare la bocca e produrre il rumore di un camion in retromarcia. Un urlo casuale può essere persino controproducente. La vocalizzazione deve essere collegata alla respirazione e all'azione, non sostituirla.

Durante uno sforzo esplosivo, espirare aiuta a organizzare la contrazione del tronco e a evitare quella tendenza istintiva a bloccare completamente il respiro nel momento dello sforzo. È lo stesso principio generale per cui molti atleti emettono un suono breve durante un gesto potente: non stanno necessariamente cercando di intimidire qualcuno; stanno coordinando respirazione e azione.

Poi c'è l'effetto psicologico.

Un suono improvviso nel momento dell'attacco non è neutrale. Può attirare l'attenzione, interrompere il ritmo dell'avversario e contribuire a rendere più netta la percezione dell'iniziativa. Ma anche qui bisogna evitare la versione da film: il kiai non è una specie di incantesimo sonoro capace di paralizzare il nemico.

Se bastasse urlare per vincere, le arti marziali avrebbero risolto il problema della difesa personale con un corso di dizione.

Il suo valore è soprattutto nella sincronizzazione. Il praticante non deve semplicemente colpire e poi urlare. Deve far coincidere intenzione, movimento, respirazione e vocalizzazione. Il suono diventa quindi una manifestazione esterna di un'azione interna già organizzata.

E questo spiega anche perché il kiai possa sembrare così diverso da disciplina a disciplina.

Nel taekwondo coreano si incontra il kihap. Nel karate il grido accompagna determinate tecniche. Nel kendo assume una funzione particolarmente evidente perché è integrato nella logica stessa della pratica. Non esiste però un regolamento universale delle arti marziali secondo cui ogni combattente debba trasformarsi in un cantante lirico durante l'attacco.

Anzi.

Ci sono discipline nelle quali il silenzio è perfettamente normale.

Nel judo, nel jiu-jitsu brasiliano e nella lotta, il problema energetico è differente. Chi combatte per minuti cercando di controllare il corpo dell'avversario non può permettersi di consumare inutilmente aria ogni tre secondi per dimostrare quanto sia motivato. Deve respirare. Deve conservare energia. Deve mantenere lucidità mentre l'altro cerca di strangolarlo, proiettarlo o schiacciarlo.

Il corpo, in quel momento, non ha bisogno di una colonna sonora.

Ha bisogno di ossigeno.

Questo non significa che un lottatore non possa emettere suoni durante uno sforzo. Naturalmente può farlo. Un'espirazione rumorosa durante una proiezione o una fase di massima tensione è del tutto normale. Ma è diverso trasformare ogni azione in una vocalizzazione ritualizzata.

E qui emerge una distinzione interessante: le arti marziali non hanno sviluppato tutte lo stesso rapporto fra respirazione, esplosività, rituale e combattimento perché non hanno tutte lo stesso problema da risolvere.

Un colpo richiede un'esplosione.

Una presa può richiedere continuità.

Un'accelerazione richiede coordinazione.

Un combattimento prolungato richiede economia.

Il corpo non è un tamburo da percuotere a ogni movimento. È una macchina che deve decidere quando spendere energia e quando conservarla.

Per questo il kiai è particolarmente interessante: dimostra quanto poco basti osservare dall'esterno per fraintendere una pratica marziale.

Chi guarda da fuori sente «Aaaaaah!» e pensa: stanno urlando.

Chi studia la disciplina vede respirazione, postura, intenzione, tempismo, coordinazione e rituale.

Sono la stessa scena. Cambia soltanto la quantità di cose che si riescono a vedere.

Naturalmente, anche qui la tradizione ha prodotto la sua dose industriale di superstizione. Il ki è stato interpretato in modi diversissimi nel corso della storia delle arti marziali, e sarebbe un errore trasformare ogni riferimento all'energia interna in una spiegazione fisiologica dimostrata dalla scienza moderna. Una cosa è osservare che l'espirazione e la contrazione del tronco partecipano alla stabilizzazione e alla produzione di forza; un'altra è sostenere che un'energia misteriosa venga proiettata dalla pancia attraverso le corde vocali per abbattere l'avversario.

La prima affermazione può essere studiata.

La seconda appartiene a un'altra categoria.

E proprio questa distinzione permette di capire perché il kiai sia sopravvissuto senza bisogno di trasformarlo in magia. È una pratica antica che può avere contemporaneamente una funzione tecnica, pedagogica, rituale e psicologica. Non occorre inventargli poteri soprannaturali per riconoscerne l'utilità.

Del resto, le arti marziali sono piene di comportamenti che sembrano assurdi finché non se ne comprende la funzione.

Saluti prima di combattere. Gridi. Inchino. Forme. Ritmi. Posizioni apparentemente esagerate. Ripetizioni fino alla nausea.

Il principiante vede teatro.

L'esperto cerca la meccanica.

E qualche volta scopre che dietro quello che sembrava teatro c'era una tecnica. Altre volte scopre che dietro il teatro c'era semplicemente teatro. Anche questa è una possibilità che le arti marziali tradizionali farebbero bene a non dimenticare.

Il kiai, però, quando viene utilizzato correttamente, non è né una crisi isterica né un accessorio scenografico.

È il momento in cui il corpo smette di parlare a bassa voce.

E se il vicino di casa pensa che tu stia combattendo contro un demone invisibile, pazienza: almeno, per una volta, avrà intuito che qualcosa sta succedendo.

Cesio Endrizzi

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