La domanda ritorna ciclicamente, come
tutte le grandi provocazioni culturali: “Se Bruce Lee
combattesse contro Cassius Clay, chi vincerebbe?” Oggi lo
chiamiamo Muhammad Ali, ma all’epoca del confronto ipotetico il suo
nome era ancora quello di nascita. È una domanda che accende i
social, divide appassionati di arti marziali e boxe, alimenta
leggende e semplificazioni. Ma se affrontata con rigore
giornalistico, onestà intellettuale e conoscenza tecnica, la
risposta è molto meno romantica di quanto molti vorrebbero credere.
Non perché Bruce Lee non fosse
straordinario. Lo era. Ma perché il combattimento reale, soprattutto
quello tra specialisti di discipline radicalmente diverse, non si
decide sui poster, sulle citazioni motivazionali o sulle coreografie
cinematografiche. Si decide sulla fisica, sull’esperienza
agonistica, sul contesto e, soprattutto, sulla realtà del corpo
umano sotto stress estremo.
Ed è proprio qui che il mito si
incrina.
Bruce Lee è stato uno dei più grandi
rivoluzionari culturali del Novecento. Ha ridefinito il modo in cui
l’Occidente guarda alle arti marziali, ha demolito dogmi, creato il
Jeet Kune Do, anticipato concetti oggi centrali nelle MMA:
adattabilità, semplicità, efficienza. Era veloce, intelligente,
ossessivamente dedito allo studio del corpo umano e del movimento.
Muhammad Ali, dal canto suo, non era
semplicemente un pugile. Era il pugile. Tre volte campione
del mondo dei pesi massimi, medaglia d’oro olimpica, oltre
vent’anni di carriera ai massimi livelli contro avversari che
cercavano, letteralmente, di ucciderlo sul ring. Ali non era solo
potenza: era timing, distanza, lettura dell’avversario, psicologia
del combattimento. Era un atleta abituato a colpire e, soprattutto, a
essere colpito.
Ed è qui che la discussione deve
fermarsi per un istante.
Bruce Lee non ha mai combattuto
un match professionistico full contact contro un avversario del suo
peso o superiore. Non esistono incontri ufficiali,
registrazioni, referti medici. Le sue abilità sono documentate in
dimostrazioni, allenamenti, racconti, testimonianze spesso mitizzate.
Muhammad Ali, invece, ha combattuto 61
match professionistici, affrontando pugili con mani grandi
come pale, capaci di generare forze d’impatto devastanti. Ha
incassato colpi che avrebbero spezzato un uomo comune. Ha continuato
a combattere anche dopo essere stato messo al tappeto, anche quando
il corpo chiedeva tregua.
Il combattimento reale non perdona
l’inesperienza agonistica. Non importa quanto tu sia veloce in
palestra o brillante in teoria: quando arriva un pugno vero,
l’organismo reagisce in modo primitivo. E chi non ha allenato
quella risposta, semplicemente, crolla.
Parliamo di numeri, perché i numeri
non mentono.
Bruce Lee: circa 64 kg, altezza 1,71 m
Muhammad Ali: tra i 95 e i 100 kg in
carriera, altezza 1,91 m
Stiamo parlando di una differenza di
oltre 30 chilogrammi di massa muscolare e struttura ossea,
oltre a una portata di braccia enormemente superiore. Nel
combattimento reale, la massa conta. Sempre. Anche nelle arti
marziali più “filosofiche”.
Un solo montante ben assestato al mento
— e Ali era famoso proprio per la precisione, non solo per la forza
— sarebbe stato sufficiente a spegnere le luci. Non per mancanza di
valore di Bruce Lee, ma per pura biomeccanica.
Il corpo umano ha limiti. Il mento è
uno di questi.
“Ma Bruce Lee era più veloce”
È l’argomento più citato. Ed è
anche il più frainteso.
Ali era estremamente veloce
per un peso massimo. Il suo gioco di gambe, il famoso float like
a butterfly, sting like a bee, non era poesia: era realtà
documentata. La sua velocità di reazione, unita alla capacità di
leggere l’avversario, era superiore a quella di moltissimi fighter
moderni.
La velocità, inoltre, non è utile se
non è accompagnata da esperienza sotto pressione reale. Un pugno non
visto è devastante. E Ali sapeva colpire senza essere visto.
Spesso chi difende Bruce Lee sposta il
discorso: “In strada sarebbe diverso”, “Con calci e prese Ali
non avrebbe avuto scampo”. È un’argomentazione seducente, ma
profondamente ingenua.
Il combattimento reale non è una
sequenza di tecniche. È caos, adrenalina, collisione. E un pugile
professionista dei pesi massimi ha sviluppato una cosa che nessun
allenamento teorico può simulare: la tolleranza alla
violenza reale.
Ali non avrebbe aspettato un calcio.
Non avrebbe cercato di “capire” lo stile dell’avversario.
Avrebbe fatto ciò che ha sempre fatto: chiudere la distanza, colpire
con precisione chirurgica e sfruttare il proprio vantaggio fisico.
Fine.
Qui sta forse la parte più
interessante, e più onesta, di tutta la discussione.
Bruce Lee non era un fanatico.
Era un realista. Ha sempre sostenuto che nessun sistema è
invincibile, che il contesto è tutto, che la specializzazione
estrema ha un prezzo. Era il primo a criticare i miti marziali, i
maestri che non combattono, le illusioni di superiorità tecnica.
Se fosse vivo oggi, probabilmente
sorriderebbe davanti a questa domanda e risponderebbe con disarmante
semplicità: “Ali è un pugile professionista dei pesi massimi.
Io no.”
E avrebbe ragione.
Bruce Lee è diventato qualcosa di più di un artista marziale: è
un simbolo. Di libertà, di rottura, di individualismo. Muhammad Ali
è diventato un simbolo politico, culturale, sportivo. Ma quando
togliamo i simboli e restano i corpi, il risultato è chiaro.
Non sarebbe stata una gara.
Non
sarebbe stato un confronto equilibrato.
Sarebbe stato un incontro
breve e brutale.
E non c’è nulla di irrispettoso nel
dirlo.
Ammirare Bruce Lee e Muhammad Ali non
significa trasformarli in supereroi invincibili. Significa
comprenderli per ciò che erano davvero, nel loro contesto, nella
loro disciplina, nella loro realtà.
Muhammad Ali avrebbe vinto. Con ogni
probabilità, in pochi secondi. Un singolo montante ben assestato
avrebbe chiuso l’incontro. Bruce Lee non avrebbe avuto alcuna
possibilità concreta. E riconoscerlo non diminuisce la sua
grandezza: la rende più umana, più vera, più rispettabile.
Il resto è mito.
Affascinante, certo.
Ma pur sempre mito.