Se pensi che basti un urlo iconico, un paio di nunchaku e un fisico scolpito nel marmo per dichiarare qualcuno "padre" di uno sport dove la gente si spacca le ossa per davvero, allora sei ancora nel mondo dei sogni. Svegliati. Il mondo del combattimento reale non ha una colonna sonora funk in sottofondo e non ti permette di rifare la scena se sbagli un tempo.
Siamo onesti: la storia che Bruce Lee sia l’inventore delle MMA è la più grande operazione di marketing degli ultimi trent’anni. È un’etichetta affibbiata a posteriori da chi deve vendere abbonamenti in palestra o pay-per-view. Ma se scendiamo nel vicolo, dove la teoria incontra la pratica, la faccenda cambia faccia.
Diciamocelo: Bruce Lee era un genio. Un visionario. Uno che guardava avanti mentre gli altri erano fermi al Medioevo delle arti marziali classiche. Ma c’è una differenza abissale tra il teorizzare che "bisogna mescolare tutto" e il trovarsi in una gabbia con un mostro di cento chili che vuole strapparti la testa.
In quella famosa scena di Enter the Dragon (I 3 dell’Operazione Drago), Lee indossa guanti a dita aperte e chiude una sottomissione. Nel 1973 era fantascienza. Ma era cinema. Era coreografia studiata per sembrare reale. Le MMA moderne non sono nate perché un regista ha deciso che una sottomissione faceva figo sullo schermo; sono nate perché in Brasile, la famiglia Gracie sfidava chiunque a chiudersi in una stanza per vedere chi usciva vivo. Sono nate dal fango, dal sangue dei tornei Vale Tudo, dove non c’erano luci della ribalta, ma solo la dura verità che se non sai lottare a terra, sei carne da macello.
C’è un dettaglio che molti trascurano: i suoi allievi. Joe Lewis, Mike Stone, Chuck Norris. Loro sono stati i veri pionieri del Full Contact. Ma guarda bene cosa hanno fatto: hanno preso le idee di Lee e le hanno portate nel ring, sporcandole con la realtà dei colpi veri.
Joe Lewis non ha vinto perché faceva Jeet Kune Do; ha vinto perché era un atleta straordinario che ha capito come boxare davvero e come calciare con l'intenzione di abbattere un muro. Lee ha dato loro la scintilla mentale ("liberatevi dagli schemi"), ma il fuoco lo hanno acceso loro con i guantoni ai polsi. Bruce Lee era il filosofo nell'ombra, ma i padri delle MMA sono quelli che hanno testato quegli stili quando la posta in gioco era l’ospedale.
Nelle MMA, se vai verso l'avversario senza sapere cosa stai facendo, vieni messo K.O.
La filosofia di Lee era: "Sii come l'acqua". Bello, poetico, profondo. Ma in una gabbia UFC, se sei acqua e l'altro è un frullatore di 90 kg di muscoli che sa fare wrestling, finisci evaporato. Le MMA moderne sono diventate una scienza della specializzazione. Oggi non basta "mescolare". Devi essere un esperto d'élite in almeno tre discipline diverse. Bruce Lee aveva intuito la direzione, ma la strada l'hanno asfaltata lottatori di cui spesso non ricordiamo nemmeno il nome, gente che combatteva per pochi dollari in palazzetti semivuoti negli anni '80.
Bruce Lee odiava le catene. Le competizioni sportive sono piene di catene:
Non puoi colpire la nuca.
Non puoi colpire l'inguine.
Non puoi infilare le dita negli occhi.
Per Lee, queste limitazioni rendevano il combattimento "artificiale". Lui voleva l'efficacia totale. Se avesse visto un incontro di MMA oggi, probabilmente avrebbe criticato il fatto che i lottatori si sentono "al sicuro" a terra perché sanno che nessuno può morderli o schiacciargli la gola. La sua visione era troppo cruda per essere racchiusa in un ottagono regolamentato. Era un artista del caos, non un promotore di tornei.
Smettiamola di chiamarlo "Padre delle MMA". È una mancanza di rispetto verso chi le MMA le ha costruite con le proprie ossa rotte. Bruce Lee è il Padre dell'Ispirazione. È l'uomo che ha rotto il muro della tradizione, che ha detto al mondo: "Ehi, il Karate non è l'unica via, il Kung Fu non è sacro, usa quello che funziona".
Ma "usare quello che funziona" è un concetto. Metterlo in pratica contro un fighter professionista che si allena 8 ore al giorno nel 2026 è un'altra galassia.
Bruce Lee ha inventato le MMA? No. Ha inventato l'idea che le arti marziali dovessero evolversi.
È stato il primo sostenitore? Solo se intendiamo il "contatto pieno" come metodo educativo, non come sport mediatico.
Era un combattente da strada? Aveva spirito, aveva fegato, ma la sua leggenda è cresciuta più velocemente della sua realtà documentata.
La prossima volta che qualcuno ti dice che Bruce Lee vincerebbe l'UFC oggi, fagli un favore: offrigli da bere e spiegagli che tra un set cinematografico e una gabbia elettrificata ci passa la stessa differenza che c'è tra un film porno e fare l'amore. Uno è una performance curata, l'altro è sudore, errore e realtà.
Bruce Lee rimane un'icona immortale, ma il merito delle MMA va a chi ha trasformato quella filosofia in una disciplina brutale, tecnica e, soprattutto, reale.
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