Nella storia della boxe mondiale, pochi nomi evocano grandezza assoluta quanto Muhammad Ali e Mike Tyson. Due epoche diverse, due stili opposti, due miti costruiti su dominio, carisma e vittorie apparentemente inevitabili. Eppure, anche i più grandi hanno avuto una notte — o più di una — in cui l’esito non è stato scontato. Non sconfitte ufficiali, ma prove durissime, incontri che hanno messo in discussione il mito pur lasciandolo formalmente intatto. Per Ali e Tyson, quelle sfide hanno un nome preciso: Antonio Inoki e Tony Tucker.
Il 26 giugno 1976, a Tokyo, Muhammad Ali salì sul ring contro Antonio Inoki, icona del wrestling giapponese e figura centrale nella nascita delle arti marziali miste. L’evento venne promosso come “il combattimento del secolo” tra pugilato e wrestling, ma ciò che accadde fu qualcosa di molto più controverso.
Poco prima dell’incontro, il contratto fu radicalmente modificato. A Inoki vennero imposte restrizioni drastiche: niente proiezioni, niente prese, niente lotta a terra. Il risultato fu un match surreale, in cui Inoki trascorse la maggior parte dei 15 round seduto o sdraiato sul tappeto, colpendo le gambe di Ali con calci bassi ripetuti.
Ali, di fronte a una situazione senza precedenti, riuscì a portare solo tre pugni realmente a segno, tutti leggeri e privi di impatto. Inoki, invece, sferrò oltre 130 calci alle gambe del campione, provocandogli gravi lesioni. Ali lasciò il ring con coaguli di sangue e danni tali da richiedere un intervento chirurgico d’urgenza. La sua carriera, da quel momento, non fu più la stessa.
L’incontro fu dichiarato ufficialmente un pareggio, ma il verdetto resta uno dei più contestati della storia degli sport da combattimento. Ko Toyama, unico giudice professionista di pugilato, assegnò la vittoria a Inoki con un netto 72-68. Gene LeBell, amico personale di Ali e arbitro dell’incontro, sottrasse ripetutamente punti a Inoki, influenzando pesantemente il risultato finale. Il terzo giudice, proveniente dal mondo del wrestling, assegnò incredibilmente la vittoria ad Ali.
Per molti storici dello sport, quella notte non segnò una sconfitta ufficiale per Ali, ma rappresentò la prova più dura e destabilizzante della sua carriera. Un incontro che anticipò le MMA di decenni e che mise a nudo i limiti delle regole quando discipline diverse si scontrano senza un terreno comune.
Se Ali affrontò l’ignoto, Mike Tyson affrontò qualcosa di altrettanto pericoloso: un avversario tecnicamente solido, fisicamente imponente e mentalmente pronto. Tony “TNT” Tucker, alto 195 cm per 91 kg, era l’imbattuto campione IBF dei pesi massimi quando affrontò Tyson nel 1987 per l’unificazione dei titoli.
Due mesi prima, Tucker aveva messo KO Buster Douglas al decimo round, ma aveva riportato una frattura alla mano destra. Il team di Tyson insistette per anticipare l’incontro, una scelta che ancora oggi alimenta il dibattito tra gli appassionati.
Sul ring, Tucker dimostrò una resistenza e una disciplina fuori dal comune. Sopravvisse a dodici round contro un Tyson all’apice assoluto: velocità devastante, potenza esplosiva, aggressività totale. Tucker usò il jab, il clinch e una straordinaria tenuta mentale per rimanere in piedi fino all’ultimo secondo, infliggendo a Tyson una delle prove più lunghe e impegnative della sua carriera.
Tyson vinse per decisione unanime, ma non dominò. Fu una vittoria di maturità, non di annientamento. Per molti, quella sera Tony Tucker dimostrò che Tyson era umano.
Muhammad Ali e Mike Tyson non persero quei match. Ma ne uscirono cambiati. Inoki mise Ali di fronte a un tipo di combattimento che nessun pugile aveva mai affrontato. Tucker costrinse Tyson a combattere con pazienza, strategia e controllo.
Le leggende non si definiscono solo dalle vittorie nette, ma dalle notti in cui sopravvivono al limite. E in quelle notti, Ali e Tyson trovarono avversari che, pur perdendo sulla carta, vinsero un posto nella storia.
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