Cosa pensava davvero Bruce Lee del karate? Se glielo avessi chiesto a vent'anni, ti avrebbe risposto da praticante di Wing Chun. Ma il Bruce Lee della maturità, quello che ha lasciato un segno indelebile, aveva una visione molto più radicale e, per l'epoca, quasi eretica.
Poco prima di morire, Bruce fu chiarissimo: gli stili sono ridicoli. Non ce l'aveva con il karate in quanto tale, ma con l'idea che un’etichetta potesse definire il combattimento. Per lui, dividere le arti marziali in "Karate", "Kung Fu" o "Taekwondo" serviva solo a separare le persone, creando barriere artificiali alla comprensione della realtà.
"L'uomo, l'essere vivente, l'individuo che crea, è sempre più importante di qualsiasi stile o sistema stabilito."
La filosofia di Bruce era brutalmente logica: abbiamo tutti due braccia e due gambe. A meno di non essere mutanti, i modi in cui il corpo umano può colpire in modo efficiente sono limitati. Un jab è un jab, che tu lo chiami kizami-zuki nel karate o manchette nella savate. Dare nomi diversi allo stesso movimento è, secondo Bruce, una perdita di tempo che allontana dalla verità del combattimento: l'espressione personale.
I combattenti di alto livello sono come i grandi chef. Se dai gli stessi ingredienti (pugno, calcio, parata) a sei maestri diversi, otterrai sei piatti unici. Il vero combattente non è quello che esegue un kata alla perfezione, ma quello che:
Prende ciò che è utile.
Scarta ciò che è inutile.
Aggiunge ciò che è specificamente suo.
Nelle buone scuole di combattimento oggi lo vediamo chiaramente: se guardi due atleti di MMA di alto livello, è quasi impossibile dire se abbiano iniziato col karate o col muay thai. Perché? Perché sotto pressione, lo stile evapora e resta solo l'efficacia. Bruce Lee lo aveva capito nel 1970, quando il resto del mondo era ancora impegnato a litigare su quale "scuola" fosse la migliore.
Bruce Lee non odiava il karate; odiava la rigidità. Vedeva nel karate di quegli anni un sistema troppo statico, fatto di "disperata fioritura" e forme morte. La sua missione non era distruggere il karate, ma liberare l'artista marziale dalla necessità di appartenere a qualcosa che non fosse se stesso.
In fin dei conti, aveva ragione lui: il combattimento è come l'acqua. Se la metti in una tazza, diventa la tazza. Se la metti in uno stile, diventa lo stile. Ma l'acqua deve scorrere, non restare prigioniera della forma.
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