Oggi, dopo quindici anni di analisi, sudore e, soprattutto, di osservazione del mondo fuori dai perimetri gommati dei tatami, quel Maestro è morto. E dobbiamo essere noi a celebrarne il funerale, non per mancanza di rispetto, ma per necessità di sopravvivenza.
La "Morte del Maestro" non è la fine dell’insegnamento, ma la fine dell’illusione. È il momento in cui smettiamo di cercare la bellezza formale per abbracciare la brutalità necessaria.
In palestra tutto è pulito. L’aria odora di detersivo e disinfettante, le divise sono bianche, stirate, i gradi sono segnati da strisce di cotone colorato. Esiste un’etichetta: si saluta entrando, si saluta uscendo, si chiede il permesso per bere. Questo ordine mentale è rassicurante, ma è una menzogna bio-meccanica.
Fuori, lo spazio del conflitto è sporco. È fatto di angoli ciechi, di pavimenti irregolari, di pioggia che rende viscido il cemento, di vestiti pesanti che impediscono le leve articolari fini. Fuori non c’è un Maestro che ferma il tempo con un fischietto. C’è solo la fisica cinetica applicata al disperato bisogno di tornare a casa integri.
La differenza tra la palestra e la strada risiede nel concetto di "Gesto Pulito". In palestra, un pugno è una traiettoria geometrica che parte dall'anca e finisce su un bersaglio statico. È bello da vedere. È fotogenico. Ma la bellezza è un lusso che richiede tempo e coordinazione perfetta. In un contesto di violenza reale, la coordinazione è la prima cosa che l’adrenalina divora. La motricità fine svanisce, lasciando spazio a una motricità grossolana, scimmiesca, violenta.
Perché la tecnica perfetta decade così rapidamente? La risposta non è filosofica, è fisiologica. Quando il sistema nervoso simpatico prende il sopravvento, il corpo entra in modalità Fight or Flight. Il battito cardiaco schizza sopra i 145 bpm. A questo livello, la capacità di eseguire movimenti complessi (come una proiezione articolata o un calcio circolare alto) crolla drasticamente.
Ecco dove il "Maestro del Dojo" fallisce e dove nasce il Praticante del Vuoto.
La Meccanica del Grasso: In palestra impariamo a colpire con le nocche. Sull’asfalto, colpire con le nocche la fronte di un aggressore significa, nel 70% dei casi, fratturarsi il metacarpo. La "Morte del Maestro" ci insegna a usare il palmo, il gomito, la testa, la spalla. Parti dure contro parti molli. Niente estetica, solo massa che impatta contro volume.
Il Baricentro Corrotto: Ogni stile marziale insegna una posizione (stante). Ma nessuno combatte in posizione. Si combatte inciampando, scivolando, trattenendo una borsa, cercando di non cadere mentre qualcuno ci trascina verso il basso. La tecnica "sporca" non cerca l'equilibrio perfetto, ma impara a gestire lo squilibrio costante.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il combattimento reale è esteticamente ripugnante. Non ci sono rallentamenti, non ci sono pose plastiche. C’è un groviglio di arti, respiri mozzati e colpi che sembrano sgraziati. Ma è in quella sgraziataggine che risiede la verità.
Il "Maestro" che vi promette di neutralizzare un aggressore senza spettinarvi vi sta vendendo un prodotto, non una competenza. La verità è che, se entrate in una collisione reale, sarete sporchi, feriti, e la vostra vittoria non avrà nulla di eroico. Sarà fatta di dita negli occhi, di morsi, di colpi portati mentre siete a terra tra i cocci di bottiglia.
Questa è la bruttezza efficace. È il rifiuto di ogni etichetta che non serva a porre fine alla minaccia. In questo blog abbiamo smesso di recensire la pulizia dei Kata per iniziare a decodificare la dinamica degli scontri ravvicinati in spazi angusti. Abbiamo smesso di parlare di "spirito marziale" per parlare di "ferocia controllata".
Se il vecchio Maestro è morto, chi prende il suo posto? Non un guru, ma un facilitatore di stress. Il nuovo approccio che promuovo su queste pagine non chiede all’allievo di imitare una forma, ma di testare una funzione sotto pressione. Non ti insegno come "deve" essere il tuo braccio; ti metto in una condizione di svantaggio fisico e ti chiedo di risolverla. Se la soluzione è un colpo alla gola portato in modo goffo ma che interrompe l’azione dell’avversario, quella è la tecnica perfetta.
Abbiamo sostituito il termine "Arte" con il termine "Artigianato". L'artigiano non cerca la perfezione eterna, cerca lo strumento che funziona per il compito assegnato.
Parlare di stili "fuori dalle palestre" significa accettare che l'ambiente è il primo avversario.
L’abbigliamento è un’arma o un limite: Un jeans stretto annulla il tuo Taekwondo. Una giacca pesante trasforma chiunque in un lottatore di Judo.
L’architettura è tattica: Un muro dietro la schiena cambia ogni paradigma di difesa. Una scala trasforma la gravità in un alleato o in un nemico mortale.
La "Morte del Maestro" è il riconoscimento che il Dojo è un laboratorio protetto, ma che il mondo esterno è la foresta. Non si può pretendere che le leggi del laboratorio si applichino sempre nella giungla senza adattamenti brutali.
Quindici anni di Bloodsport1437 mi hanno portato a una conclusione amara per molti, ma liberatoria per pochi: il miglior stile marziale è quello che scompare nell'azione. Se durante uno scontro stai pensando "ora applico la tecnica X dello stile Y", hai già perso. La tecnica deve essere stata distrutta e digerita fino a diventare puro istinto meccanico, privo di nome e di pedigree.
Il Maestro è morto perché non abbiamo più bisogno di un idolo da venerare, ma di uno specchio crudo in cui guardare la nostra fragilità e la nostra potenziale violenza. In questo blog continueremo a scavare in questa oscurità, lontano dalle luci dei riflettori, lontano dalle federazioni, lontano dalle medaglie. Solo noi, il cemento e la ricerca della verità più sporca e onesta che esista.
Benvenuti nella nuova era del marzialismo. Senza etichetta. Senza concessioni.

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