Per il lettore che osserva i filmati in bianco e nero della "Guerra del Secolo" del 1971, la domanda sorge spontanea: dov’era finito l’uomo che "volava come una farfalla"? Perché Muhammad Ali, il maestro della distanza e della schivata invisibile, accettò di restare lì, contro le corde, a subire i ganci sinistri di Joe Frazier, dei veri e propri martelli pneumatici puntati alle costole e alla mascella?
La risposta non risiede in una scelta tattica, ma in una tragica necessità biologica. Ali non è scappato perché non poteva più farlo. L'esilio di tre anni e mezzo (dai 25 ai 28 anni), nel pieno della sua maturità fisica, gli aveva rubato l'unica cosa che rendeva il suo stile possibile: la coordinazione neuromuscolare assoluta.
Ali prima dell'esilio (1964-1967) era un'anomalia della fisica. Un peso massimo che si muoveva con la velocità di un peso leggero. Le sue gambe non servivano solo a spostarsi, ma erano la sua difesa primaria. Ali non parava quasi mai i colpi; li evitava per millimetri, mandando a vuoto gli avversari e colpendoli mentre erano sbilanciati.
Quando tornò nel 1970, il "motore" era imballato.
La perdita del tempismo: Quei tre anni passati tra aule di tribunale e conferenze universitarie avevano eroso la sua capacità di calcolare la traiettoria del pugno avversario. Il riflesso che prima scattava a 10 millisecondi dal colpo, ora ne richiedeva 15. In quel divario di 5 millisecondi risiede la differenza tra una schivata e un KO.
Le gambe finite: Ali poteva ancora "danzare", ma non per quindici round. Dopo tre o quattro riprese, l'acido lattico bruciava i suoi polpacci. Le gambe, una volta instancabili, diventavano pesanti come piombo.
Contro Joe Frazier al Madison Square Garden, Ali si rese conto di essere diventato un uomo comune tra i giganti. Frazier era un "bulldog" instancabile, un maestro della pressione che non ti dava spazio per respirare. Se l'Ali degli anni '60 avrebbe fatto girare Frazier a vuoto fino a farlo svenire dalla frustrazione, l'Ali del '71 dovette accettare la collisione.
È qui che Ali ha dimostrato di essere il più grande, ma in un modo diverso. Dovette smettere di essere un "ballerino" e diventare un incassatore. Accettò di farsi picchiare per poter colpire. Fu in quegli anni che inventò il Rope-a-Dope (usare le corde per assorbire i colpi), una tecnica di pura sopravvivenza nata dalla consapevolezza di non poter più scappare.
Il Frazier del '71 non avrebbe avuto scampo contro l'Ali del '67. Ali prima dell'esilio era troppo veloce, troppo lungo e troppo imprevedibile per un pugile che avanzava sempre sulla stessa linea come Joe. Ma l'Ali che è tornato era un uomo che doveva combattere con il dolore e la fatica.
La vittoria di Frazier nel primo incontro fu la vittoria della costanza sulla genialità arrugginita. Ma Ali, attraverso quella sconfitta e le successive vittorie, ha costruito un mito ancora più potente: quello del martire che torna dall'inferno e vince usando il cuore invece che le gambe.
Muhammad Ali non è scappato perché ha deciso che, se non poteva più essere una farfalla, sarebbe diventato un muro. Ha vinto la guerra di logoramento contro la più grande generazione di pesi massimi della storia (Frazier, Foreman, Norton) non perché fosse il più veloce, ma perché era quello disposto a soffrire di più.
L'esilio gli ha tolto la perfezione atletica, ma gli ha dato la tempra leggendaria. Senza quegli anni di stop, forse Ali sarebbe rimasto un atleta imbattibile ma "pulito". Invece, tornando nel fango, è diventato l'icona del sacrificio che tutti conosciamo.
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