Nel combattimento reale con la spada, l’idea di uscirne indenni rasenta l’impossibile. Anche i più esperti schermidori storici, i samurai veterani, i maestri europei di spada lunga, ammettono una verità scomoda: prima o poi si viene colpiti. Il corpo umano ha limiti fisiologici, il tempo di reazione non è infinito, l’errore — anche minimo — è sempre dietro l’angolo. Eppure, nella storia delle arti marziali giapponesi, un nome continua a emergere come un’anomalia statistica e filosofica: Miyamoto Musashi.
Secondo la tradizione, Musashi avrebbe combattuto oltre sessanta duelli senza mai essere colpito mortalmente, e — nella versione più radicale del mito — senza essere colpito affatto. Una dichiarazione che, letta con gli occhi di chi conosce la realtà del combattimento armato, sembra semplicemente inverosimile. La domanda, dunque, non è ingenua ma necessaria: come è possibile? E soprattutto: è davvero successo così, o stiamo leggendo Musashi nel modo sbagliato?
Partiamo da un punto cruciale: Musashi non è un personaggio leggendario nel senso folkloristico del termine, ma una figura storica documentata. Nato nel 1584 e morto nel 1645, visse nel passaggio più violento della storia giapponese: la fine dell’epoca Sengoku e l’inizio della pace Tokugawa. Un periodo in cui il combattimento non era sport, né rituale, ma sopravvivenza.
Detto questo, le fonti su Musashi sono parziali, tardive e spesso agiografiche. Gran parte dei racconti sui suoi duelli proviene da testi scritti dopo la sua morte, o da scuole che avevano interesse a rafforzarne l’aura. Lo stesso Gorin no Sho (Il Libro dei Cinque Anelli) non è un’autobiografia di combattimenti, ma un trattato strategico e filosofico.
Quando si dice che Musashi “non fu mai colpito”, la lettura
più corretta è questa:
non subì mai un colpo che lo
mettesse fuori combattimento o che determinasse la sua sconfitta.
Il che è molto diverso dal non essere mai stato toccato.
Già questo ridimensionamento non sminuisce Musashi. Anzi: lo rende ancora più interessante.
Per capire Musashi bisogna prima distruggere un’illusione moderna: l’idea che un duello sia uno scambio simmetrico, elegante, quasi cavalleresco. Il combattimento reale con armi bianche è sporco, rapido, asimmetrico e brutale.
Musashi lo sapeva, e lo dice chiaramente: chi combatte cercando “bellezza” o “forma corretta” è già morto.
Molti dei suoi avversari combattevano secondo le regole implicite delle scuole: distanza, postura, tempismo codificato. Musashi combatteva contro l’uomo, non contro lo stile. Arrivava in ritardo apposta. Usava armi improprie. Rompeva il ritmo. Spezzava la concentrazione dell’altro prima ancora che le lame si incontrassero.
In questo senso, la sua “invulnerabilità” non era fisica, ma strategica.
Uno degli errori più comuni è immaginare Musashi come un maestro dell’evasione, una sorta di danzatore che evita i colpi all’ultimo istante. È una visione cinematografica, non marziale.
Nel Gorin no Sho, Musashi insiste su un concetto chiave: prendere l’iniziativa assoluta. Non reagire. Non attendere. Non rispondere. Colpire mentre l’altro sta ancora decidendo di colpire.
Se l’avversario non riesce mai a esprimere pienamente la propria tecnica, la probabilità di essere colpiti crolla drasticamente. Non perché si è più veloci, ma perché si è sempre un tempo avanti.
Musashi non evitava il colpo.
Faceva in modo che il
colpo non esistesse.
Chiunque abbia studiato seriamente il combattimento armato sa che tutto si decide in tre fattori: distanza, tempo e intenzione. La distanza è il primo.
Musashi era ossessionato dalla distanza. Non quella ideale della scuola, ma quella reale dell’uccisione. Molti racconti parlano di lui che combatte con una spada di legno contro lame vere, non per esibizione, ma per controllo della misura.
Una bokken non perdona errori di distanza: se sei troppo vicino, muori; se sei troppo lontano, perdi. Questo costringe a una precisione chirurgica. Nel tempo, Musashi sviluppò una capacità rarissima: entrare nella distanza dell’altro senza attraversare la zona di pericolo.
Non è magia. È matematica applicata al corpo umano.
Molti duelli di Musashi furono vinti prima del primo colpo. Il caso più famoso è quello contro Sasaki Kojirō. Musashi arriva in ritardo, costruisce una spada improvvisata, costringe l’avversario ad attendere sotto il sole, ne altera lo stato emotivo.
Un avversario emotivamente destabilizzato non combatte al massimo delle sue capacità. I suoi colpi sono più prevedibili, più rigidi, meno adattivi. Questo riduce drasticamente il rischio per chi ha il sangue freddo.
Musashi non cercava l’eroismo. Cercava la riduzione del rischio.
Musashi fu uno dei primi a formalizzare l’uso della doppia spada (katana e wakizashi insieme) in combattimento reale. Questo non era uno sfoggio tecnico, ma una scelta funzionale.
Due armi creano linee di minaccia multiple, rompono il timing dell’avversario e aumentano le possibilità di controllo. Anche se una mano è impegnata in difesa, l’altra resta offensiva. Questo significa una cosa fondamentale: meno momenti di vulnerabilità.
Essere colpiti spesso avviene nei momenti di transizione: ricarica, recupero, fine tecnica. Musashi riduceva questi momenti al minimo.
C’è un altro elemento spesso ignorato: Musashi combatté per tutta la vita, ma soprattutto si allenò come se ogni giorno fosse l’ultimo. Non solo tecnicamente, ma mentalmente.
Dormiva poco. Viaggiava costantemente. Si esponeva alla fatica, alla fame, al disagio. Questo produce un effetto chiave: l’assenza di shock. In combattimento, molti vengono colpiti non perché non sappiano cosa fare, ma perché il corpo entra in uno stato di sorpresa o panico.
Musashi era già lì. Sempre.
Storicamente, è più onesto dire che Musashi non fu mai sconfitto, e che non subì mai ferite tali da impedirgli di continuare a combattere. Potrebbe essere stato sfiorato, graffiato, urtato. Ma questo, nel mondo reale, non conta.
Nel combattimento armato, non vince chi esce intatto. Vince chi esce vivo e funzionale.
La vera domanda, quindi, non è “come ha fatto a non essere mai
colpito”, ma:
come ha fatto a rendere irrilevante
l’essere colpito?
Musashi non era invincibile. Non era più veloce del tempo. Non aveva riflessi magici. Aveva una comprensione radicale della realtà del conflitto.
La sua invulnerabilità nasce da:
riduzione sistematica del rischio
controllo della distanza
iniziativa costante
destabilizzazione psicologica
rifiuto dell’estetica marziale
accettazione totale della violenza reale
In altre parole: Musashi non giocava allo stesso gioco degli altri.
Ed è per questo che, ancora oggi, ci pone una domanda
scomoda:
stiamo studiando le arti marziali per vincere davvero…
o per sentirci bravi a perdere?
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