lunedì 1 dicembre 2025

L’Anatomia dell’Ultimo Sangue: Letalità, Miti Orientali e il Ritorno alle Origini delle MMA

Il mondo delle Mixed Martial Arts (MMA) vive in un costante paradosso. Da un lato, si presenta come lo sport più vicino alla realtà del combattimento umano; dall'altro, è incatenato a una burocrazia necessaria per la sua stessa sopravvivenza. Se sei un appassionato della prima ora, di quelli che hanno assistito alla nascita dell'UFC quando non c'erano categorie di peso né limiti di tempo, ti sarai sicuramente posto tre domande fondamentali che scuotono le fondamenta stesse di questa disciplina.

Cosa succederebbe se un lottatore fosse "troppo" letale? Dove sono finiti i segreti delle arti marziali millenarie? E soprattutto, dove si è rifugiata l'anima selvaggia del combattimento ora che l'ottagono è diventato "civile"?

I. Il Paradosso del "Killer Legale": Può un lottatore essere troppo pericoloso?

Immaginiamo uno scenario ipotetico ma inquietante: un combattente dotato di una potenza biomeccanica tale da poter uccidere sistematicamente i propri avversari con colpi perfettamente legali. Supponiamo che il suo calcio circolare alla tempia o la sua ginocchiata al plesso solare abbiano una precisione e una forza tali da spegnere le funzioni vitali degli avversari con regolarità statistica.

Gli sarebbe permesso continuare a combattere?

La risposta risiede in un intricato intreccio di legge sportiva, responsabilità civile e biologia.

Nelle MMA moderne, l'autorità suprema non è l'organizzazione (come l'UFC), ma la Commissione Atletica dello Stato (es. NSAC in Nevada). Ogni lottatore deve ottenere una licenza. Se un atleta iniziasse a produrre esiti fatali regolari, la sua licenza verrebbe revocata non per una violazione del regolamento, ma per "minaccia all'integrità dello sport e alla pubblica sicurezza". La morte in uno sport da combattimento è accettata legalmente solo come evento accidentale. Se l'evento diventa prevedibile e ricorrente, lo sport si trasforma in omicidio preterintenzionale o, peggio, in uno spettacolo di gladiatori illegale.

Nessuna multinazionale dello sport potrebbe sostenere il peso di un "boia" nel proprio roster. Gli sponsor fuggirebbero, le reti televisive cancellerebbero i contratti e gli altri atleti si rifiuterebbero di salire nell'ottagono. Il combattimento diventerebbe invendibile.

Fortunatamente, la biologia umana offre una protezione naturale. Gli atleti d'élite sono dotati di una resistenza estrema. Il cervello umano è protetto dal liquido cerebrospinale e da una muscolatura del collo che funge da ammortizzatore. La morte nelle MMA è quasi sempre legata a fattori collaterali (disidratazione estrema durante il taglio del peso, ematomi preesistenti non diagnosticati o l'incapacità dell'arbitro di fermare il match in tempo), e quasi mai alla potenza pura di un singolo colpo "magico".

II. Il Grande Inganno: Perché le "Mosse Mortali" falliscono nell'Ottagono?

Ti sei mai chiesto perché non vediamo mai un "doppio schiaffo alle orecchie" che fa esplodere i timpani, o la pressione di un punto sul collo che paralizza il braccio? Esistono davvero queste tecniche o sono solo frutto del marketing del cinema di Hong Kong?

La verità è che la maggior parte di queste tecniche appartiene alla categoria della "teoria marziale non testata". Esistono tre ragioni tecniche per cui queste mosse scompaiono quando il gioco si fa serio:

1. La Resistenza Attiva (Non-Cooperation)

La stragrande maggioranza dei punti di pressione (Kyusho) e delle manipolazioni articolari complesse richiede che l'avversario rimanga in una posizione specifica o che reagisca in un modo prevedibile. Nelle MMA, l'avversario è un predatore che si muove, ti colpisce al volto e cerca di portarti a terra. In uno stato di adrenalina pura e sudore, colpire un nervo di pochi millimetri sotto l'ascella è statisticamente impossibile.

2. La Biomeccanica del KO

Lo "schiaffo alle orecchie" (il cupping) può effettivamente rompere un timpano, ma raramente mette KO un atleta professionista. Un KO avviene quando il cervello subisce una rotazione rapida all'interno del cranio (accelerazione angolare). È molto più efficiente, sicuro e biomeccanicamente solido colpire la mascella con un gancio sinistro (una leva lunga che fa ruotare la testa) piuttosto che cercare di colpire le orecchie con i palmi aperti, esponendo il proprio viso a un contrattacco letale.

3. L'Evoluzione Selettiva delle Tecniche

Le MMA sono state il più grande filtro della storia delle arti marziali. Nei primi anni '90, esperti di ogni stile sono scesi in campo. Quello che è sopravvissuto (il Jab della Boxe, il Low Kick della Muay Thai, il Takedown della Lotta, la Finalizzazione del Brazilian Jiu-Jitsu) è ciò che funziona sempre, contro chiunque, sotto pressione. Se i punti di pressione fossero davvero efficaci, oggi vedremmo campioni del mondo vincere con un tocco sul braccio. Se non lo fanno, è perché quelle tecniche non superano la prova del fuoco.

III. Il Ritorno alle Origini: Dove trovare la "Barbarie" perduta?

L'UFC oggi è un prodotto di intrattenimento globale, pulito e regolamentato. Ha round, arbitri esperti, test antidoping e tagli del peso monitorati. Ma per chi sente la mancanza del brivido primordiale dell'UFC 1, del "Vale Tudo" senza tempo e senza regole, esistono ancora dei confini del mondo dove il combattimento non è "civile".

1. King of the Streets (KOTS)

Se cerchi la realtà più nuda, devi guardare verso il nord Europa e i circuiti sotterranei. KOTS è una delle organizzazioni più controverse e crude esistenti. Si combatte su cemento o asfalto, spesso in magazzini isolati. Non ci sono round, non ci sono punti: si combatte finché uno dei due non cede o viene messo KO. Le regole sono ridotte al minimo assoluto. È il ritorno all'essenza brutale dello scontro urbano.

2. Il Lethwei (Boxe Birmana)

Se pensi che le MMA siano dure, non hai mai visto il Lethwei. È considerata l'arte marziale più violenta al mondo. Si combatte a mani nude (solo bende) e, a differenza di qualsiasi altro sport, le testate sono legali. Ma la regola più scioccante è il "tempo di recupero": se un lottatore viene messo KO, la sua squadra ha il diritto di svegliarlo, rianimarlo e rimandarlo a combattere per altri due minuti. È una disciplina che mette a dura prova il concetto stesso di sportività.

3. Il Bare Knuckle (BKFC)

Sebbene stia diventando mainstream, il pugilato a mani nude riporta il combattimento a una dimensione tattile e visiva spaventosa. Senza l'imbottitura dei guantoni, ogni colpo taglia la pelle. Non è necessariamente più pericoloso per il cervello (i guanti pesanti permettono di dare più colpi alla testa senza rompersi le mani), ma è infinitamente più cruento.

L'UFC non è diventata "civile" perché ha perso coraggio, ma perché ha capito che per dimostrare chi fosse il miglior combattente del mondo, doveva permettere agli atleti di sopravvivere per combattere ancora. Il passaggio dallo "spettacolo di morte" allo "sport d'élite" ha permesso a lottatori come Jon Jones o Georges St-Pierre di elevare il combattimento a una forma d'arte tecnica e strategica.

Tuttavia, il fascino di quella domanda — "Cosa succederebbe se non ci fossero regole?" — continuerà a tormentare ogni vero fan. La risposta, probabilmente, non si trova in una tecnica segreta di un monaco orientale, ma nella capacità dell'essere umano di adattarsi, soffrire e superare i propri limiti, con o senza guantoni.





Nessun commento:

Posta un commento