Nel pantheon dei grandi pesi massimi della boxe, il nome di Jerry Quarry occupa una posizione singolare, quasi dolorosa. È inciso nella International Boxing Hall of Fame, citato con rispetto da Muhammad Ali, Joe Frazier, Ken Norton ed Ernie Shavers, eppure resta, per il grande pubblico, una figura sfocata. Dimenticata. Tragica. Jerry Quarry non è soltanto il miglior peso massimo a non aver mai vinto un titolo mondiale: è il simbolo vivente — e poi morente — del prezzo umano pagato dalla boxe nel suo periodo più glorioso.
Capire quanto fosse davvero bravo Jerry Quarry nel momento migliore della sua carriera significa entrare nel cuore dell’epoca più feroce dei pesi massimi, ma anche affrontare una storia familiare segnata dalla povertà, dalla cattiva gestione e da una violenza che non si è mai fermata sul ring.
Jerry Quarry nacque il 15 maggio 1945, nel solco profondo della Grande Depressione americana. Figlio di Jack Quarry, ex pugile dilettante con il motto tatuato sulla pelle — “A Quarry Never Quits” — Jerry crebbe nei campi di lavoro per migranti, spostandosi da uno Stato all’altro seguendo i raccolti. Era un’infanzia fatta di fatica fisica, povertà strutturale e apprendimento precoce della violenza come linguaggio di sopravvivenza.
La boxe non fu una scelta, ma una destinazione imposta.
Jerry ricevette i primi guantoni a tre anni, disputò il primo match
a cinque, vinse il titolo Junior Golden Gloves a dieci e lo difese
per quattro anni consecutivi. Il padre vedeva nei figli il riscatto
dei propri sogni infranti. Jerry, con amara ironia, avrebbe poi
detto:
«La mia eredità è furore.»
Il Jerry Quarry dilettante fu semplicemente dominante. Con un record di 170 vittorie e 13 sconfitte, conquistò nel 1965 il National Golden Gloves Heavyweight Championship, venendo nominato pugile più eccezionale del torneo. Sconfisse cinque avversari consecutivi, fratturando la mascella sia a Lynn Farr che a Jim Donlinger.
Gli osservatori notarono subito una combinazione rara:
Velocità da peso medio
Potenza da peso massimo
Tempismo da contrattaccante d’élite
Mento straordinario
Era, senza esagerazioni, materiale da campione del mondo.
Quarry divenne professionista nel maggio 1965. In un’America ancora profondamente segnata dalle tensioni razziali, si ritrovò etichettato come “The Great White Hope”, la grande speranza bianca. Un peso mediatico che non aveva chiesto, ma che avrebbe condizionato la sua carriera.
Nel solo 1965 disputò 14 incontri, spesso per borse minime, tanto da lavorare come cambia-gomme alla Greyhound per sopravvivere. Suo padre Jack era il manager e, di fatto, il sabotatore: incoraggiava Jerry a trasformare ogni match in una guerra, a cercare il KO a ogni costo, sacrificando difesa, strategia e longevità.
È in questo quadriennio che va misurata la vera grandezza di Jerry Quarry. Dal 1968 al 1971, la rivista The Ring lo considerò il pugile più popolare al mondo. Boxing Illustrated lo premiò come pugile professionista più popolare nel 1968 e 1969, e nel 1970 condivise il titolo con Muhammad Ali.
Tecnicamente, Quarry era un pugile completo:
gancio sinistro devastante
ottimo gioco di gambe quando lo utilizzava
eccellente contrattacco
capacità di combattere sia in pressione sia di rimessa
Il problema? Raramente gli veniva permesso di combattere nel modo giusto.
Quarry perse due incontri mondiali chiave:
contro Jimmy Ellis (1968)
contro Joe Frazier (1969)
La sconfitta con Ellis è emblematica. Quarry entrò sul ring con una frattura alla schiena, rimediata settimane prima. Il padre gli proibì radiografie e cure per non rischiare di perdere l’opportunità del titolo. Il risultato fu un match combattuto, perso ai punti, ma profondamente compromesso.
Eddie Futch, allenatore di Joe Frazier, fu netto:
se
Quarry fosse stato gestito e allenato correttamente, avrebbe vinto un
titolo mondiale.
Jerry Quarry non schivò mai nessuno. Il suo curriculum è una mappa dell’inferno pugilistico:
Muhammad Ali
Joe Frazier (due volte)
Ken Norton
Floyd Patterson
Jimmy Ellis
Ernie Shavers
Ron Lyle
George Chuvalo
Concluse la carriera con 53 vittorie, 9 sconfitte e 4 pareggi, battendo uomini che, in qualsiasi altra epoca, sarebbero stati campioni.
Ken Norton disse:
«Gli unici migliori di Quarry erano
Ali, Frazier, Foreman… e io.»
Ernie Shavers lo collocò nel secondo livello assoluto dell’epoca, subito sotto Ali, Foreman e Frazier.
Nel 1973, contro Ron Lyle imbattuto (19-0, 17 KO), Quarry combatté
finalmente con intelligenza: colpì, si mosse, contrattaccò. Vinse
chiaramente ai punti. Gil Clancy, il nuovo allenatore, disse
amaramente:
«Se solo l’avessi avuto dieci anni prima.»
Dopo il KO tecnico subito da Ken Norton nel 1975, Quarry si ritirò. Tornò più volte, sempre per povertà, sempre già compromesso neurologicamente. Guadagnò in carriera oltre 2 milioni di dollari, ma morì senza nulla, devastato da demenza pugilistica, alcol e droga.
Nel 1995, quando fu inserito nella Hall of Fame, non sapeva più chi fosse.
Mike Quarry morì anch’egli di demenza pugilistica. Bobby Quarry soffre di Parkinson. È una famiglia distrutta dalla boxe, emblema del lato oscuro dello sport.
Nel suo periodo migliore, Jerry Quarry era un campione del mondo mancato solo per circostanze: gestione disastrosa, epoca irripetibile, sfruttamento fisico e umano. In un’altra decade, con un altro team, avrebbe quasi certamente conquistato una cintura.
Oggi resta una lezione durissima: la boxe può creare leggende, ma spesso le consuma. Jerry Quarry non è solo ciò che avrebbe potuto essere. È ciò che la boxe, nel suo splendore, è stata capace di distruggere.
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