La parabola di Ronda Rousey non è solo la cronaca di una caduta sportiva; è un trattato clinico su cosa succede quando il folklore commerciale sostituisce la realtà cinetica. Per anni, Rousey è stata venduta come un’entità sovrumana, capace di battere lottatori uomini e di dominare ogni aspetto del combattimento. Ma nel fango dell’ottagono, dove la propaganda non può parare i colpi, la sua "imbattibilità" si è rivelata un castello di carte costruito su una base tecnica pericolosamente incompleta.
Ronda è rimasta vittima della propria narrazione. Quando Hollywood e le copertine dei magazine iniziano a dirti che sei una divinità, smetti di essere un’atleta e diventi un prodotto. E i prodotti, a differenza dei combattenti, non si evolvono: si consumano.
Ronda Rousey è stata una judoka di livello olimpico, e la sua capacità di proiettare e chiudere una leva al braccio (Armbar) in pochi secondi era reale. Tuttavia, il suo successo iniziale è dipeso in gran parte da un livello medio della divisione femminile ancora acerbo. Ronda "bullizzava" le avversarie portandole in clinch e usando la sua forza fisica superiore per trascinarle nel suo mondo.
Ma qui risiede il Punto Critico: Ronda non ha mai imparato a boxare. Il suo allenatore, Edmond Tarverdyan, l’ha convinta di essere una striker d’élite. Questo è il "peccato originale" dell’arroganza: credere di poter dominare un terreno (lo striking) senza averne decodificato la meccanica. Mentre lei faceva sessioni di "shadow boxing" fotogeniche per le telecamere, il mondo delle MMA stava sviluppando gli anticorpi per il suo Judo.
Holly Holm non ha solo battuto Ronda; ha esposto la sua totale impotenza meccanica. Holm, una pluricampionessa mondiale di boxe, ha usato la distanza come un’arma.
Il gioco di gambe: Holm non ha permesso a Ronda di entrare nel clinch. Ogni volta che Ronda caricava in avanti a testa bassa (un errore da dilettante che ha ripetuto per anni), Holm si spostava lateralmente, colpendola con jab e ganci di sbarramento.
Il crollo psicologico: Quando Ronda ha capito che non poteva afferrare la sua preda, il suo sistema operativo è andato in crash. Non aveva un piano B. Non sapeva come muovere la testa, come tagliare il ring o come proteggere il mento. Il calcio alla testa che l'ha spenta è stato solo l'atto finale di una demolizione tattica iniziata al primo secondo del match.
Se la sconfitta con la Holm è stata una lezione di scherma motoria, il match con Amanda Nunes è stato una carneficina. Nunes, una striker con una potenza esplosiva e una ferocia senza concessioni all'etichetta, ha trattato Ronda come un sacco da allenamento.
Ronda è entrata nell'ottagono dopo un anno di isolamento, vittima di quella "sindrome di CM Punk" di cui sopra: convinta che il suo nome bastasse a intimidire l'avversaria. Nunes l'ha colpita con colpi dritti, pesanti, che hanno trovato un volto completamente privo di guardia. Ronda non ha cercato di lottare, non ha cercato di scappare; è rimasta lì, congelata dalla paura e dall'incapacità di gestire il dolore reale, finché l'arbitro non ha posto fine al massacro.
Quelle "lacrime nel backstage" non erano solo per la sconfitta, ma per la realizzazione che l'intera sua identità — quella di "donna più pericolosa del mondo" — era stata una menzogna alimentata dal marketing.
Ronda Rousey è il monito definitivo per ogni praticante: l'ego è il primo avversario da abbattere. Una volta raggiunta la cima, l'unico modo per rimanerci è continuare a "rotolarsi nel fango", ammettendo le proprie lacune e lavorando sui propri punti deboli.
Ronda ha scelto la strada di Hollywood, dei sorrisi finti e degli elogi gratuiti. Ha smesso di essere una lottatrice ed è diventata una celebrità che giocava a fare la lottatrice. Quando ha incontrato "vere predatrici" come Holm e Nunes — donne che non avevano copertine da difendere, ma solo ossa da rompere — è tornata sulla Terra nel modo più brutale possibile.
Non è stata "sfortuna". È stata la fisica del combattimento che ha presentato il conto a chi ha pensato di poter saltare le tappe della padronanza tecnica in favore della fama.
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