giovedì 23 luglio 2015

Mu (buddhismo Zen)

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Mu è la pronuncia giapponese del carattere cinese tradizionale: . In mandarino standard, questo carattere viene trascritto (cinese semplificato: ). In coreano viene riportato con e pronunciato mu. In vietnamita vô. Questo carattere cinese, , è, in ambito buddhista, la resa in questa lingua di alcuni termini sanscriti buddhisti come asat (non essere), abhāva (non possedere) o anche vigata (privo di). Ed è usato come opposto di (cin. yǒu, giapp. yū o u, cor. yu, viet. hữu) che rende il termine sanscrito di bhava (essere, esistenza).

Il Mu nel buddhismo Zen
Nel buddhismo Zen mu è un termine che può essere tradotto approssimativamente come "nessuno" o "senza". Sebbene nella lingua giapponese si utilizzi tipicamente come prefisso per implicare l'assenza di qualcosa (ad es., 無線 musen per "senza filo"), tale termine è conosciuto per essere la risposta ad un famoso Kōan (公案) di origine cinese e quindi appartenente alla tradizione del buddhismo Chán.
La pratica del kōan consiste in un tema affidato dal maestro zen al discepolo cui chiede la soluzione. Uno dei più conosciuti kōan è proprio quello del maestro Zhàozhōu Cóngshěn (趙州從諗, giapp. Jōshū Jūshin, 778-897):
«Una volta un monaco chiese al maestro Zhàozhōu: 'Un cane possiede la natura di Buddha?'.
Zhàozhōu rispose: ' Wú! '»
(1° gōng'àn del Wúmén guān (無門關))
La risposta wú (giapp. mu), che non rappresenta comunque la negazione della natura del Buddha nel cane, è l'elemento principale del kōan, ed è l'oggetto di meditazione, denominato 話頭 (cin. huàtóu, giapp. watō), che impegnerà il discepolo zen in ogni sua attività quotidiana. Durante un colloquio con il maestro, solitamente quotidiano e denominato 獨參 (cin. dúsān, giapp. dokusan), l'allievo zen offre la sua risposta al kōan (nel caso dell'esempio cosa significasse la risposta wú pronunciata dal maestro Zhàozhōu) che testimonierà la sua o meno realizzazione della "visione dell'essenza" o "comprensione della realtà" denominata 見性 (cin jiànxìng, giapp. kenshō).
Alcuni maestri buddhisti cinesi, nonché quelli appartenenti alla scuola buddhista giapponese Tendai avevano affermato l'universalità della natura di Buddha: quindi anche gli alberi o i cani la possedevano. Rispondere "no" a questa domanda avrebbe significato negare la loro saggezza, mentre dire "sì" sarebbe sembrato seguire acriticamente e pedissequamente i loro insegnamenti. La risposta di Zhàozhōu è stata quindi interpretata come né negare né affermare, né non negare, né non affermare. In altre parole, le risposte 'sì' e 'no' risultano al contempo sia giuste che sbagliate.

Curiosità: Mu e l'informatica
Nel suo romanzo del 1974 Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Robert M. Pirsig tradusse mu come "niente", affermando che significava "non fare la domanda". Portò l'esempio del circuito di un computer che, utilizzando il sistema numerico binario, utilizza in realtà mu per rappresentare lo stato di alta impedenza:
«Per esempio, si dice continuamente che i circuiti di un computer mostrano solo due stati, un voltaggio per "one" ed un voltaggio per "zero". Questo è stupido!
Qualunque tecnico di elettronica dei computer sa che le cose stanno diversamente. Provate a trovare un voltaggio che rappresenti uno o zero quando manca la corrente! I circuiti sono in uno stato mu.»
Secondo il Jargon File, una raccolta di gergo e cultura degli hacker, mu è considerato dai Discordiani la risposta corretta alla classica fallacia logica della domanda capziosa: "Non hai ancora smesso di picchiare tua moglie?". Supponendo che non abbiate moglie o che non abbiate mai picchiato vostra moglie, la risposta "sì" è sbagliata perché implica eravate soliti picchiare vostra moglie e poi avete smesso, ma "no" è ancora peggio, perché suggerisce che avete una moglie e la state ancora picchiando. Di conseguenza, vari Discordiani proponevano mu come la risposta corretta, che secondo quanto da loro asserito avrebbe significato: "La vostra domanda non può avere risposta perché dipende da assunzioni errate".
La parola mu compare con grande evidenza nel libro del 1979 di Douglas Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: Un'Eterna Ghirlanda Brillante, dove è usata in modo fantasioso nel contesto di discussioni di logica simbolica, in particolare nei teoremi di incompletezza di Gödel.


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