Per milioni di persone nel mondo, «Kung Fu» significa un'arte marziale cinese: pugni, calci, monaci Shaolin, Bruce Lee, Jackie Chan, posizioni impossibili e combattimenti coreografici.
Il problema è che, in origine, gongfu non significa affatto «arte marziale».
Indica piuttosto un'abilità sviluppata attraverso tempo, pratica e applicazione diligente. Un cuoco può avere un ottimo gongfu. Un calligrafo può avere un ottimo gongfu. Un artigiano può avere un ottimo gongfu.
Anche un combattente.
È una distinzione apparentemente linguistica, ma cambia completamente il modo in cui dobbiamo guardare alla storia delle arti marziali cinesi.
Non esiste una singola disciplina chiamata Kung Fu.
Esiste un enorme insieme di tradizioni, sistemi, famiglie, scuole e metodi che in Occidente abbiamo progressivamente raccolto sotto quella parola.
E il cinema ha fatto il resto.
Quando il pubblico occidentale incontrò il cinema di arti marziali cinesi, aveva bisogno di una parola semplice per descrivere qualcosa che in realtà era estremamente frammentato. «Kung Fu» funzionava perfettamente: breve, esotico, memorabile e immediatamente associabile alla Cina.
Bruce Lee contribuì enormemente a rendere quella parola globale. Poi arrivarono i film degli Shaw Brothers, Jackie Chan, The Karate Kid, Kung Fu e, più tardi, The Matrix.
A quel punto era successo qualcosa di curioso.
Una parola che indicava genericamente un'abilità acquisita attraverso la pratica era diventata, nell'immaginario occidentale, il nome di una disciplina specifica.
È come se chiamassimo «abilità» un intero continente di scuole.
E dentro quel continente le differenze sono enormi.
Il Wing Chun non è l'Hung Gar.
L'Hung Gar non è il Chāquán.
Il Baguazhang non è il Tai Chi.
Il Tai Chi non è lo Shuai Jiao.
E lo Shaolin che compare nei film non rappresenta automaticamente tutto ciò che storicamente è stato praticato nelle arti marziali cinesi.
Persino l'espressione wushu, spesso presentata come il vero termine cinese per «arti marziali», richiede una certa cautela. Wushu significa letteralmente arti marziali o abilità marziali, ma nel mondo contemporaneo può anche riferirsi specificamente al moderno sport codificato cinese del Wushu.
Le parole non sono semplicemente etichette.
Portano con sé la storia di chi le usa.
Ed è qui che nasce un altro equivoco famoso: «Pugni del Sud, gambe del Nord».
La formula è utile perché fotografa una tendenza reale percepita nelle tradizioni cinesi. Molti sistemi settentrionali svilupparono un repertorio molto ricco di calci e movimenti ampi, mentre numerosi sistemi meridionali enfatizzarono maggiormente il combattimento a corta distanza e le tecniche di mano.
Ma trasformare questa formula in una legge geografica sarebbe un errore.
La Cina non è divisa in due arti marziali.
È un continente culturale.
Le tradizioni sono state influenzate da migrazioni, eserciti, milizie locali, società segrete, famiglie, religione, insegnanti itineranti, esigenze professionali e trasmissione personale. Uno stile può cambiare radicalmente quando passa da un maestro a un altro o da una regione a un'altra.
La geografia conta.
Ma non spiega tutto.
Anche la famosa distinzione fra «stili esterni» e «stili interni» deve essere trattata con prudenza.
Nella divulgazione occidentale viene spesso presentata una divisione quasi biologica.
Da una parte gli stili esterni: muscoli, velocità, esplosività.
Dall'altra gli stili interni: rilassamento, struttura, respirazione, equilibrio e uso della forza dell'avversario.
La realtà storica è molto meno ordinata.
Termini come neijia ed waijia hanno avuto significati diversi in epoche e contesti differenti, e le tradizioni che oggi vengono definite «interne» non sono semplicemente sistemi che hanno deciso di non usare la forza muscolare.
Un praticante di Tai Chi utilizza comunque il corpo.
Un praticante di Baguazhang utilizza comunque forza, condizionamento e meccanica.
E un praticante di uno stile definito «esterno» può utilizzare rilassamento, struttura, coordinazione e gestione della forza.
La distinzione cinematografica tra «forza bruta» e «energia interna» è molto più netta della realtà.
E probabilmente questo è il problema più grande quando si cerca di capire le arti marziali cinesi dall'esterno.
Noi tendiamo a cercare categorie.
I sistemi storici tendono invece a essere accumuli.
Una scuola nasce.
Un maestro modifica ciò che ha imparato.
Un allievo aggiunge qualcosa.
Una tecnica viene adattata a un altro corpo.
Una tradizione si sposta in un'altra città.
Un metodo militare entra nella pratica civile.
Una pratica civile viene trasformata in sport.
Una disciplina perde alcune funzioni e ne conserva altre.
Dopo cent'anni, abbiamo un sistema che porta ancora il vecchio nome ma può essere molto diverso da quello praticato dal suo fondatore.
Questa è la vera storia del cosiddetto Kung Fu.
Non una singola arte che si è ramificata ordinatamente in centinaia di stili.
Piuttosto, centinaia di tradizioni differenti che noi abbiamo progressivamente imparato a mettere sotto lo stesso ombrello.
E c'è un'ultima ironia.
La parola «Kung Fu» è diventata famosa proprio mentre il suo significato originale veniva dimenticato.
Il pubblico occidentale pensa al Kung Fu come a qualcosa di spettacolare: calci, salti, forme, combattimenti e maestri capaci di imprese quasi sovrumane.
Ma gongfu contiene un'idea molto meno spettacolare e molto più esigente.
Il tempo.
La ripetizione.
La precisione.
La trasformazione graduale dell'abilità.
In questo senso, il cuoco che passa vent'anni a perfezionare il modo in cui tira la pasta e il combattente che passa vent'anni a perfezionare un movimento hanno qualcosa in comune.
Non perché stiano praticando la stessa disciplina.
Ma perché entrambi stanno costruendo gongfu.
Ed è forse questo il paradosso più interessante.
Abbiamo preso una parola che significava, in sostanza, abilità conquistata attraverso la pratica e l'abbiamo trasformata nel nome di un'intera famiglia di arti marziali.
Poi abbiamo guardato i film e abbiamo creduto che fosse tutto un unico sistema.
Il Kung Fu non è una tecnica.
Non è uno stile.
Non è nemmeno, in origine, un'arte marziale.
È il risultato che ottieni quando la pratica smette di essere improvvisazione e diventa competenza.
E le arti marziali cinesi sono soltanto una delle grandi famiglie in cui quel principio ha trovato una forma.
Cesio Endrizzi