Nelle arti marziali interne esiste una parola che rischia continuamente di essere trasformata in qualcosa che non è: Yi, generalmente tradotta come intenzione. È una parola potente, ma proprio per questo viene spesso caricata di significati quasi magici. La mente decide qualcosa, il corpo obbedisce, il colpo attraversa l'avversario e la forza appare senza che il praticante abbia bisogno di «usare i muscoli». È una bella storia. Il problema è che il corpo umano non funziona così.
Questo non significa che l'intenzione sia irrilevante. Al contrario. Significa che bisogna separare ciò che le arti marziali tradizionali stanno cercando di descrivere da ciò che possiamo ragionevolmente attribuire alla fisiologia del movimento.
Nel Taijiquan, nello Xingyiquan e nel Baguazhang l'idea che l'intenzione guidi l'azione occupa un posto importante. Espressioni tradizionali come «Yi guida il Qi» e «Qi guida Li» appartengono a un sistema concettuale sviluppato in un contesto culturale nel quale il corpo non veniva necessariamente descritto con la terminologia della moderna neuroscienza. Cercare di tradurre ogni parola direttamente in «sistema nervoso», «energia cinetica» o «biomeccanica» può essere utile come analogia, ma diventa pericoloso quando l'analogia viene presentata come equivalenza scientifica.
Eppure sotto quella terminologia c'è qualcosa di molto concreto.
Quando una persona esegue un movimento, non esegue semplicemente una sequenza di contrazioni muscolari isolate. Il sistema nervoso organizza un'intera azione. Dire a qualcuno «porta la mano verso quel punto» e dirgli «contrai il deltoide, poi il tricipite, ruota l'avambraccio e spingi con la gamba» produce due modi completamente diversi di rappresentare lo stesso movimento. Il primo è orientato al risultato. Il secondo cerca di controllare consapevolmente i singoli componenti.
Per un movimento complesso, la prima strategia può essere enormemente più naturale.
Ed è qui che l'idea di Yi diventa interessante.
L'intenzione non deve essere immaginata come una sostanza misteriosa che produce forza. Può essere vista, più sobriamente, come un modo di organizzare l'azione. Il praticante non pensa continuamente ai muscoli che devono contrarsi. Stabilisce un obiettivo e lascia che il corpo coordini i mezzi necessari per raggiungerlo.
Questo non significa che i muscoli scompaiano dall'equazione. Al contrario: senza muscoli non c'è nessun colpo. Significa che il praticante esperto non deve necessariamente controllare coscientemente ogni singolo muscolo coinvolto.
È una differenza fondamentale.
Un principiante può cercare di «colpire forte» irrigidendo spalla, braccio e pugno il più possibile fin dall'inizio. Il risultato può essere un movimento lento e facilmente leggibile. Un praticante più esperto può invece mantenere una relativa decontrazione durante l'accelerazione, coordinare gambe, bacino, tronco e arto e irrigidire soltanto ciò che serve nel momento appropriato.
Non c'è magia.
C'è coordinazione.
Il termine tradizionale song, spesso tradotto come rilassamento, deve essere interpretato con altrettanta cautela. «Rilassarsi» non significa diventare molli. Un combattente completamente rilassato nel senso letterale del termine non sarebbe particolarmente efficace. Significa piuttosto eliminare tensioni inutili che interferiscono con il movimento e mantenere la capacità di produrre forza quando serve.
Questa distinzione è fondamentale perché una delle peggiori caricature delle arti interne è quella secondo cui il praticante dovrebbe combattere senza usare la forza.
Naturalmente usa la forza.
Usa massa, accelerazione, struttura, coordinazione, equilibrio, muscoli, tendini e appoggio sul terreno. La differenza non è l'assenza della forza, ma il modo in cui viene organizzata.
Anche la famosa idea di «colpire oltre il bersaglio» merita di essere liberata dal misticismo. Immaginare una destinazione oltre il punto di contatto può essere un modo efficace per evitare di interrompere mentalmente il movimento sulla superficie del bersaglio. Ma non esiste alcuna ragione per descrivere questo fenomeno dicendo che «il cervello crede che la mano sia già penetrata».
Il cervello non deve essere ingannato.
È sufficiente che l'esecutore organizzi il movimento verso una destinazione più lontana invece di rappresentare il bersaglio come il punto terminale dell'azione.
La differenza può sembrare semantica, ma non lo è. Se dico a un pugile di colpire il sacco e di fermare il pugno appena entra in contatto con la superficie, gli sto chiedendo implicitamente di decelerare il movimento in prossimità del bersaglio. Se invece gli chiedo di proiettare il movimento attraverso il sacco, sto modificando l'obiettivo motorio.
Non ho introdotto una nuova forma di energia.
Ho modificato l'organizzazione dell'azione.
E questo è probabilmente uno dei punti nei quali le arti marziali interne hanno sviluppato un linguaggio molto raffinato per descrivere qualcosa che qualsiasi atleta esperto conosce in una forma o nell'altra: il modo in cui pensi un movimento modifica il modo in cui lo esegui.
Pensare troppo ai singoli muscoli può persino diventare controproducente. È il problema classico dell'automatismo disturbato dal controllo cosciente. Un gesto che normalmente viene eseguito senza pensarci può diventare goffo quando si cerca di controllarne ogni componente.
È anche il motivo per cui un principiante può conoscere perfettamente la teoria di un movimento e continuare a eseguirlo male.
La conoscenza dichiarativa non equivale alla competenza motoria.
E qui arriviamo al punto più importante: l'intenzione non sostituisce l'allenamento.
Non basta immaginare il colpo per produrre un buon colpo. Non basta pensare «attraverso il bersaglio» per ottenere automaticamente un trasferimento di forza superiore. Se il corpo non possiede coordinazione, equilibrio, timing e capacità di generare forza, l'intenzione non può inventarli.
Può però contribuire a organizzarli.
È la differenza tra comandare un'orchestra e suonare contemporaneamente ogni strumento. Il direttore non produce il suono di ciascun violino con le proprie mani. Coordina l'insieme. Ma se nell'orchestra non ci sono musicisti capaci, il gesto del direttore non creerà la musica.
Lo stesso vale per il combattimento.
Un praticante esperto può sembrare sorprendentemente rilassato mentre produce un'azione esplosiva. Per chi osserva dall'esterno può sembrare che la forza sia comparsa dal nulla. In realtà il movimento è il risultato di una quantità enorme di lavoro accumulato fino al punto in cui molte delle sue componenti non devono più essere controllate coscientemente.
Questo spiega anche perché alcune dimostrazioni delle arti interne possono essere difficili da interpretare. Il pubblico vede un movimento apparentemente minimo e un risultato apparentemente enorme. Ma tra le due cose possono esserci anni di allenamento della struttura, della postura, della coordinazione, della sensibilità e del timing. Ridurre tutto a «ha usato l'intenzione» è come guardare un pianista virtuoso e concludere che la musica nasce dalle dita.
Le dita sono soltanto l'ultima parte visibile di un processo molto più lungo.
Naturalmente esiste anche il problema opposto: usare la parola Yi come spiegazione universale per qualsiasi cosa non sappiamo spiegare. Se un praticante riesce a produrre un movimento efficace, non abbiamo dimostrato l'esistenza di un'energia invisibile. Se qualcuno cade dopo essere stato toccato, non abbiamo automaticamente dimostrato che l'intenzione abbia manipolato il suo sistema nervoso. Se una tecnica funziona in una dimostrazione cooperativa, non abbiamo dimostrato che funzionerà allo stesso modo contro un avversario che resiste.
L'intenzione non deve diventare una parola che protegge una teoria dalla verifica.
E qui le arti marziali interne incontrano una regola che vale per tutte le altre arti marziali: la realtà è il test finale.
Se una certa forma di intenzione rende il movimento più veloce, più coordinato e meno prevedibile, questo può essere verificato. Se migliora il timing, può essere verificato. Se permette di mantenere la struttura durante un esercizio contro resistenza, può essere verificato. Se aumenta realmente l'efficacia di un colpo, anche questo può essere sottoposto a test.
Se invece una spiegazione richiede che l'avversario collabori, che il bersaglio rimanga fermo o che venga accettata una particolare teoria energetica senza possibilità di verifica, allora abbiamo un'altra cosa: una tradizione, una metafora o una credenza.
Non necessariamente qualcosa di inutile.
Ma qualcosa di diverso da un fatto dimostrato.
Alla fine, forse la traduzione più interessante di Yi non è «potere mentale» e nemmeno «energia interna». È molto più semplice: sapere dove stai andando e lasciare che il corpo organizzi il percorso senza sabotarlo con tensioni e controlli inutili.
Detta così perde un po' di mistero.
Ma acquista qualcosa di molto più prezioso: la possibilità di essere allenata, osservata e verificata.
E forse è proprio questo il punto delle arti interne quando vengono liberate dalla loro mitologia: non insegnare al corpo a fare qualcosa senza forza, ma insegnargli a non sprecare quella che possiede.
Cesio Endrizzi
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