C'è una delle favole più resistenti nella cultura del combattimento: l'idea che, quando arriva il momento della verità, l'istinto naturale possa tranquillamente cancellare anni di allenamento.
Il ragionamento è seducente.
«Io non mi alleno, ma ho combattuto per strada.»
«Lui fa arti marziali, quindi conosce solo movimenti da palestra.»
«Se uno è davvero cattivo, non ha bisogno di tecniche.»
«In uno scontro reale vince chi ha più aggressività.»
Il problema è che tutte queste frasi confondono una cosa con un'altra: possedere alcune qualità utili al combattimento non significa possedere un sistema di combattimento.
Un individuo non addestrato può essere forte, atletico, aggressivo, resistente al dolore, avere ottimi riflessi o possedere una naturale predisposizione al combattimento.
E può persino battere una persona addestrata.
Naturalmente.
Ma da questo non segue affatto che l'allenamento sia inutile.
È una confusione statistica prima ancora che marziale.
Se un combattente non addestrato è eccezionalmente grande, forte e aggressivo e affronta un praticante piccolo, inesperto o mediocre, il risultato può essere facilmente diverso da quello che ci aspetteremmo.
Ma se sostituiamo il praticante mediocre con un combattente competente e manteniamo comparabili le altre condizioni, l'allenamento torna ad avere esattamente la funzione per cui esiste.
Ridurre il numero delle cose che devi inventare sotto pressione.
Questa è forse la parte meno spettacolare dell'addestramento.
Ed è anche una delle più importanti.
Un principiante deve pensare.
Un praticante esperto riconosce.
Un principiante vede un pugno arrivare e deve decidere cosa fare.
Un praticante ha già incontrato quella traiettoria centinaia o migliaia di volte.
Non significa che diventi invulnerabile.
Significa che una parte della risposta è stata trasformata in competenza automatizzata.
Lo stesso principio vale per qualunque abilità complessa.
Un pianista non diventa bravo perché durante un concerto "pensa più velocemente" di chi non ha mai studiato pianoforte.
Un chirurgo non si affida all'istinto nel senso romantico del termine.
Un pilota esperto non ricomincia da zero ogni volta che qualcosa va storto.
L'addestramento costruisce modelli di riconoscimento.
E il combattimento è particolarmente spietato nei confronti di chi non li possiede.
Immaginiamo due persone.
La prima è fisicamente dotata. È aggressiva, coraggiosa, ha una buona coordinazione e non ha paura del contatto fisico.
La seconda possiede caratteristiche fisiche normali, ma ha passato anni ad allenarsi seriamente.
Non abbiamo ancora abbastanza informazioni per sapere chi vincerebbe.
Questo è importante.
L'allenamento non trasforma una persona in un supereroe.
Non annulla la differenza di peso.
Non annulla la sorpresa.
Non annulla un ambiente sfavorevole.
Non annulla una caduta accidentale.
Non annulla un'arma.
Non annulla la possibilità che il combattente addestrato commetta un errore.
E soprattutto non garantisce il risultato di un combattimento reale.
Ma elimina una quantità enorme di improvvisazione.
Ed è precisamente questo il suo valore.
Il combattente allenato ha già imparato a gestire distanza, equilibrio, timing, pressione, fatica, contatto e reazione dell'avversario.
Ha imparato anche qualcosa di ancora più importante: quanto sia difficile fare realmente ciò che sembra facile guardando un video.
Il principiante vede un pugno.
Il praticante vede distanza, posizione, spostamento del peso, linea d'attacco, possibilità di risposta e rischio.
Il principiante vede un calcio.
Il praticante vede anche il piede d'appoggio.
Questa differenza non è magia.
È esperienza accumulata.
E c'è un altro problema con il mito del "combattente naturale".
La gente tende a confondere esperienza violenta con allenamento.
Una persona che ha avuto diverse risse può certamente avere esperienza pratica.
Ma una rissa non è automaticamente un buon metodo di addestramento.
Potrebbe aver consolidato buone abitudini.
Potrebbe aver consolidato abitudini pessime.
Potrebbe aver imparato a riconoscere determinate situazioni.
Oppure potrebbe semplicemente essere sopravvissuta a una serie di situazioni nelle quali avrebbe potuto perdere.
Sopravvivere non significa necessariamente aver imparato correttamente.
Questo è uno dei motivi per cui l'allenamento controllato è così importante.
Lo sparring, il randori e le esercitazioni permettono di sottoporre le tecniche alla resistenza di un'altra persona senza trasformare ogni errore in una tragedia.
Ed è proprio lì che molte fantasie vengono demolite.
Una tecnica che sembra perfetta quando l'avversario collabora può diventare completamente diversa quando l'avversario si muove, resiste e cerca di impedirti di applicarla.
Questo vale per qualsiasi sistema.
Ed è anche per questo che non basta allenarsi.
Bisogna allenarsi contro qualcosa che oppone resistenza.
Un uomo può trascorrere dieci anni ripetendo movimenti perfetti davanti allo specchio e non essere necessariamente un combattente efficace.
Un altro può allenarsi molto meno, ma sottoporsi regolarmente a situazioni realistiche e sviluppare una comprensione migliore del combattimento.
Ancora una volta, il problema non è semplicemente "allenato contro non allenato".
È che tipo di allenamento, quanto, con quale metodo e contro quale resistenza?
Ed eccoci al punto più interessante.
La domanda corretta non è: «Può un uomo non allenato battere un uomo allenato?»
Sì. Naturalmente può.
La domanda interessante è: «Il fatto che possa accadere dimostra che l'allenamento non serve?»
No.
Sarebbe come dire che, poiché una persona che non ha mai studiato matematica può occasionalmente risolvere un problema meglio di uno studente, studiare matematica non serve.
Un singolo risultato non dimostra l'inutilità del metodo.
Dimostra soltanto che gli esseri umani non sono macchine identiche e che gli esiti individuali dipendono da molte variabili.
La vera funzione dell'allenamento non è promettere la vittoria.
È spostare sistematicamente le probabilità a tuo favore attraverso competenze che altrimenti dovresti improvvisare.
E questo spiega anche perché l'idea del "talento naturale" sia tanto seducente.
Perché è comoda.
Se credi che il combattimento dipenda soprattutto da aggressività, coraggio e talento innato, non hai bisogno di affrontare la parte meno romantica della questione: ripetizione, disciplina, errori, correzioni, condizionamento fisico, sparring, fallimenti e anni trascorsi a fare cose apparentemente banali.
Il talento può accelerare l'apprendimento.
Non sostituisce l'apprendimento.
Un uomo naturalmente coordinato può imparare più rapidamente di uno scoordinato.
Un atleta può sviluppare determinate capacità più velocemente.
Una persona aggressiva può essere meno intimidita dal contatto.
Ma nessuno nasce conoscendo automaticamente distanza, timing, gestione della pressione, biomeccanica e strategia.
E soprattutto nessuno nasce sapendo cosa succede quando l'altro uomo non collabora.
È qui che l'addestramento diventa decisivo.
Non perché produca guerrieri invincibili.
Ma perché sostituisce progressivamente l'improvvisazione con l'esperienza.
Il combattente non addestrato può avere talento.
Può avere coraggio.
Può avere forza.
Può avere persino esperienza.
Ma il combattente addestrato porta con sé qualcosa di molto meno spettacolare e molto più prezioso: migliaia di errori già commessi quando il prezzo dell'errore era soltanto imparare.
E questa, alla fine, è probabilmente la ragione più semplice per cui le persone continuano ad allenarsi da migliaia di anni.
Non perché l'allenamento garantisca che vinceranno.
Ma perché entrare in una situazione difficile sapendo già cosa fare è generalmente preferibile a doverlo scoprire mentre qualcuno cerca di impedirti di farlo.
Cesio Endrizzi
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