La domanda “La Muay Thai è efficace per la difesa personale contro un lottatore o un praticante di BJJ?” contiene già un piccolo errore di prospettiva. Sembra chiedere quale disciplina vincerebbe in uno scontro immaginario, quando la questione realmente interessante è un'altra: quali capacità trasferisce ciascun sistema a un combattimento nel quale l'avversario non collabora e non è obbligato a combattere secondo le regole della tua disciplina?
La Muay Thai è una delle forme di combattimento in piedi più collaudate al mondo. Il combattente sviluppa capacità che hanno un valore evidente anche fuori dal ring: colpire sotto pressione, mantenere l'equilibrio mentre viene colpito, gestire la distanza, lavorare nel clinch, assorbire e produrre impatto, continuare a ragionare mentre la situazione diventa fisicamente e psicologicamente sgradevole. Il fatto che tutto questo venga allenato con sparring e contatto reale costituisce un vantaggio enorme rispetto a sistemi nei quali il praticante passa anni a eseguire tecniche senza sottoporle a una pressione significativa.
Ma proprio perché la Muay Thai è così efficace nel proprio campo, è inutile trasformarla in qualcosa che non è.
Un Nak Muay non viene automaticamente trasformato in un grappler soltanto perché possiede un ottimo clinch. Il clinch della Muay Thai comprende controllo della postura, della testa e delle braccia, ginocchiate, gomitate, sbilanciamenti e proiezioni. È una componente estremamente sofisticata del combattimento ravvicinato, ma non equivale al wrestling. E il wrestling, a sua volta, non equivale al Brazilian Jiu-Jitsu.
Queste differenze contano.
Un wrestler esperto costruisce il proprio gioco attorno alla capacità di cambiare livello, entrare sulle gambe, controllare il corpo dell'avversario, portarlo a terra e impedirgli di recuperare una posizione favorevole. Un praticante di BJJ è particolarmente specializzato nel controllo e nella finalizzazione al suolo attraverso posizioni, leve e strangolamenti. Un Muay Nak è invece estremamente preparato a combattere in piedi e nel clinch secondo la logica specifica della propria disciplina.
Quindi sì: se prendiamo un praticante di Muay Thai che non ha mai allenato seriamente la difesa dai takedown e lo mettiamo contro un wrestler competente, esiste una vulnerabilità reale. Negarlo sarebbe assurdo.
Ma anche la conclusione opposta è sbagliata.
Non appena il combattimento raggiunge il terreno, non si apre magicamente una schermata con scritto “WRESTLER WINS”.
Prima bisogna arrivarci.
E arrivarci contro qualcuno che sa colpire non è la stessa cosa che entrare su un avversario che non sa usare lo striking. Il wrestler deve attraversare una distanza durante la quale l'altro può colpire con pugni, calci, ginocchiate e, a seconda del contesto, gomitate. Deve riuscire a entrare senza perdere equilibrio. Deve sopravvivere alla fase di contatto. Deve completare il takedown. E deve farlo contro qualcuno che non sta semplicemente aspettando con le braccia lungo i fianchi.
Questo non significa che il wrestler sia destinato a fallire. Significa che il combattimento non comincia nel punto nel quale il wrestler è già riuscito a imporre il proprio gioco.
È esattamente questo il difetto di molte discussioni sulle arti marziali: si prende il momento nel quale una disciplina è dominante e lo si considera l'intero combattimento.
Il pugile domina la distanza della boxe.
Il wrestler domina molte situazioni di lotta.
Il praticante di BJJ domina determinate posizioni al suolo.
Il Muay Nak domina molte situazioni di striking e clinch.
La domanda interessante è cosa succede nel passaggio da una fase all'altra.
Ed è qui che diventa debole anche l'idea secondo cui sarebbe sufficiente insegnare al Muay Nak il teep per “tenere lontano il wrestler”.
Il teep è uno strumento eccellente. Serve a disturbare il ritmo, controllare la distanza, sbilanciare e impedire all'avversario di avanzare liberamente. Ma non è un campo di forza.
Un wrestler competente non deve necessariamente correre frontalmente contro il piede dell'avversario. Può cambiare angolo, cambiare livello, usare finte, lavorare sulla reazione, entrare dopo un colpo, cercare il clinch o modificare la propria strategia in funzione di ciò che l'avversario gli concede.
Allo stesso modo, dire a uno striker “impara una difesa dai takedown” non risolve il problema.
Una tecnica isolata non sostituisce una competenza.
La difesa dalla lotta è un sistema di capacità: postura, gestione della distanza, riconoscimento dei cambi di livello, equilibrio, underhook, controllo della testa e delle braccia, difesa contro la pressione, capacità di rialzarsi, lavoro contro una superficie e soprattutto esperienza contro qualcuno che tenta realmente di portarti a terra.
Questo è il punto fondamentale.
Se un praticante di Muay Thai vuole diventare più completo, non deve abbandonare la Muay Thai. Deve aggiungere ciò che gli manca.
È la stessa logica che ha prodotto il moderno combattimento misto.
Il valore dell'MMA non deriva dal fatto che una disciplina abbia improvvisamente dimostrato di essere inutile. Al contrario. Ha dimostrato che ogni specializzazione possiede punti di forza e punti ciechi.
La Muay Thai ha portato nello striking un arsenale straordinariamente efficace.
Il wrestling ha portato controllo delle proiezioni, pressione e capacità di decidere dove si svolge lo scontro.
Il BJJ ha sviluppato un sistema estremamente sofisticato per combattere da terra e cercare finalizzazioni.
La boxe ha portato un'elaborazione eccezionale di pugni, distanza, angoli e movimento.
Quando queste competenze vengono integrate, emerge qualcosa di diverso dalle singole discipline: un sistema capace di gestire più fasi del combattimento.
E questa è anche la risposta più seria alla domanda sulla difesa personale.
La difesa personale non è un torneo nel quale devi dimostrare che la tua arte marziale è superiore a quella dell'avversario.
Il primo obiettivo è evitare lo scontro quando è possibile. Il secondo è uscire dalla situazione. Il terzo è mantenere la capacità di muoversi e creare distanza. Il quarto è non finire immobilizzati o a terra inutilmente. E bisogna considerare che una situazione reale può comprendere superfici dure, ostacoli, spazi stretti, più persone, oggetti presenti nell'ambiente e conseguenze legali completamente assenti dal ring.
Questo rende ancora più pericoloso ragionare per slogan.
“Il Muay Thai distrugge lo striker.”
“Il wrestler porta tutti a terra.”
“Il BJJ finalizza chiunque.”
Sono tutte frasi che diventano false nel momento in cui vengono trasformate da descrizioni di specializzazione in leggi universali.
Anche il concetto di “potenza dei colpi che svanisce a terra” merita una correzione. Certo, un combattente immobilizzato non può utilizzare lo stesso arsenale di quando è in piedi. Ma questo non significa che le capacità acquisite nella fase precedente diventino improvvisamente irrilevanti. Equilibrio, coordinazione, condizionamento, capacità di mantenere la calma sotto pressione e abitudine al contatto continuano ad avere valore. Semplicemente, non sostituiscono le competenze necessarie per combattere al suolo.
Questa è la distinzione che spesso manca nelle discussioni sulle arti marziali: una capacità può essere reale senza essere universale.
Un ottimo Muay Nak non è automaticamente un ottimo wrestler.
Un ottimo wrestler non è automaticamente un ottimo striker.
Un ottimo praticante di BJJ non è automaticamente competente nella gestione della distanza in piedi.
Ma un combattente che abbia sviluppato tutte queste competenze diventa naturalmente più difficile da gestire.
E qui la questione smette finalmente di essere “Muay Thai contro wrestling”.
Diventa una questione di adattamento.
Se il tuo avversario possiede una competenza che tu non hai, quella competenza rappresenta una possibile vulnerabilità. La risposta intelligente non consiste nel proclamare che la tua disciplina è comunque superiore. Consiste nel capire dove termina il tuo sistema e comincia il problema.
La Muay Thai non deve diventare wrestling per essere efficace.
Deve però sapere cosa succede quando incontra il wrestling.
E un wrestler non deve diventare un Nak Muay per essere efficace.
Deve però sapere cosa succede quando entra nella distanza di un Nak Muay.
Questo è il motivo per cui l'allenamento incrociato ha senso.
Non perché una disciplina sia “inutile”.
Ma perché ogni specializzazione, proprio quando diventa eccellente, rende più visibili le proprie zone d'ombra.
La vera domanda quindi non è: “Chi vincerebbe, un Muay Nak o un wrestler?”
La domanda migliore è: “Che cosa sa fare ciascuno quando l'altro gli impedisce di combattere nel modo che preferisce?”
È lì che comincia davvero il combattimento.
Cesio Endrizzi
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