Un calcio volante, una rotazione spettacolare, un avversario che attraversa una stanza dopo un solo colpo: sullo schermo funzionano perfettamente. Il pubblico capisce immediatamente chi è il combattente, chi è il nemico e chi sta vincendo. Nella realtà, però, un combattimento è molto meno leggibile. È fatto di distanza, equilibrio, tempismo, pressione, esitazioni, movimenti minimi e decisioni prese in frazioni di secondo. Quasi tutto ciò che lo rende efficace è anche ciò che lo rende poco spettacolare.
Il cinema ha quindi compiuto una trasformazione curiosa: non si è limitato a rappresentare le arti marziali. Ha contribuito a costruire l'idea popolare di che cosa debba essere un'arte marziale.
Il problema non è il calcio alto in sé. Un calcio può essere efficace. Il problema nasce quando lo spettatore confonde la spettacolarità di un movimento con la sua utilità universale. Sullo schermo un movimento ampio è immediatamente visibile. Un jab quasi non si vede. Una variazione di distanza ancora meno. Un cambio di angolo può essere decisivo e, per lo spettatore, praticamente invisibile.
Il cinema ha bisogno di gesti che la macchina da presa possa raccontare. Il combattimento reale non ha questa esigenza.
Per questo il cinema tende a privilegiare movimenti grandi, fluidi e riconoscibili. Una rotazione occupa l'inquadratura. Un calcio alla testa produce una traiettoria che il pubblico può seguire. Una caduta attraverso un tavolo comunica istantaneamente che qualcuno è stato sconfitto.
Nella realtà, invece, la distanza tra due combattenti può ridursi fino a pochi centimetri. I colpi diventano corti. Le mani controllano, spingono, afferrano. Il peso cambia continuamente da una gamba all'altra. L'equilibrio diventa una risorsa. Il combattimento può trasformarsi in una lotta per la posizione prima ancora che qualcuno riesca a portare un colpo realmente significativo.
È molto meno elegante.
Ed è proprio per questo che il cinema tende a nasconderlo.
Lo stesso vale per il celebre combattimento contro dieci avversari. È una delle convenzioni più longeve del cinema d'azione: l'eroe entra in una stanza, dieci uomini lo circondano e, invece di aggredirlo contemporaneamente, sembrano rispettare una misteriosa fila d'attesa.
Uno attacca.
L'eroe lo neutralizza.
Il secondo aspetta.
Poi arriva il terzo.
È una regola narrativa, non una descrizione realistica della dinamica di gruppo.
Quando gli avversari sono più di uno, il problema non consiste semplicemente nel moltiplicare per dieci la difficoltà del combattimento. Cambia completamente la geometria della situazione. Ogni persona aggiuntiva introduce nuove direzioni, possibilità di accerchiamento, ostacoli e interferenze. Cadere a terra può diventare particolarmente problematico. Lo spazio disponibile può diventare più importante della tecnica utilizzata.
La risposta più intelligente, in un contesto reale, spesso non è dimostrare di essere il combattente migliore della stanza. È evitare di combattere.
Questa è un'altra cosa che il cinema tende a nascondere perché distrugge la scena.
L'eroe non può semplicemente correre via. Deve restare.
Lo stesso problema appare con le armi. Sullo schermo un coltello diventa spesso un oggetto coreografico: l'aggressore attacca, l'eroe controlla il polso, applica una leva, disarma l'avversario e la scena termina.
Nella realtà una lama non ha bisogno di produrre una grande scena. Basta un movimento piccolo e rapido.
Per questo il problema delle tecniche di disarmo non può essere ridotto alla domanda «questa presa funziona?». La domanda più importante è quale sia il costo dell'errore. Una tecnica che richiede precisione assoluta sotto stress può apparire eccellente durante una dimostrazione controllata e diventare estremamente problematica quando l'altra persona resiste, si muove in modo imprevedibile o possiede realmente un'arma.
Il cinema elimina quasi sempre questa parte: il rischio.
E lo elimina anche quando mostra combattimenti a terra.
Per molto tempo il cinema d'azione ha preferito il combattente in piedi perché è immediatamente riconoscibile. Due persone che si colpiscono in piedi permettono di costruire una scena. Due persone che lottano per ottenere una posizione dominante sul pavimento producono invece una sequenza molto più difficile da leggere per chi non conosce il grappling.
Eppure wrestling, grappling e Brazilian Jiu-Jitsu hanno dimostrato quanto siano importanti il controllo della posizione, le proiezioni, le prese e il combattimento a terra nelle competizioni moderne di arti marziali miste.
Ma anche qui bisogna evitare il mito opposto.
Il fatto che il grappling sia fondamentale nelle MMA non significa che un combattimento reale debba necessariamente finire a terra. Le MMA sono uno sport con regole, un arbitro, un ambiente specifico e un solo avversario. La strada è un ambiente completamente diverso.
Il vero errore, quindi, è cercare una singola disciplina capace di spiegare ogni situazione.
Ed è precisamente qui che il cinema crea il suo effetto più potente.
Non insegna soltanto tecniche sbagliate.
Insegna aspettative sbagliate.
Lo spettatore impara che il combattente migliore è quello che conosce più mosse. Che una tecnica complessa sia necessariamente superiore a una semplice. Che un maestro possa affrontare contemporaneamente molti avversari. Che una persona esperta possa neutralizzare facilmente un'arma. Che il combattimento sia ordinato. Che esista sempre una tecnica appropriata per ogni situazione.
La realtà è molto meno rassicurante.
Il combattimento reale non garantisce che la tecnica migliore vinca. Il peso conta. La sorpresa conta. Il terreno conta. La distanza conta. La preparazione fisica conta. L'ambiente conta. Il numero degli avversari conta. E soprattutto conta la capacità di riconoscere rapidamente una situazione che non dovrebbe diventare un combattimento.
Paradossalmente, il cinema ha quindi fatto contemporaneamente due cose opposte.
Ha falsificato enormemente la percezione delle arti marziali.
E le ha rese enormemente più popolari.
Bruce Lee ha contribuito a trasformare le arti marziali in un fenomeno culturale globale. Poi sono arrivati The Karate Kid, i film di Hong Kong, gli action movie degli anni Ottanta e Novanta, fino a produzioni come The Matrix. Ogni generazione ha ricevuto una nuova versione cinematografica del combattente ideale.
Molte persone sono entrate in una palestra proprio perché avevano visto qualcosa sullo schermo.
E questo è il paradosso finale.
Il cinema può mentire sulla realtà del combattimento e, nello stesso tempo, dire una verità sulle arti marziali: può essere sufficiente un'immagine potente per convincere una persona a cominciare.
Poi, se rimane abbastanza a lungo, quella persona scopre la differenza.
Scopre che la tecnica spettacolare richiede anni per essere eseguita bene. Che il condizionamento fisico conta. Che la distanza è più importante dell'estetica. Che un movimento semplice può essere molto più difficile da eseguire sotto pressione di una combinazione cinematografica. Che cadere, respirare, mantenere l'equilibrio e controllare la paura sono problemi molto più concreti di quanto suggerisca una coreografia.
Alla fine il cinema non è necessariamente il nemico delle arti marziali.
È il loro più grande pubblicitario e, contemporaneamente, uno dei loro più grandi falsificatori.
Ti vende il sogno.
La palestra ti presenta il conto.
Cesio Endrizzi
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