La figura del guerriero Apache è stata trasformata dal cinema in qualcosa di abbastanza semplice: un uomo a cavallo, armato di fucile o arco, lanciato all'inseguimento di soldati americani attraverso il deserto.
La realtà era molto più interessante.
E anche molto meno romantica.
Prima di tutto, bisogna smontare una delle affermazioni più sorprendenti del testo: gli Apache non erano semplicemente uomini a piedi che rubavano cavalli per poi mangiarseli dopo averli sfruttati fino allo sfinimento.
Il cavallo trasformò profondamente la società e la guerra Apache. Il National Park Service ricorda che, dopo averlo acquisito dagli Spagnoli, gli Apache divennero eccellenti cavalieri e che il cavallo consentì loro di compiere razzie su distanze molto maggiori, cacciare più efficacemente e trasportare carichi e accampamenti.
Questo non significa però che combattessero necessariamente come i Comanche.
Ed è qui che la distinzione diventa importante.
Il cavallo era mobilità.
Non necessariamente il luogo dal quale combattere.
Un guerriero poteva utilizzare il cavallo per attraversare rapidamente enormi distanze, trasportare equipaggiamento, effettuare una razzia o sottrarsi a un inseguitore e poi combattere a terra.
Questo è perfettamente compatibile con il modo in cui gli Apache condussero molte delle loro guerre.
Le guerre Apache non furono caratterizzate principalmente da grandi battaglie campali. Il National Park Service sottolinea che gli scontri aperti furono relativamente pochi e che imboscate, sorpresa, terreno elevato e ritirate erano elementi ricorrenti della loro condotta di guerra.
E qui compare la vera arma strategica del guerriero Apache: la possibilità di decidere quando lo scontro doveva cominciare e quando doveva finire.
Immaginiamo un reparto di cavalleria statunitense che attraversa un passaggio montano.
I soldati hanno cavalli, armi, munizioni, acqua, viveri e una catena logistica.
Gli Apache conoscono il terreno.
Non devono necessariamente distruggere l'intero reparto.
Devono creare una situazione nella quale il reparto perde il vantaggio.
È esattamente ciò che accadde ad Apache Pass nel 1862.
Cochise e Mangas Coloradas disponevano di circa 150 guerrieri. Gli Apache avevano osservato l'avvicinamento della colonna statunitense e sfruttarono il terreno, organizzando un'imboscata contro la parte posteriore della colonna. Successivamente occuparono posizioni fortificate sulle alture intorno alla sorgente e sfruttarono il terreno dominante e la copertura naturale.
Non era una gara a chi fosse il guerriero più coraggioso.
Era una questione di posizione.
La colonna americana doveva raggiungere l'acqua.
Gli Apache sapevano dove sarebbe dovuta passare.
Avevano il terreno alto.
Avevano copertura.
Avevano sorpresa.
E avevano armi da fuoco comparabili a quelle dei soldati.
Questa è guerra asimmetrica nel suo senso più elementare: non accettare le condizioni nelle quali l'avversario è più forte.
Se il nemico dispone di una massa superiore, non gli regali una battaglia frontale.
Se possiede una cavalleria superiore, non gli offri necessariamente terreno aperto.
Se ha bisogno di acqua, osservi la strada che conduce all'acqua.
Se deve inseguirti, trasformi l'inseguimento in un problema logistico.
È molto più intelligente del semplice "combattere bene".
E spiega anche perché il corpo a corpo non fosse necessariamente il centro della guerra Apache.
Non perché gli Apache fossero incapaci di combattere da vicino.
Ma perché un combattimento ravvicinato volontario elimina molti dei vantaggi che una forza numericamente inferiore può sfruttare.
A distanza ravvicinata contano brutalmente forza, numero, equipaggiamento, protezione e capacità di sostenere lo scontro.
A distanza maggiore diventano decisive altre variabili: terreno, sorpresa, osservazione, movimento e possibilità di ritirarsi.
Un guerriero che riesce a colpire e poi scomparire non ha bisogno di dimostrare di essere il miglior uomo del continente nel combattimento corpo a corpo.
Ha già risolto il problema.
E c'è un'altra componente fondamentale: la resistenza fisica e la capacità di muoversi attraverso un territorio difficile.
Ma anche qui il testo originale esagera quando presenta come fatto consolidato la storia dei ragazzi costretti a correre con l'acqua in bocca e la distanza standard di 50-75 chilometri al giorno.
Sono racconti affascinanti, ma non vanno trasformati automaticamente in dati fisiologici certi.
Ciò che è molto meglio documentato è l'importanza del movimento e della conoscenza del terreno.
Le campagne contro gli Apache mostrarono ripetutamente quanto fosse difficile inseguirli nel loro ambiente. La documentazione del National Park Service descrive, per esempio, casi nei quali le forze statunitensi furono ostacolate dal terreno e dalle tattiche Apache e dovettero interrompere l'inseguimento.
E qui arriva il vero paradosso.
Il guerriero Apache non aveva bisogno di essere più veloce del cavallo.
Aveva bisogno di essere più difficile da trovare, seguire e catturare.
Il cavallo diventava quindi parte di un sistema più ampio.
Poteva fornire velocità quando serviva.
Poteva trasportare il guerriero.
Poteva permettere una razzia e una fuga.
Poteva essere catturato al nemico.
Ma il combattente non era necessariamente vincolato all'animale.
Questa flessibilità distingueva anche gli Apache da altre culture equestri delle Grandi Pianure.
I Comanche, per esempio, costruirono una forma di guerra nella quale il combattimento a cavallo ebbe un'importanza eccezionale. Il National Park Service li descrive come specialisti della guerra montata, capaci di sfruttare velocità e manovrabilità del cavallo in modo straordinario.
L'Apache rappresenta invece un altro modello.
Il cavallo aumenta la mobilità; il terreno moltiplica la sopravvivenza.
E questo spiega perché il corpo a corpo sia una parte relativamente poco importante dell'immagine reale del combattente Apache.
Non perché il guerriero fosse un codardo.
Al contrario: la guerra Apache poteva essere estremamente aggressiva.
Il National Park Service osserva che i Chiricahua praticavano da lungo tempo le razzie e che queste potevano comprendere cattura di bestiame, cibo, armi e munizioni, oltre a rapimenti e uccisioni.
Il punto non era evitare il combattimento.
Era evitare il combattimento inutile.
Questa differenza è enorme.
Un combattente inesperto pensa spesso alla guerra come alla domanda: quanto sono bravo a combattere?
Un combattente esperto deve invece chiedersi:
Devo combattere?
Dove?
Quando?
Per ottenere cosa?
E soprattutto: cosa succede se non combatto?
Questa è una mentalità molto più sofisticata.
Ed è probabilmente la ragione per cui le campagne contro gli Apache furono tanto difficili.
L'esercito statunitense poteva conquistare un terreno.
Ma conquistare un terreno non significa necessariamente catturare gli uomini che lo conoscono.
Poteva occupare un villaggio.
Ma il nemico poteva essere già altrove.
Poteva mandare la cavalleria all'inseguimento.
Ma l'inseguimento stesso consumava uomini, cavalli, acqua e rifornimenti.
La guerra diventava quindi una partita nella quale l'Apache poteva vincere anche senza "vincere una battaglia".
Questa è forse la parte più interessante della storia.
Il guerriero Apache non era semplicemente un uomo con un arco, un fucile e un cavallo.
Era l'elemento mobile di un sistema che sfruttava informazione, territorio, sorpresa, resistenza e selezione dello scontro.
E il cavallo era uno degli strumenti di quel sistema, non necessariamente il sistema stesso.
Quando serviva velocità, veniva usato.
Quando il terreno richiedeva discrezione o movimento a piedi, il guerriero poteva abbandonarlo.
Quando un'imboscata offriva un vantaggio, il combattimento iniziava.
Quando il vantaggio scompariva, la ritirata non rappresentava necessariamente una sconfitta.
Era semplicemente un'altra decisione tattica.
In questo senso, la risposta alla domanda iniziale è molto meno spettacolare di quella cinematografica.
Gli Apache non erano principalmente cavalieri o principalmente combattenti corpo a corpo. Erano guerrieri estremamente adattabili, e il loro modo di combattere cambiava con il terreno, l'obiettivo e l'avversario.
Il vero vantaggio non consisteva nell'essere più forti dell'esercito che li inseguiva.
Consisteva nel rendere difficile all'esercito combattere alle proprie condizioni.
Ed è una lezione militare vecchia quanto la guerra stessa:
se puoi scegliere il terreno, il momento e la distanza dello scontro, hai già modificato metà della battaglia prima ancora di sparare il primo colpo.
Cesio Endrizzi
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