C'è una domanda che torna ciclicamente quando si parla di Kajukenbo: ma questa arte marziale si basa davvero sui punti di pressione? La risposta breve è no. E già questa risposta permette di eliminare una delle tante nebbie che circondano le arti marziali quando la leggenda comincia a sostituire la tecnica.
Il Kajukenbo non nasce come un sistema di specialisti del corpo umano intenti a studiare con una lente d'ingrandimento qualche centimetro misterioso del collo, della mano o del volto. Nasce alle Hawaii nel 1947, in un ambiente nel quale alcuni praticanti decisero di mettere insieme competenze differenti per costruire qualcosa che avesse una funzione precisa: combattere e difendersi.
Il nome stesso è praticamente un programma: Karate, Judo e Jujutsu, Kenpo e Boxing. KA-JU-KEN-BO. Non una disciplina pura, non una genealogia incontaminata, non la ricerca della tecnica perfetta tramandata attraverso generazioni di maestri. Una fusione.
Ed è proprio qui che il Kajukenbo diventa interessante.
Perché la sua logica è molto meno esotica di quanto spesso si racconti. Se una tecnica funziona, può essere utilizzata. Se non funziona quando l'avversario si muove, resiste, colpisce e non collabora, allora bisogna modificarla o eliminarla.
È un concetto quasi banale. Ma nelle arti marziali è tutt'altro che banale.
Gran parte della storia delle discipline da combattimento è infatti attraversata da una domanda: quanto di ciò che pratichiamo funziona davvero quando l'altro essere umano non vuole collaborare?
Nel dojo l'avversario può essere un compagno. Nella realtà è un problema.
E il problema non sta fermo.
Non presenta il polso nella posizione esatta. Non aspetta che tu completi la sequenza. Non mantiene la distanza ideale. Non cade perché hai eseguito perfettamente una tecnica. Non ha alcun interesse a rispettare la coreografia.
È qui che entra la filosofia del Kajukenbo.
I punti vulnerabili esistono, naturalmente. Occhi, gola, mandibola, articolazioni, ginocchia e altre zone del corpo possono essere bersagliate in una situazione di combattimento. Ma questo non significa che il Kajukenbo sia una specie di agopuntura aggressiva.
Il punto di pressione, quando compare, è un bersaglio.
Non è il sistema.
La differenza è enorme.
Un combattente può sapere che una determinata zona è vulnerabile senza costruire tutta la propria strategia sulla capacità di colpirla con precisione chirurgica. In una situazione dinamica, la priorità diventa spesso molto più concreta: creare spazio, rompere l'equilibrio, colpire, controllare, proiettare, uscire.
Non serve conoscere cento punti segreti del corpo se non riesci a raggiungere l'avversario.
E soprattutto non serve conoscerli se il tuo metodo presuppone che l'avversario rimanga immobile abbastanza a lungo da permetterti di utilizzarli.
Questo è uno dei motivi per cui il Kajukenbo è più interessante quando lo si osserva come sistema di combattimento integrato anziché come catalogo di tecniche.
Il Karate porta la percussione e la struttura dei colpi. Il Kenpo aggiunge combinazioni rapide e una particolare attenzione alla continuità dell'azione. Judo e Jujutsu introducono proiezioni, leve, controllo e lavoro sul corpo dell'avversario. La componente pugilistica porta una logica ancora più evidente di distanza, movimento e colpi concatenati.
Non significa che ogni scuola Kajukenbo pratichi queste componenti nello stesso modo o con lo stesso peso. Significa che l'idea originaria è quella di non essere prigionieri di una sola grammatica.
Ed è proprio questo il contrario della ricerca della tecnica miracolosa.
Una delle illusioni più resistenti nelle arti marziali è quella della soluzione definitiva. Il colpo segreto. Il punto preciso. La leva che funziona contro chiunque. La tecnica talmente raffinata da rendere irrilevanti forza, velocità, peso, aggressività e imprevedibilità dell'avversario.
La realtà è meno elegante.
Un essere umano che ti aggredisce non è un manichino anatomico.
Ha adrenalina. Paura. Rabbia. Movimento. Peso. Istinto. E soprattutto ha un cervello che reagisce a quello che fai.
Per questo un sistema realistico tende a privilegiare strumenti che continuano a funzionare anche quando l'esecuzione non è perfetta.
È una differenza fondamentale.
La tecnica ideale è quella che funziona quando tutto va bene.
La tecnica robusta è quella che conserva una parte della propria efficacia quando qualcosa va male.
E in un combattimento qualcosa andrà male.
La distanza sarà sbagliata. Il colpo non arriverà dove volevi. L'avversario si muoverà in modo inatteso. Perderai l'equilibrio. Entrerai troppo vicino. Oppure troppo lontano. Ci sarà magari una seconda persona. Ci sarà un muro. Una macchina. Un pavimento bagnato. Un marciapiede. Una porta.
Il combattimento reale non è un tatami.
Questa è probabilmente la lezione più interessante contenuta nella nascita del Kajukenbo.
Non la presunta conoscenza di qualche misterioso punto anatomico, ma l'idea di combinare strumenti differenti per affrontare condizioni differenti.
E questa logica permette anche di capire perché il Kajukenbo abbia avuto una storia così particolare.
I suoi fondatori, conosciuti come la Black Belt Society, non provenivano tutti dalla stessa tradizione. Erano praticanti di discipline diverse che lavorarono insieme alla costruzione del sistema. Il risultato fu inevitabilmente ibrido.
Per alcuni puristi, "ibrido" è quasi una parolaccia.
Per chi ragiona in termini funzionali, può essere invece un vantaggio.
La natura non combatte secondo lo stile.
Un pugno non diventa meno efficace perché proviene dalla boxe anziché dal Karate. Una proiezione non diventa meno reale perché qualcuno l'ha classificata come Judo. Un controllo articolare non perde la propria meccanica perché è stato chiamato Jujutsu.
Le etichette servono agli esseri umani.
Il corpo dell'avversario non le conosce.
Ed è qui che il Kajukenbo presenta una caratteristica che lo avvicina, almeno filosoficamente, a molte altre esperienze moderne di combattimento: la contaminazione può diventare uno strumento di verifica.
Se sai soltanto colpire, prima o poi incontri qualcuno che sa entrare nella tua distanza e portarti a terra.
Se sai soltanto proiettare, puoi incontrare qualcuno che non ti permette di afferrarlo.
Se sai soltanto lavorare a terra, puoi scoprire che il pavimento non è sempre il posto nel quale vuoi finire.
Se conosci soltanto una tecnica, basta impedirti di eseguirla.
La pluralità non garantisce automaticamente efficacia. Questo è altrettanto importante. Un sistema può accumulare cento tecniche e diventare soltanto un'enciclopedia inutilizzabile.
La quantità non è qualità.
Il vero problema è l'integrazione.
Avere strumenti differenti è utile soltanto se il praticante sa passare dall'uno all'altro senza congelarsi quando la situazione cambia.
E qui torniamo ai punti di pressione.
Perché colpire una zona vulnerabile può essere perfettamente sensato. Ma se per raggiungerla devi eseguire una procedura complessa che richiede condizioni ideali, quella conoscenza anatomica vale molto meno di quanto suggerisca il manuale.
Il corpo umano è pieno di punti vulnerabili.
Il problema è arrivarci.
Questa frase dovrebbe essere appesa all'ingresso di parecchi dojo.
Non perché la precisione sia inutile. Al contrario: precisione, anatomia, timing e conoscenza dei bersagli sono importanti. Ma devono essere inseriti dentro una struttura più grande.
Prima viene la situazione.
Poi la distanza.
Poi il controllo.
Poi la tecnica.
E soprattutto viene la capacità di adattarsi quando la tecnica prevista non funziona.
È questa, alla fine, la differenza tra studiare un'arte marziale come una collezione di movimenti e studiarla come un sistema.
Il Kajukenbo non promette necessariamente una scorciatoia anatomica attraverso la quale un piccolo punto nascosto del corpo possa risolvere qualsiasi combattimento.
La sua idea originaria è molto più brutale e molto più interessante: prendere strumenti diversi, provarli, combinarli e cercare di costruire una risposta che non dipenda da una sola soluzione.
Non è magia.
È ingegneria del combattimento.
E forse è proprio questo il motivo per cui la domanda sui punti di pressione parte da una premessa sbagliata.
La questione non è se il Kajukenbo conosca i punti vulnerabili.
Li conosce.
La questione è se quei punti costituiscano il cuore del sistema.
E la risposta è no.
Il cuore è altrove: nella combinazione, nella continuità, nella capacità di colpire, controllare, proiettare e adattarsi quando l'altro non collabora.
Perché alla fine tutte le arti marziali devono affrontare la stessa domanda, anche quando preferiscono evitarla.
Cosa rimane della tua tecnica quando dall'altra parte non c'è più un compagno che collabora, ma qualcuno che vuole impedirti fisicamente di farla?
Cesio Endrizzi
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