domenica 13 gennaio 2013
Perchè il wing chun viene poco considerato nelle Mixed Martial Arts?
sabato 5 gennaio 2013
In aumento le aggressioni sulle donne, il 56,7% da parte di compagni e mariti
Funzionano i corsi di difesa personale femminile?
In risposta a questa dilagante paura sono sorti una miriade di corsi di difesa personale che in un modo più o meno serio dovrebbero garantire a tutti una possibilità di protezione senza aiuti esterni.
In questo modo ogni istruttore aveva la presunzione di essere in grado di insegnare la difesa personale, forte del bagaglio tecnico della propria arte e di qualche tecnica presa a prestito soprattutto dai corsi di Jujutsu.
Questi corsi venivano e vengono ancora oggi creati senza nessun criterio o programmazione logica, semplicemente il maestro di turno si limita a proporre una versione minimale di un normale allenamento di arti marziali, senza formalità e con sole tecniche di leva.
Infatti le tecniche vengono provate principalmente con le compagne di corso, curando i dettagli tecnici nei particolari; chi subisce l'attacco deve riuscire a liberarsi, infatti l' aggredita ne esce sempre vincente!
L'istruttore accondiscendente verso le sue allieve paganti, infonde loro l'illusione che tutti possono difendersi da tutti, e se una ragazza non riesce ad applicare una tecnica la sua risposta è sempre la stessa; devi allenarsi ancora.
La cattiva notizia è che corsi come quello descritto qui sopra sono ancora la prassi.
Le donne si sentono incapaci di affrontare uno scontro aggressivo, non importa se per una rapina, per uno stupro o semplicemente per una lite.
Vogliono essere anche loro in grado di tener testa ad un aggressore, vogliono sconfiggere la loro paura imparando tecniche di combattimento.
Quasi sicuramente non ha mai subìto una vera aggressione, ma sente di non sapere proprio cosa fare se dovesse accadere.
Magari già subendo qualche scherzo un po' pesante di qualche amico si è sentita impotente perchè è stata immobilizzata senza difficoltà, oppure si sente molto a disagio quando deve spostarsi da sola e uno sconosciuto la fissa.
Quindi decide che deve imparare a difendersi, a farsi valere, ad essere in grado di "tenere testa a un'uomo".
L'idea atechisce fino a quando con questa convinzione in testa, inizia a cercare un corso di difesa personale femminile: nella stragrande maggioranza dei casi lei non sa nulla di arti marziali, nè le interessa approfondire l'argomento; forse qualche suo amico pratica kick boxing, ma racconta sempre di "quante botte ci si scambia", di quanti allenamenti pesantissimi e quanta dedizione serve!
Invece a lei non interessa questo, non vuole tornare a casa coi lividi e poi non ha nessuna intenzione di fare incontri su di un ring: cerca qualcosa di diverso diretto, veloce e semplice.
Ma alla nostra allieva questa pratica piace, si diverte, conosce gente nuova e ci sta proprio bene in quest'ambiente rilassato; addirittura riesce anche a sfogare lo stress quotidiano.
A questo punto è solo questione di tempo e presto o tardi qualche amico le chiederà di fargli vedere cosa sta imparando e lui sentendosi sfidato nell'orgoglio opporrà resistenza alle sue tecniche fantasiose, riuscendo ad evitarle abbastanza in fretta.
Comunque non infierirà perchè sono amici, lei ci riderà sopra perchè "sta ancora imparando" e perchè alla fine si sta tutti scherzando!
E con la consapevolezza che se avesse tentato una reazione, sarebbe stata colpita con ancora più violenza.
Ma quanti di noi (uomini o donne) sono realmente in grado di sostenere un'aggressione violenta o hanno anche solo una pallida idea dello stato psicologico in cui si troverebbero nel subirla?
Come si può far credere che un corso di poche lezioni, in un clima rilassato e piacevole e con compagni collaborativi possa avvicinarsi anche lontamente alla ferocia di qualcuno che vuole farci del male a tutti i costi?
E con quale coraggio si può illudere i propri allievi/e che sia più efficace un corso simile, per quanto focalizzato, rispetto ad anni di allenamento serio ed esperienza nello scontro anche solo sportivo?
Purtroppo alla gente piace l'idea di praticare la difesa personale, di sapersi difendere da chi ci aggredisce: purtroppo però senza lo sviluppo della nostra aggressività, la preparazione fisica e mentale allo scontro e la volontà di fare del male, c'è poco da illudersi.
Provate per gioco a farvi "aggredire" da un amico, magari armato di un pennarello per simulare un coltello o di un bastone di plastica; mettevi pure tutte le protezioni del caso (caschetto, corpetto etc.) se preferite, e chiedetegli di aggredirvi solo quando non ve lo aspettate e siete quindi impreparati, colpendovi o lottando quasi al 100%.
Una persona che si allena quotidianamente al combattimento già si troverebbe in difficoltà in una situazione del genere se colta di sorpresa: una ragazza di 1.60 e senza nessuna cattiveria dentro, soccomberà praticamente sempre, senza tema di smentite lo diciamo.
Molti quotati corsi di Krav Maga poi, propongono poi addirittura tecniche di difesa a mani nude da aggressioni con coltelli e persino pistole! Dire che sia un poco più di un gioco è poco.
Difendersi da un coltello è una cosa improbabile: dovrete dimenticarvi di ogni attacco telefonato provato con un compagno collaborativo, che lento e stiloso vi permetteva quel bel disarmo visto in palestra, chi attacca con un coltello non è un'idiota e basta il primo taglio anche superficiale per farci perdere tutta la voglia di ricorrere a tecniche complicate.
A quanti di voi è mai capitato di tagliarsi con un foglio di carta?
E cosa pensate dell' idea di vedere il vostro sangue colarvi addosso dopo un colpo con una lama vera?
Dal coltello non ci si difende, e l'unica reazione che può avere una persona media è quella di tentare di parare le stoccate con le mani fino a quando ne ha la forza.
Ma siate seri, non crederete veramente che con qualche nozione di difesa personale tutte le persone che muoiono accoltellate ogni settimana se la sarebbero cavata?
Allenare la difesa da coltello vera è qualcosa di riservato a praticanti esperti disposti a mettersi in gioco per questioni diverse dall'imparare a difendersi, e anche in quel caso non vi è una garanzia di riuscire a cavarsela.
Contro un'aggressore che sa usare il coltello, non c'è il minimo scampo, accettiamolo.
Le tecniche che vengono proposte in giro prevedono sempre e sottolieniamo sempre che l'aggressore sia tanto stupido da puntarvi la pistola a bruciapelo, un pò come se un arciere tendesse il suo arco con la punta della freccia a 10 centimetri da voi.
Siamo i primi a dire che, con una pistola puntata molto vicina è paradossalmente più facile difendersi rispetto ad un coltello, perchè la pistola è pericolosa quasi solo lungo la linea di tiro. Ma tutte quelle tecniche che prevedono il disarmo, persino il blocco del meccanismo di percussione (!!!) visto in innumerevoli film, senza prima spostarsi dalla linea di tiro e colpire pesantemente, sono buone giusto per i film di John Woo e di Jet Li.
Tutto questo può avere un suo senso, non lo neghiamo. Ma di sicuro è improponibile per il target di persone a cui questi corsi sono indirizzati ovvero semplici civili impauriti dalla delinquenza e per nulla abituati al dolore e al confronto.
Nessun sistema per quanto blasonato, militaresco, pubblicizzato o tenuto da "veri esperti soldati di elite" ha realmente efficacia per la ragazza media vestita fashion con nessuna voglia di allenarsi duro e soprattutto costantemente.
E chiaramente, nemmeno per il ragazzo timido che rifugge la violenza.
In un solo weekend, in un ambiente simulato e consapevoli di cosa si sta provando, si riesce effettivamente a mantenere il controllo dell'auto che sbanda; ma chi vi garantisce che a distanza di un anno,in una gelida mattina invernale, assonnati e per nulla concentrati riuscirete a fare lo stesso in strada?
Vi è però una differenza sostanziale nella gestione di un'auto che comunque guidiamo tutti i giorni (e che quindi ci è familiare) rispetto ad una situazione di aggressione che magari ci accade una sola volta nella vita.
Il fatto che più o meno tutti sappiano guidare un'auto deriva dalla necessità di farlo regolarmente, per cui anche il meno portato prima o poi impara a gestire freno, marce ed accelleratore. Non vi è nessuna ragione invece di credere che un corso breve di difesa ci renda familiari tecniche, stati d'animo e consapevolezza di situazioni che non si sono mai nemmeno provate.
Solo ripetendo costantemente delle meccaniche di movimento e atteggiamenti mentali, è possibile renderle applicabili anche quando la nostra capacità di pensare è bloccata dallo shock.
Una persona violenta si "allena" ogni giorno a suo modo, vive nella violenza e nella mancanza di rispetto e regole, conosce i modi migliori per aggredire (in qualsiasi senso) la sua vittima prescelta perchè li testa costantemente; è con ogni probabilità molto più preparato di noi a gestire la paura perchè ci vive a stretto contatto, o a combattere realmente perchè lo ha fatto più volte e senza nessuna regola.
Non è onesto illudere una persona di 50 chili che basti ripetere un centinaio di volte un movimento per poter aver ragione di un individuo simile, che quasi sicuramente sarà più grosso e aggressivo di lei.
Non abbiamo detto questo, ma di sicuro non grazie a questi corsi (e probabilmente nemmeno ad altri più seri).
Non voglio parlare per assoluti, ma lascio al buonsenso di ciascuno la risposta.
Quante probabilità ha una gazzella inesperta di sfuggire all'attacco di una leonessa?
Ma quante probabilità ha una gazzella in piena forma e sempre all'erta?
La natura ha dotato la leonessa di un vantaggio fisico enorme: in uno scontro diretto, la gazzella non ha la minima possibilità di cavarsela. Ma per sua fortuna ha dotato la gazzella di altre doti per difendersi, la più importante delle quali è la capacità di prevenire gli attacchi dei predatori stando perennemente sul chi va là, e come ultima risorsa una maggior velocità per un lasso di tempo maggiore.
Senza scomodare le armi da fuoco, un coltello può far desistere un delinquente che non ha intenzione di rischiare lui stesso la pelle.
Ma naturalmente girare con un coltello sempre a portata di mano non è legale e non ci rende migliori dei personaggi dai quali dovremmo difenderci; Inoltre può avere conseguenze dagli esiti incerti anche nei confronti delle persone che frequentiamo.
Chi volesse approfondire tecniche di combattimento, semplici o no, tradizionali o pragmatiche, pratiche o teoriche, dovrebbe rassegnarsi a frequentare costantemente un' arte marziale a contatto pieno, accettando i lividi, gli infortuni e lo sviluppo di quell'aggressività (istinto omicida) che poi sarà la chiave vincente in una situazione estrema.
venerdì 4 gennaio 2013
Buddhaghosa
- Kankhāvitaranī, un commentario del Pātimokkha del Vinaya Piṭaka;
- Sumangalavilāsini, un commentario del Dīgha Nikaya;
- Papañcasūdanī, un commentario del Majjhima Nikaya;
- Sāratthappakāsinī, un commentario del Saṃyutta Nikaya;
- Manorathapūraṇī, un commentario dell'Aṅguttara Nikaya;
- Dhammapadaṭṭhakathā, un commentario del Dhammapada;
- Jātakaṭṭhakathā, un commentario delle Jātaka;
- Paramatthajatikā, un commentario del Kuddakapātha e del Suttanipāta del Khuddaka Nikaya;
- Atthasāliṇi, sul Dhammasaṅganī dell'Abhidhamma Piṭaka;
- Sammohavinodanī, sul Vibhaṅga dell'Abhidhamma Piṭaka;
- Pañcappakaraṇaṭṭhakathā, sugli altri cinque libri dell'Abhidhamma Piṭaka;
- Visuddhimagga, il Sentiero per la purificazione, un commentario basato sul Rathavinīta Sutta (la staffetta dei carri) del Majjhima Nikaya (sutta numero 24), considerata l'opera di Buddhagosa più preziosa e la fonte extracanonica più autorevole dell'ortodossia Theravāda.
giovedì 3 gennaio 2013
IL TAI CHI NON È UNA FAVOLA, MA QUASI NESSUNO LO SA USARE
Basta con le due tifoserie. Da una parte i cultori del Tai Chi che vi raccontano di anziani capaci di scaraventare via un energumeno con un movimento del mignolo, dall'altra i praticanti di arti marziali "vere" che ridono del Tai Chi come di ginnastica per pensionati. Entrambi sbagliano, e sbagliano nello stesso modo: parlano di una cosa che non conoscono. La verità è più scomoda, più grigia e infinitamente più interessante, e merita di essere raccontata senza sconti.
Partiamo dal fatto nudo, quello che i detrattori non vogliono sentire. Il Tai Chi, nella sua forma autentica, è un'arte marziale. Non un'arte marziale simbolica, non una coreografia, non una metafora del combattimento: un sistema di combattimento a tutti gli effetti, costruito su leve, meccanica del corpo, radicamento, assorbimento della forza e reindirizzamento dell'energia dell'avversario. Chi lo riduce a ginnastica da parco non ha mai visto un praticante che lo sappia applicare. E il praticante che lo sa applicare esiste, è raro, e quando lo incontri ti cambia l'idea che hai del combattimento.
Prendete il caso di chi, da giovane, si allenava nella boxe e nel bodybuilding, si trovava bene nello sparring con i praticanti di Taekwondo, e un giorno si è ritrovato in un garage davanti a un maestro di Tai Chi e Ba Gua. Lui: un metro e ottantotto, centonove chili, giovane, forte, con jab e diretti che partivano come fucilate. L'altro: un metro e settantacinque, settantasette chili, più vecchio, più leggero, apparentemente fuori scala. Eppure il maestro lo ha controllato completamente. Diverse volte lo ha spinto facendolo volare fuori dalla porta del garage, e non contro il muro: fuori dalla porta aperta. Pensateci. Per mandare in strada un sollevatore di pesi di centonove chili che tira jab e diretti, e farlo finire esattamente nello spazio aperto anziché contro la parete, serve una precisione biomeccanica che non si improvvisa. Serve aver capito come si sposta il centro di gravità dell'altro, come si intercetta la sua forza, come si usa la sua spinta per amplificarla e reindirizzarla. Non è magia: è leva. È la stessa meccanica che un campione di jiu-jitsu brasiliano usa a terra, applicata in piedi. La fisica non cambia: cambia solo l'asse.
E qui arriva la parte che fa male ai cultori. Quanti praticanti di Tai Chi sono in grado di fare questo? Pochi. Dannatamente pochi. La stragrande maggioranza degli insegnanti non ha svolto il lavoro necessario per applicare la propria arte in una situazione reale. Ha imparato le forme, le ha ripetute per anni, ha costruito una carriera sull'insegnamento della sequenza lenta e armoniosa, e non ha mai fatto sparring vero, non ha mai preso un pugno in faccia, non ha mai dovuto applicare una leva contro qualcuno che resiste e non collabora. Le forme sono la grammatica dell'arte: necessarie, indispensabili, ma non sufficienti. Uno che conosce la grammatica dell'italiano non è automaticamente capace di scrivere un articolo. E uno che conosce la forma del Tai Chi non è automaticamente capace di combattere. La differenza tra i due è la stessa che c'è tra chi recita una poesia e chi la scrive: la pratica viva, il confronto, l'errore, il dolore.
Il problema è strutturale, non individuale. Il Tai Chi è stato trasformato, nel corso del Novecento, in una pratica di salute e longevità, e questo non è un male in sé: ciò che insegnano può davvero aiutare le persone a migliorare la salute, la postura, l'equilibrio, la respirazione, la gestione dello stress. Milioni di anziani ne traggono beneficio ogni giorno, e sarebbe stupido negarlo. Ma questa trasformazione ha avuto un costo: ha svuotato l'arte del suo contenuto marziale, ha espulso il combattimento dalle palestre, ha reso l'insegnamento un fatto di coreografia e non di applicazione. E così si è creata una frattura: da una parte i maestri che sanno combattere e non insegnano quasi a nessuno, dall'altra la massa di insegnanti che insegna a tutti ma non sa combattere. I pochi che sanno applicare l'arte sono diventati un'eccezione, e le eccezioni non fanno statistica.
Allora la domanda vera è un'altra, e riguarda voi. Volete imparare il Tai Chi per la salute? Benissimo, fatelo, è una scelta rispettabile e sensata. Volete imparare il Tai Chi per combattere? Allora dovete cercare, e cercare male, perché la maggior parte di quelli che incontrerete vi venderà forme e non applicazione, e vi racconterà storie di maestri invincibili senza mai mettervi alla prova. Il Tai Chi è efficace come arte marziale? Sì, quando è vero Tai Chi, quando chi lo insegna ha fatto il lavoro, quando c'è sparring, quando c'è confronto, quando c'è sudore e non solo respirazione. No, quando è la ginnastica da parco che si spaccia per arte marziale. E la differenza non la fa la disciplina: la fa l'uomo che la pratica. Il problema non è il Tai Chi. Il problema è che quasi nessuno lo sa usare.
Cesio Endrizzi
mercoledì 2 gennaio 2013
HOLLYWOOD VI HA MENTITO SULLE ARMI: E VOI CI AVETE CREDUTO
Il problema non è che i film di arti marziali esagerino. Il problema è che voi, dopo averli visti, siete convinti di sapere come funziona un nunchaku, un sai, una katana o uno shuriken. E invece non lo sapete. Sapete come funziona la coreografia, che è un'altra cosa. Hollywood, da sempre, privilegia lo spettacolo rispetto alla fisica, e il risultato è una mitologia delle armi tradizionali che ha poco a che fare con la realtà storica e molto a che fare con il botteghino. È ora di smontarla pezzo per pezzo.
Partiamo dal nunchaku, l'arma che Bruce Lee ha reso immortale e che milioni di ragazzini hanno provato a costruire con due pezzi di legno e una catena, finendo regolarmente al pronto soccorso. Il nunchaku è un flagello agricolo modificato, e nei film viene venduto come uno strumento di combattimento fulmineo, capace di colpire con la velocità del fulmine e la potenza di una mazza. Peccato che la fisica dica altro. Il design a cerniera, quello che permette la rotazione spettacolare, fa sì che l'arma disperda la propria energia cinetica: la catena assorbe l'impatto, e il colpo arriva con molta meno forza rispetto a un semplice bastone della stessa lunghezza e dello stesso peso. Non è un dettaglio da ingegneri: è la differenza tra un'arma e un giocattolo. Aggiungete che il rimbalzo è imprevedibile, che non esiste una guardia difensiva vera, che la portata è limitata, e otterrete un oggetto che contro una lancia da campo di battaglia — la regina delle armi vere, quella con cui si sono combattute le guerre — risulta praticamente inutilizzabile. Nei film vince sempre. Nella realtà, chi lo impugna contro un avversario armato di lancia ha già perso.
Passiamo al sai, altro oggetto di culto cinematografico e fumettistico. Nei film e nei fumetti è un pugnale affilato, usato per colpire e tagliare con rapidità letale. Nella realtà storica è un manganello metallico non affilato e smussato: la punta centrale non ha filo tagliente, la punta è spesso arrotondata o piatta. Era concepito come strumento difensivo, per bloccare i colpi, intrappolare la lama della spada dell'avversario tra le sue pesanti punte metalliche e infliggere traumi da impatto. Tentare di pugnalare qualcuno con un sai è come colpire con un piede di porco: puoi provocare contusioni, puoi fratturare un osso, ma non tagli né trafiggi come con un coltello. E questa non è pedanteria: è la differenza tra capire a cosa serviva un'arma e credere a quello che il cinema ha raccontato per decenni. Il sai non è un pugnale. È una chiave inglese da combattimento, e come tale va giudicato.
Arriviamo alla katana, il mito dei miti. Sullo schermo è una super-spada indistruttibile, capace di tagliare mitragliatrici, altre lame, armature, e di conservare il filo dopo ogni scontro. Storicamente, la realtà è più complessa e più fragile. La dipendenza del Giappone da sabbia ferrosa di scarsa qualità ha costretto i fabbri a sviluppare una tecnica di piegatura complessa per rimuovere le impurità: un procedimento raffinatissimo, che creava un filo tagliente fenomenale ma rendeva la lama relativamente fragile. Una katana colpita filo contro filo contro un'altra arma o contro un'armatura dura è soggetta a scheggiarsi o spezzarsi. Non è indistruttibile: è un compromesso ingegneristico, come tutte le armi vere. E c'è un dettaglio che i fan non vogliono sentire: la katana raramente era l'arma principale di un samurai. Era un'arma secondaria di riserva, mentre l'arco e la lancia dominavano la guerra vera. Il samurai, sul campo di battaglia, non correva con la katana sguainata: usava l'arco da lontano, la lancia da vicino, e la spada quando le altre opzioni erano esaurite. Il mito della katana come arma suprema è un prodotto della narrazione, non della storia militare.
E poi ci sono gli shuriken, i leggendari "coltelli da lancio" che nei film uccidono all'istante e in silenzio. La realtà è quasi comica: gli shuriken sono leggeri, privi della massa necessaria per una penetrazione profonda. Erano armi tattiche di disturbo, usate per molestare, distrarre, coprire una ritirata. Lanciati contro parti esposte come il viso o le mani, causavano dolore e sanguinamento, costringendo l'avversario a indietreggiare abbastanza a lungo da permettere a chi li lanciava di fuggire o di estrarre un'arma principale. Non erano proiettili letali: erano sassolini appuntiti con un ruolo preciso, quello di rompere il ritmo dell'avversario. E il fatto che il cinema li abbia trasformati in armi di morte istantanea dice molto più sul bisogno di spettacolo di Hollywood che sulla realtà del combattimento storico.
Allora la domanda è: perché Hollywood continua a mentire? Perché la verità è noiosa e la menzogna è spettacolare. Un nunchaku che disperde energia è un nunchaku che non fa scena. Un sai smussato è un sai che non uccide. Una katana che si scheggia è una katana che delude. Uno shuriken che distrae è uno shuriken che non impressiona. Il cinema non ha bisogno della fisica: ha bisogno dell'effetto. E voi, spettatori, avete bisogno di credere che l'effetto sia reale, perché la realtà è più grigia, più fragile, più complicata. Ma la realtà è anche più affascinante, se solo avete il coraggio di guardarla: perché un'arma vera è un compromesso, un attrezzo pensato per un compito specifico, non un oggetto magico. E capire questo, forse, vi renderebbe spettatori meno creduloni e praticanti più consapevoli. Ma dubito che accadrà.
Cesio Endrizzi