mercoledì 2 gennaio 2013

 

HOLLYWOOD VI HA MENTITO SULLE ARMI: E VOI CI AVETE CREDUTO

Il problema non è che i film di arti marziali esagerino. Il problema è che voi, dopo averli visti, siete convinti di sapere come funziona un nunchaku, un sai, una katana o uno shuriken. E invece non lo sapete. Sapete come funziona la coreografia, che è un'altra cosa. Hollywood, da sempre, privilegia lo spettacolo rispetto alla fisica, e il risultato è una mitologia delle armi tradizionali che ha poco a che fare con la realtà storica e molto a che fare con il botteghino. È ora di smontarla pezzo per pezzo.

Partiamo dal nunchaku, l'arma che Bruce Lee ha reso immortale e che milioni di ragazzini hanno provato a costruire con due pezzi di legno e una catena, finendo regolarmente al pronto soccorso. Il nunchaku è un flagello agricolo modificato, e nei film viene venduto come uno strumento di combattimento fulmineo, capace di colpire con la velocità del fulmine e la potenza di una mazza. Peccato che la fisica dica altro. Il design a cerniera, quello che permette la rotazione spettacolare, fa sì che l'arma disperda la propria energia cinetica: la catena assorbe l'impatto, e il colpo arriva con molta meno forza rispetto a un semplice bastone della stessa lunghezza e dello stesso peso. Non è un dettaglio da ingegneri: è la differenza tra un'arma e un giocattolo. Aggiungete che il rimbalzo è imprevedibile, che non esiste una guardia difensiva vera, che la portata è limitata, e otterrete un oggetto che contro una lancia da campo di battaglia — la regina delle armi vere, quella con cui si sono combattute le guerre — risulta praticamente inutilizzabile. Nei film vince sempre. Nella realtà, chi lo impugna contro un avversario armato di lancia ha già perso.

Passiamo al sai, altro oggetto di culto cinematografico e fumettistico. Nei film e nei fumetti è un pugnale affilato, usato per colpire e tagliare con rapidità letale. Nella realtà storica è un manganello metallico non affilato e smussato: la punta centrale non ha filo tagliente, la punta è spesso arrotondata o piatta. Era concepito come strumento difensivo, per bloccare i colpi, intrappolare la lama della spada dell'avversario tra le sue pesanti punte metalliche e infliggere traumi da impatto. Tentare di pugnalare qualcuno con un sai è come colpire con un piede di porco: puoi provocare contusioni, puoi fratturare un osso, ma non tagli né trafiggi come con un coltello. E questa non è pedanteria: è la differenza tra capire a cosa serviva un'arma e credere a quello che il cinema ha raccontato per decenni. Il sai non è un pugnale. È una chiave inglese da combattimento, e come tale va giudicato.

Arriviamo alla katana, il mito dei miti. Sullo schermo è una super-spada indistruttibile, capace di tagliare mitragliatrici, altre lame, armature, e di conservare il filo dopo ogni scontro. Storicamente, la realtà è più complessa e più fragile. La dipendenza del Giappone da sabbia ferrosa di scarsa qualità ha costretto i fabbri a sviluppare una tecnica di piegatura complessa per rimuovere le impurità: un procedimento raffinatissimo, che creava un filo tagliente fenomenale ma rendeva la lama relativamente fragile. Una katana colpita filo contro filo contro un'altra arma o contro un'armatura dura è soggetta a scheggiarsi o spezzarsi. Non è indistruttibile: è un compromesso ingegneristico, come tutte le armi vere. E c'è un dettaglio che i fan non vogliono sentire: la katana raramente era l'arma principale di un samurai. Era un'arma secondaria di riserva, mentre l'arco e la lancia dominavano la guerra vera. Il samurai, sul campo di battaglia, non correva con la katana sguainata: usava l'arco da lontano, la lancia da vicino, e la spada quando le altre opzioni erano esaurite. Il mito della katana come arma suprema è un prodotto della narrazione, non della storia militare.

E poi ci sono gli shuriken, i leggendari "coltelli da lancio" che nei film uccidono all'istante e in silenzio. La realtà è quasi comica: gli shuriken sono leggeri, privi della massa necessaria per una penetrazione profonda. Erano armi tattiche di disturbo, usate per molestare, distrarre, coprire una ritirata. Lanciati contro parti esposte come il viso o le mani, causavano dolore e sanguinamento, costringendo l'avversario a indietreggiare abbastanza a lungo da permettere a chi li lanciava di fuggire o di estrarre un'arma principale. Non erano proiettili letali: erano sassolini appuntiti con un ruolo preciso, quello di rompere il ritmo dell'avversario. E il fatto che il cinema li abbia trasformati in armi di morte istantanea dice molto più sul bisogno di spettacolo di Hollywood che sulla realtà del combattimento storico.

Allora la domanda è: perché Hollywood continua a mentire? Perché la verità è noiosa e la menzogna è spettacolare. Un nunchaku che disperde energia è un nunchaku che non fa scena. Un sai smussato è un sai che non uccide. Una katana che si scheggia è una katana che delude. Uno shuriken che distrae è uno shuriken che non impressiona. Il cinema non ha bisogno della fisica: ha bisogno dell'effetto. E voi, spettatori, avete bisogno di credere che l'effetto sia reale, perché la realtà è più grigia, più fragile, più complicata. Ma la realtà è anche più affascinante, se solo avete il coraggio di guardarla: perché un'arma vera è un compromesso, un attrezzo pensato per un compito specifico, non un oggetto magico. E capire questo, forse, vi renderebbe spettatori meno creduloni e praticanti più consapevoli. Ma dubito che accadrà.

Cesio Endrizzi

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