mercoledì 30 gennaio 2013

SMETTETELA DI CHIAMARLO MAESTRO: JACKIE CHAN È UN ACROBATA, NON UN GUERRIERO

 


Il problema non è che Jackie Chan non sappia combattere. Il problema è che voi continuate a chiamarlo maestro di kung fu, e lui, con la faccia tosta di chi ha capito prima di tutti come si vende un mito, non vi corregge. E allora mettiamo le cose in fila, una per una, perché la leggenda è più comoda della verità ma la verità, almeno una volta, va detta.

Jackie Chan, all'età di sette anni, è entrato all'Accademia di Arte Drammatica Cinese di Hong Kong, scuola di Opera di Pechino diretta dal maestro Yu Jim-yuen. Per dieci anni ha fatto quello che fanno i bambini dell'Opera di Pechino: acrobazie, ginnastica, canto, recitazione. Dieci anni di flessioni, verticali, cadute sulle superfici dure, equilibrio, ritmo, memoria muscolare da palcoscenico. La sua formazione marziale, in quegli anni, consisteva in forme tradizionali di Wushu e routine con armi calibrate sull'impatto visivo, non sull'efficacia in combattimento. E questo non è un dettaglio: è la differenza tra un atleta e un attore, tra chi si allena per vincere e chi si allena per non farsi male mentre finge di vincere. L'ambiente era quello dei Seven Little Fortunes, con Sammo Hung e Yuen Biao, e gli allenamenti quotidiani puntavano su flessibilità, ritmo e capacità di assorbire cadute pesanti senza rompersi niente. Cioè: resistenza agli urti, non produzione di urti. La prima serve a fare le capriole, la seconda a mettere ko un avversario. Sono due mestieri diversi.

Poi arriva il cinema. I primi anni Settanta, stuntman in film di Bruce Lee, "Fist of Fury", "Enter the Dragon". Ed è lì che Chan capisce una cosa elementare: le acrobazie dell'Opera di Pechino, da sole, non reggono un film d'azione moderno. Servono le tecniche pratiche, servono i colpi che sembrano veri, servono le prese che fanno male. E allora si allena. Si allena sul serio, sotto la guida del gran maestro coreano di Hapkido Jin Pal Kim, e alla fine la cintura nera la prende davvero. L'Hapkido è un'arte ibrida coreana: prese articolari, proiezioni, calci dinamici. Ed è qui che Chan costruisce quella che è, a tutti gli effetti, la sua unica credenziale marziale certificata. Non il kung fu cinese: l'Hapkido coreano. Leggetelo due volte, perché è il punto che nessuno vuole ammettere. Il più grande divo del cinema marziale cinese è cintura nera di un'arte coreana. E non è un caso: i calci ampi, le proiezioni fluide, quel senso di concretezza fisica che dà peso alle sue acrobazie, vengono da lì. Non dalle forme dello Shaolin, non dal Wing Chun, non dal Wushu dell'Opera.

Poi c'è il resto, il catalogo di discipline che Chan ha attraversato per ampliare il repertorio: Karate, Judo, Taekwondo, Jeet Kune Do. Stili tradizionali cinesi come Wing Chun, Kung Fu Shaolin del Nord, Zui Quan, la boxe dell'ubriaco. Attenzione al verbo: attraversato. Non padroneggiato. Chan non ha passato anni a perfezionarsi in ognuna di queste discipline, non ha combattuto in competizioni, non ha costruito un percorso da cintura nera in ognuna. Le ha studiate, le ha decostruite, ne ha preso i pezzi che funzionavano davanti alla telecamera e ha buttato il resto. Il suo metodo è l'evasione ritmica e l'improvvisazione ambientale: usa la scala, la sedia, il secchio, la corda, il muro. È un genio della messa in scena, non un combattente completo. E questa distinzione, che sembra pedanteria, è invece la chiave per capire tutto: Jackie Chan non ha mai preteso di essere un maestro di kung fu. È stato il pubblico, e poi il marketing, a costruirgli addosso quella maschera. Lui ci ha campato sopra, sia chiaro, e lo ha fatto con un'intelligenza che merita rispetto. Ma rispettare l'intelligenza non significa credere alla favola.

Il punto è che l'Opera di Pechino non è un'arte marziale. È teatro. È un sistema di codici espressivi in cui il combattimento è danza, il gesto è simbolo, la caduta è spettacolo. Chi esce da dieci anni di Accademia non ha imparato a difendersi: ha imparato a esibirsi. E Chan, questo, lo ha capito meglio di chiunque altro, al punto da trasformare il limite in marchio di fabbrica. La sua comicità nasce proprio dalla consapevolezza che il combattimento è finto, che il dolore è recitato, che l'eroe non è invincibile ma è uno che si fa male e si rialza. È un'idea rivoluzionaria di action hero, e funziona perché è onesta: Chan non vende l'invincibilità, vende la resistenza. Ma resistenza alle cadute, non ai colpi.

Allora la domanda vera è un'altra. Quanti di voi, dopo aver visto "Drunken Master" o "Police Story", hanno pensato di essersi trovati davanti a un maestro di arti marziali? E quanti, invece, hanno visto un acrobata straordinario che usa il combattimento come linguaggio? Perché la differenza non è accademica: è la differenza tra chi si allena per combattere e chi si allena per raccontare il combattimento. Jackie Chan appartiene alla seconda categoria, e appartenerci non è un demerito: è il motivo per cui è diventato una leggenda del cinema. Ma smettetela di chiamarlo maestro di kung fu. È un acrobata, un attore, un coreografo, un cintura nera di Hapkido. Non è un guerriero. E il fatto che la leggenda sia più bella della verità non rende la verità meno vera.

Cesio Endrizzi

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