Il problema non è se Jackie Chan picchi duro. Il problema è che state prendendo per manuale di combattimento quello che è, a tutti gli effetti, un numero da circo con le mani a zanne. E siccome l'ignoranza in materia di arti marziali è l'unico sport in cui tutti si sentono campioni, vale la pena mettere i puntini sulle dita — quelle dita che nel film si stringono a imitare la testa del serpente e che nella realtà, se le usi così contro un avversario vero, te le ritrovi spezzate come grissini.
Partiamo dal titolo. "Il serpente nell'ombra dell'aquila" è un film del 1978 diretto da Yuen Woo-ping, e va detto subito, senza peli sulla lingua: la rappresentazione dello Shequan, il kung fu tradizionale dello stile Serpente, è un ibrido che di autentico ha i principi, di teatrale ha l'esecuzione, e di completamente inventato ha la soluzione finale. Chi vi racconta che è tutto fedele mente sapendo di mentire; chi vi racconta che è tutta fuffa non ha mai visto un vero praticante di Serpente muoversi.
Prendiamo la mano del serpente. Nel film Jackie Chan la esegue con una precisione che merita rispetto: le dita sono estese e tenute strette l'una contro l'altra, a formare una sorta di testa di rettile, e i colpi partono dalla punta delle dita e dal bordo esterno della mano. Questo è corretto. È corretto perché lo Shequan non è il pugilato del vomito di Bruce Lee né la muraglia di muscoli del sollevamento pesi: è un'arte di precisione chirurgica, dove la mano a serpente serve a infilarsi nelle fessure — occhi, gola, punti di pressione, plesso solare, carotide — con la logica del bisturi, non della mazza. Il praticante vero di Serpente non cerca lo scontro frontale: cerca l'angolo, la spirale, il movimento rapido che scivola attorno alla forza dell'altro e la punge dove fa male. Nel film questa filosofia si vede, ed è la parte migliore: le evasioni sinuose, i colpi secchi, quella sorta di danza velenosa che il personaggio di Chan mette in scena contro gli avversari della scuola rivale.
E qui arriva il secondo pezzo, quello che il film azzecca concettualmente: l'Artiglio dell'Aquila. Lo Ying Jow Pai, il vero stile dell'Artiglio, è famoso per una cosa sola e per tutte le altre che ne derivano: la presa. Le dita si piegano in una forma rigida ad artiglio, e da lì parte un repertorio di qinna — bloccaggio delle articolazioni, torsione, lacerazione di muscoli e tendini — che è l'opposto speculare del Serpente. Dove il Serpente punge e scivola, l'Artiglio afferra e strappa. Dove il Serpente è fluido e sfuggente, l'Artiglio è tenace e brutale. Il film costruisce tutto lo scontro su questa antitesi, e lo fa con intelligenza: la scuola dell'Aquila schiaccia quella del Serpente perché la presa rigida neutralizza la punta velenosa, perché l'artiglio blocca l'articolazione e il serpente non ha più dove scivolare. È un contrasto teorico tra arti marziali trasformato in racconto visivo, e questa è la parte in cui Yuen Woo-ping dimostra di sapere di cosa parla.
Poi arriva la realtà, e la realtà è meno gentile. La coreografia del film è figlia legittima dell'Opera di Pechino, non del combattimento da strada. Le ampie posizioni teatrali, i calci volanti, i saltimortali infiniti, gli scambi ritmici e prolungati di pugni bloccati a mezz'aria: tutto questo è pensato per la telecamera, per il ritmo, per lo spettacolo. Il vero Shequan è concreto, sottile, diretto: non ha bisogno di tre salti mortali per colpire un occhio, e soprattutto non si ferma a prendere fiato in posa da manifesto. La differenza tra il combattimento reale e quello cinematografico è la stessa che c'è tra un chirurgo e un attore che interpreta un chirurgo: il secondo è più bello da guardare, il primo è quello che ti salva la vita. E non è un caso che il film, come tutti i film di arti marziali di Hong Kong di quegli anni, sacrifichi la verosimilitudine tecnica sull'altare del intrattenimento.
Ma il vero colpo di genio — e qui sta il punto che nessuno vuole ammettere — è il finale. Il personaggio di Chan, messo alle strette, osserva un gatto che combatte contro un cobra e inventa sul momento uno stile ibrido: graffi e zampe di felino uniti ai colpi serpentini, e con quello stende il cattivo. Bello, emozionante, perfetto per il pubblico. Peccato che un sistema ibrido del genere, nel kung fu tradizionale cinese, non esista. Non è una variante regionale, non è una scuola segreta, non è una tecnica perduta: è un espediente narrativo creato per dare al protagonista sfavorito un percorso di vittoria unico e spettacolare. Il "Serpente-Gatto" è cinema, non arte marziale. E chiunque abbia passato dieci anni in un kwoon lo sa benissimo.
Il punto, però, non è smontare il film. Il punto è smontare la pretesa. "Il serpente nell'ombra dell'aquila" è un ottimo film di arti marziali proprio perché non è un documentario: prende i principi veri — la mano a serpente, la presa ad artiglio, l'antitesi tra fluidità e rigidezza — e li usa come materia prima per uno spettacolo che funziona. La fedeltà tecnica sta nei dettagli delle formazioni delle mani, nella logica dello scontro tra stili, nella scelta di mostrare il Serpente come arte di precisione e l'Artiglio come arte di presa. La finzione sta nell'esecuzione, nell'acrobatica, nel ritmo da balletto e nel finale da manuale del perfetto underdog. E allora la domanda non è se il film sia accurato. La domanda è: quanti di voi, dopo averlo visto, sono andati in palestra convinti di imparare a fare il gatto contro il cobra, e si sono ritrovati con le dita fasciate e un maestro che rideva?
La verità è che il kung fu non si inventa col gatto. Si impara con le ossa rotte, la pazienza e un maestro che non ti dice "bravo" nemmeno quando lo meriti.
Cesio Endrizzi
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