Smettetela di raccontare che Daniel LaRusso è un eroe. Daniel LaRusso è un ragazzino che ha lucidato macchine per due mesi e si è presentato a un torneo di cinture nere convinto di poter vincere. E l'unica cosa più incredibile del fatto che abbia vinto è che ci sia ancora qualcuno, a quasi quarantacinque anni dall'uscita del film, disposto a difendere la verosimiglianza di quella vittoria. Mettiamo le cose in chiaro, una volta per tutte, senza il velo di nostalgia che offusca il giudizio di chi è cresciuto a colpi di "wax on, wax off".
Primo punto, il più elementare: due mesi di lavori domestici non fanno un combattente. Il signor Miyagi ha insegnato a Daniel a lucidare auto e dipingere recinzioni, e va riconosciuto che quegli esercizi sviluppano motricità grossolana, forza di presa e coordinazione di base. Ma la coordinazione di base non è la gestione della distanza. La forza di presa non è il tempismo. E la motricità grossolana non è il riflesso condizionato che si costruisce solo con anni di sparring attivo. Johnny Lawrence e i suoi del Cobra Kai si allenano da anni con un programma intenso, brutale, ripetitivo. Hanno consumato i piedi sul tatami, hanno preso colpi, li hanno restituiti, hanno imparato a leggere le intenzioni dell'avversario prima che diventino movimento. Daniel ha imparato a non far cadere la cera sul tappetino. Il divario tra i due non è colmabile con un paio di parate in giardino: è un abisso che nella realtà si misura in anni, non in settimane.
Secondo punto, il più tecnico: la mancanza di kumite. Daniel arriva al torneo avendo praticato pochissimo sparring libero. Nel point-fighting, la disciplina su cui si regge l'All-Valley, il tempismo e la distanza sono tutto. I concorrenti esperti attaccano, fingono, cambiano direzione in una frazione di secondo, costruiscono combinazioni che non lasciano scampo. Una cintura nera vera sopraffarebbe un principiante prima che questi si renda conto che l'incontro è cominciato. Non è una questione di forza o di talento: è che il combattente esperto ha interiorizzato schemi che il principiante non ha mai visto, e la differenza si vede nei primi tre secondi. Daniel, contro un avversario del livello di Johnny, non arriva al secondo round.
Terzo punto, il più imbarazzante: il calcio della gru. Sì, il calcio frontale in salto è una tecnica legittima del karate. Ma l'esecuzione di Daniel è una dichiarazione di intenti scritta a caratteri cubitali. Si regge su una gamba sola, alza le braccia come un airone in posa, e aspetta. Contro una cintura nera vera, annunciare un attacco in quel modo equivale a consegnare il proprio ginocchio al primo contrattacco disponibile. L'avversario esperto ha tre opzioni, tutte semplici: si allontana dalla portata e lascia che Daniel cada da solo, si sposta dalla linea centrale e lo colpisce al fianco scoperto, oppure — la più elegante — gli spazza la gamba d'appoggio nel momento esatto in cui il peso si distribuisce male. Il calcio della gru non è una tecnica vincente: è un invito a farsi male. Nella realtà, Daniel finirebbe a terra con la schiena sul tappeto e il fiato tagliato, e la scena finirebbe lì.
Quarto punto, l'unico che in parte salva il film: il regolamento. L'All-Valley funziona a punti, l'azione si interrompe appena un colpo va a segno. In un incontro continuo a contatto pieno, Daniel verrebbe malmenato senza appello. Nel sistema a punti, un colpo fortunato può teoricamente risultare decisivo, e questo è l'unico appiglio tecnico che rende la vittoria non del tutto impossibile. Ma "non del tutto impossibile" non significa "plausibile". La fortuna non porta un principiante in finale attraverso un intero girone di cinture nere: porta un principiante a perdere ai quarti con dignità, se va bene. Il resto è sceneggiatura.
E poi c'è il dettaglio che nessuno vuole guardare in faccia: il ginocchio. Il contatto illegale di Cobra Kai, che atterra il ginocchio infortunato di Daniel, è l'unico momento del film in cui la competizione assomiglia alla realtà. Nelle competizioni vere esistono allenatori senza scrupoli che sfruttano gli infortuni, e la gamba malconcia è un bersaglio legittimo per chi non ha morale. Ma la reazione di Daniel — alzarsi, zoppicare e vincere comunque con un calcio della gru — è pura fantasia. Un ginocchio seriamente compromesso non ti permette di stare in equilibrio su una gamba sola, tantomeno di sferrare un calcio in salto con l'altra. Il corpo non funziona così. Il corpo, quando il ginocchio cede, ti manda a terra e ti tiene lì.
La verità è che "Karate Kid" ha venduto a una generazione l'idea che l'umiltà, la determinazione e un maestro saggio bastino a colmare il divario con chi si allena da una vita. È una bugia confortante, e proprio per questo è pericolosa: perché chi ci crede davvero, poi entra in palestra convinto di poter vincere un torneo dopo due mesi, e si ritrova con un ginocchio gonfio e la lezione più dura della sua vita. Daniel LaRusso non ha vinto perché era più bravo. Ha vinto perché la sceneggiatura aveva bisogno che vincesse. E il calcio della gru, per quanto iconico, resta la dimostrazione più clamorosa che nel karate vero le pose da airone non servono a niente.
Cesio Endrizzi
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