Dimenticate i combattimenti perfettamente coreografati dei film.
Nella realtà, una situazione di autodifesa può essere molto più breve, molto più confusa e soprattutto molto più pericolosa di quanto immaginiamo.
Non ci sono quasi mai due combattenti che si mettono ordinatamente in guardia, si studiano e iniziano a scambiarsi tecniche come durante un incontro di arti marziali.
C'è una persona agitata.
C'è un'altra persona che non sai quanto sia pericolosa.
Ci sono spesso persone intorno.
Ci sono ostacoli, automobili, marciapiedi, porte, tavoli, vetri.
E soprattutto c'è l'adrenalina.
La prima cosa da capire è che molte situazioni violente non cominciano immediatamente con un pugno.
Spesso esiste una fase precedente.
Parole.
Insulti.
Minacce.
Provocazioni.
Avvicinamenti.
Spinte.
Posture aggressive.
Sguardi.
È quella zona grigia nella quale nessuno ha ancora realmente iniziato a combattere, ma tutti hanno capito che la situazione potrebbe degenerare.
In alcuni ambienti viene descritta con espressioni come "danza della scimmia": una sorta di confronto nel quale i protagonisti cercano di intimidire l'altro, misurano la distanza e soprattutto cercano di capire chi cederà per primo.
Non è una legge universale.
Ma il concetto è importante.
Prima che inizi la violenza, spesso esiste ancora una possibilità di impedirla.
E questa potrebbe essere la forma più efficace di autodifesa.
Allontanarsi.
Non accettare la provocazione.
Creare distanza.
Entrare in un luogo sicuro.
Chiedere aiuto.
Chiamare le forze dell'ordine.
Tutte azioni che nei film sembrano poco eroiche.
Nella vita reale possono essere quelle che fanno la differenza.
Il problema è che molte persone immaginano l'autodifesa come la capacità di vincere uno scontro.
Ma l'obiettivo reale dovrebbe essere molto più semplice: uscire dalla situazione senza subire danni e senza crearne inutilmente agli altri.
Se però il confronto diventa fisico, tutto può cambiare in pochi istanti.
Il corpo entra in una condizione di forte attivazione fisiologica.
Il battito aumenta.
La respirazione cambia.
L'attenzione si restringe.
Le percezioni possono alterarsi.
Alcune persone riferiscono fenomeni come la visione a tunnel o una riduzione della percezione dei suoni circostanti.
Non significa che ogni persona sperimenti esattamente gli stessi fenomeni, ma significa che il combattimento reale non avviene nelle condizioni mentali tranquille nelle quali si studia una tecnica in palestra.
E questo ha una conseguenza enorme.
Le tecniche estremamente complesse diventano difficili da eseguire.
Una persona può aver ripetuto mille volte una determinata sequenza durante l'allenamento e ritrovarsi, sotto stress, incapace di eseguirla con la stessa precisione.
Non perché l'allenamento sia inutile.
Al contrario.
L'allenamento serve proprio a rendere alcune risposte più automatiche.
Ma esiste una differenza enorme tra eseguire un movimento con un partner collaborativo e cercare di farlo mentre l'altra persona sta tentando di colpirti.
È anche per questo che il lavoro sotto pressione è così importante nelle discipline da combattimento.
Lo sparring controllato, le esercitazioni situazionali e l'allenamento progressivo alla pressione permettono di avvicinarsi, pur con tutte le limitazioni del caso, alle condizioni di un confronto imprevedibile.
Ma anche lo sparring non è una rissa.
Una rissa reale può contenere variabili che nessuna palestra può riprodurre completamente.
Il pavimento può essere bagnato.
Può esserci una scala.
Può esserci un marciapiede.
L'avversario potrebbe avere degli amici.
Potrebbero esserci persone innocenti nelle vicinanze.
Potrebbero esserci armi.
Potrebbero esserci oggetti utilizzabili come armi.
E nessuno ha firmato un regolamento prima di cominciare.
Questo è il motivo per cui il mito del "combattimento pulito" è così pericoloso.
Un aggressore non deve necessariamente essere un bravo pugile per essere pericoloso.
Una persona inesperta può comunque colpire in maniera imprevedibile.
Può afferrare.
Può spingere.
Può trascinare.
Può mordere.
Può cadere sopra di te.
Può avere un complice.
Può semplicemente avere fortuna.
E soprattutto può provocare una caduta.
Questo elemento viene sottovalutato enormemente.
Molti immaginano il pericolo come il pugno che arriva al volto.
Ma una caduta sul cemento può produrre conseguenze gravissime.
Una persona può perdere l'equilibrio, cadere e colpire violentemente la testa contro il terreno.
Da quel momento la situazione cambia completamente.
Ecco perché una delle peggiori illusioni dell'autodifesa è pensare che "portare tutto a terra" equivalga automaticamente a controllare la situazione.
Il terreno reale non è un tatami.
Non è morbido.
Non è perfettamente piano.
Non è necessariamente libero da ostacoli.
E soprattutto non è necessariamente vuoto.
Potrebbero esserci altre persone che continuano ad agire mentre tu sei a terra.
La situazione diventa quindi estremamente rischiosa.
E anche se lo scontro finisce rapidamente, non significa che il problema sia terminato.
Arriva la fase che molti corsi di autodifesa trattano troppo poco: quello che succede dopo.
L'adrenalina scende.
Arriva la stanchezza.
Potresti avere tremori.
Potresti renderti conto soltanto dopo di avere riportato una ferita.
Potresti avere difficoltà a ricostruire con precisione la sequenza degli eventi.
E poi c'è la polizia.
Qui entra in gioco una realtà che Hollywood praticamente ignora.
Le forze dell'ordine devono stabilire cosa sia successo.
Chi ha iniziato?
Chi ha minacciato chi?
C'erano testimoni?
Ci sono video?
Quanto era grave il pericolo?
La risposta utilizzata era necessaria?
Era proporzionata alle circostanze?
Lo scontro era già terminato quando sono stati sferrati gli ultimi colpi?
Le risposte dipendono dalla legislazione applicabile e dalle circostanze concrete, ma il principio generale è fondamentale: essere coinvolti in una situazione di violenza non significa automaticamente essere giuridicamente autorizzati a fare qualsiasi cosa.
Questo è particolarmente importante quando la minaccia è cessata.
Una persona che si difende da un'aggressione può trovarsi in una situazione completamente diversa nel momento in cui l'aggressore si allontana, cade o non rappresenta più una minaccia immediata.
Continuare lo scontro può trasformare radicalmente la valutazione dei fatti.
E poi esiste anche la responsabilità civile.
Una persona può uscire fisicamente vincitrice da uno scontro e ritrovarsi comunque coinvolta in una vicenda giudiziaria lunga e costosa.
Questo è il motivo per cui l'autodifesa intelligente non dovrebbe essere costruita intorno alla domanda:
"Come posso batterlo?"
Dovrebbe essere costruita intorno a una serie di domande molto meno spettacolari:
"Come posso evitare lo scontro?"
"Come posso creare distanza?"
"Come posso raggiungere un luogo sicuro?"
"Come posso attirare l'attenzione?"
"Come posso interrompere il confronto?"
E, se non è possibile evitarlo, come posso uscire dalla situazione nel modo più rapido e sicuro possibile, nei limiti consentiti dalla legge?
Questa prospettiva cambia completamente anche il modo di guardare alle arti marziali.
Una disciplina non dovrebbe essere giudicata soltanto dal numero di tecniche che insegna.
Conta anche quanto prepara una persona a gestire stress, distanza, equilibrio, pressione e imprevedibilità.
Ma persino la migliore preparazione non garantisce l'incolumità.
Non esiste una tecnica magica.
Non esiste il punto di pressione che mette automaticamente KO chiunque.
Non esiste la leva segreta che funziona indipendentemente dalla resistenza.
Non esiste nemmeno il maestro invincibile.
Esiste una persona che può essere preparata meglio o peggio a gestire una situazione pericolosa.
E questa è forse la lezione più importante.
L'autodifesa non è un duello.
È gestione del rischio.
Il vero successo non consiste nell'umiliare l'aggressore, nel dimostrare che il proprio stile è superiore o nel mettere qualcuno al tappeto.
Consiste nel tornare a casa.
Se possibile senza combattere.
Se non è possibile, facendo ciò che è ragionevolmente necessario per proteggersi e interrompere la minaccia.
E poi fermandosi.
Perché una rissa cinematografica finisce quando il protagonista ha vinto.
Una situazione reale finisce quando la minaccia è cessata.
E tutto quello che accade dopo può essere importante quanto quello che è successo durante quei pochi secondi di violenza.
Hollywood ci ha insegnato a chiederci chi vincerebbe un combattimento.
La vita reale ci obbliga a porci una domanda molto più intelligente: come faccio a non trasformare una situazione pericolosa in una tragedia?
Questa, più di qualsiasi calcio spettacolare o leva segreta, è la vera essenza dell'autodifesa.
Cesio Endrizzi
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