«Quando praticate la meditazione realizzate questi dieci
insegnamenti: 1. contemplate le verità misteriose; 2. conservate
la misericordia; 3. mantenetevi quieti; 4. restate liberi dagli
attaccamenti; 5. distinguete la via che porta all'illuminazione da
quella che la ostacola; 6. praticate ciò che vi fa crescere
spiritualmente; 7. superate le difficoltà; 8. siate consapevoli
del vostro livello spirituale; 9. restate tranquilli sopportando
ciò che vi è sgradevole; 10. superate qualsiasi attaccamento.»
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(Saichō)
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Saichō (最澄),
conosciuto anche col nome postumo
Dengyō Daishi
(傳教
大師; Omi, 767 – Monte Hiei, 4 giugno 822), è stato un
monaco buddhista giapponese, fondatore del Buddhismo Tendai.
Saichō
nacque in una famiglia di ferventi
buddhisti. All'età di dodici anni i genitori lo inviarono a studiare
presso il Kokubun-ji (國分寺),
tempio provinciale di Ōmi (近江,
oggi nella Prefettura di Shiga), sotto la direzione dell'abate Gyōhyō
(行表, 722-797), un discepolo
del monaco cinese Dàoxuān Lüshi (道宣律師,
702-760), fondatore della scuola giapponese Ritsu (律宗).
Presso questo tempio Saicho studiò il sutra principale di questa
scuola, l'Avataṃsakasūtra (華嚴經,
Sutra dell'ornamento fiorito del Buddha, giapp. Kegonkyō), ma si
interessò anche al Sutra del Loto (妙法蓮華經,
sanscrito Saddharmapundarīkasūtra, giapp. Myōhō renge kyō o
Hokkekyō).
Venne ordinato monaco nel 785 presso il
tempio Tōdaiji (東大寺) di
Nara sede centrale della scuola Kegon (華厳宗)
e subito dopo decise di ritirarsi in un piccolo eremo sul Monte Hiei
(比叡山, giapp. Hieizan)
situato sul lato nord-orientale di Kyōto.
Durante questo periodo approfondì le
pratiche meditative e le dottrine Kegon ma anche i testi della scuola
cinese Tiāntái (天台宗)
portati in Giappone, nel 754, dal monaco cinese Jiànzhēn (鑑眞,
688-763), patriarca della scuola giapponese Ritsu. La presenza
solitaria di un monaco sul Monte Hiei contrastava con la vita, spesso
di corte, dei monaci residenti a Nara, ciò consentì a Saichō di
acquisire rapidamente una fama di 'santità'.
Nel 795 Kyōto divenne la capitale del
Giappone, i geomanti incaricati di verificarne la posizione
segnalarono che la presenza dell'eremita buddhista sul Monte Hiei,
quest'ultimo collocato in una posizione 'esotericamente' pericolosa
(l'Est era considerato la porta da dove entravano i demoni), era di
assoluto buon auspicio. Ciò rese Saichō noto alla Corte imperiale,
in particolare al clan Wake, e fu nominato, nel 797, cappellano di
Corte. Non solo, il suo piccolo eremo ebbe l'opportunità di
ingrandirsi e divenire sede delle annuali riunioni sul Sutra del Loto
(法華会 Hōkke'e). A Nara il
Buddhismo continuava a dividersi per le polemiche dottrinali tra le
scuole Hossō (法相宗,
rappresentante degli insegnamenti cittamātra) e Sanron (三論宗,
che seguiva invece le dottrine mādhyamika). Fu quindi obiettivo
della Corte riportare armonia tra le scuole buddhiste sostenendo
proprio quei monaci lontani dalle divisioni e dagli intrighi, spesso
anche politici.
Per questa ragione quando Saichō
chiese, nell'804, alla Corte l'autorizzazione a recarsi in Cina per
approfondire gli insegnamenti Tiāntái e procurarsi nuovi testi
religiosi, tale permesso gli fu subito accordato. Giunto in Cina,
Saichō si recò sui Monti Tiāntái, sede della scuola buddhista
cinese Tiāntái, divenendo discepolo diretto del nono patriarca
cinese, Dàòsuì (道邃,
n.d.), allievo a sua volta Zhànrán (湛然,
711-782).
Dopo una permanenza di alcuni mesi,
Dàòsuì consegnò a Saichō una ordinazione speciale che di fatto
lo indicava come rappresentante del Tiāntái in Giappone.
Ma in Cina, Saichō approfondì anche
gli insegnamenti esoterici della scuola Zhēnyán (真言宗),
con il maestro Shùnxiǎo (順曉),
e del Buddhismo Chán Beizōng (北宗,
Scuola settentrionale). Saichō riceverà in Cina anche il lignaggio,
dal maestro Xiāochán (翛禪),
della scuola buddhista Chán denominata Niútóuchán (牛頭宗,
pinyin Niútóu zōng), che scomparirà dalla Cina pochi decenni dopo
e che egli trasferirà in Giappone come scuola Gozu (牛頭宗,
Gozu shū).
Rientrato in Giappone nell'805, Saichō
fu ricevuto dall'imperatore Kammu (桓武天皇,
Kanmu Tennō, 737-806) in persona che, molto malato, sperava nei
rituali esoterici portati da Saichō dalla Cina per poter guarire.
Non fu così e Kammu morì l'anno successivo, nell'aprile dell'806.
Saichō si rese tuttavia conto che ai governanti interessavano più
gli insegnamenti esoterici che la pratica meditativa e le dottrine
Tiāntái. L'appoggio della Corte imperiale nei confronti di Saichō
aumentò ugualmente e le donazioni gli consentirono di fondare la
scuola Tendai di fatto erede degli insegnamenti e dei lignaggi del
Tiāntái cinese. Il fatto che la Corte gli donasse un capitolo di
finanziamenti specifico per le dottrine esoteriche spinse Saichō ad
approfondire questi insegnamenti.
È da tener presente che sia il
Buddhismo Tiāntái che quello Tendai, fin dalla loro fondazione, si
sono caratterizzati per il sincretismo delle dottrine e delle
pratiche. Pur privilegiando la dottrina esposta nel Sutra del Loto e
la pratica meditativa dello zhǐguān (止觀,
giapp. shikan) queste scuole hanno accolto e diffuso anche altri
sutra, soprattutto mahayana, e varie pratiche che vanno dallo zuòchán
(坐禅, giapp. zazen) tipica
delle scuole Chán e Zen, al niànfó (念佛,
giapp. nenbutsu) tipica della scuole Jìngtǔ zōng (淨土宗,
giapp. Jōdoshū), fino ai vari rituali esoterici delle scuole
tantriche cinesi (Zhēnyán) e giapponesi (Shingon).
La ragione di tale sincretismo risiede
nel fatto che per le scuole Tiāntái e Tendai, gli insegnamenti
dottrinali e le pratiche spirituali sono sempre mezzi abili
(sanscrito upāya, cin. 方便,
fāngbiàn, giapp. hōben) che devono adattarsi alle differenti
condizioni dei discepoli e dei praticanti buddhisti. Saichō comprese
che le dottrine esoteriche (密教,
giapp. Mikkyō) erano le pratiche più adatte (sanscrito upāya) per
far comprendere all'aristocrazia il messaggio buddhista e, a ricaduta
in una società fortemente gerarchizzata come quella giapponese
dell'epoca, consentire di far giungere tale messaggio a tutto il
popolo.
Sempre nell'806 rientrò in Giappone
dalla Cina un altro monaco pellegrino, Kūkai (空海,
774-835) che invece aveva esclusivamente approfondito le dottrine
esoteriche della scuola cinese Zhēnyán e si avviava a fondare la
scuola Shingon. Saichō chiese a Kūkai di insegnargli le dottrine
esoteriche che aveva appreso e tra i due nacque un sodalizio che
tuttavia terminò nell'816 per delle inconciliabilità dottrinali (a
differenza di Saichō, Kūkai sosteneva la superiorità delle
dottrine esoteriche rispetto a quelle Tiāntái), per il rifiuto da
parte di Kūkai di prestare a Saicho un testo esoterico e per la
defezione del più importante discepolo di Saichō (e successore
designato), Taihan (778-858), a favore della scuola Shingon. In quel
periodo furono numerosi i monaci Tendai che abbandonarono il
monastero Hieizan (poi denominato 延暦寺
Enryaku-ji) per passare alle scuole Hossō e Shingon.
Per questa ragione, Saicho iniziò a
redigere una serie di testi dottrinali mirati a difendere gli
insegnamenti della scuola Tendai contro le scuole rivali. In
particolare contro la scuola Hossō, la quale ereditava dalla scuola
cinese Fǎxiāng (法相宗) la
dottrina degli icchantika (lett. 'senza famiglia' o 'senza fede',
cin. 一闡提, yīchǎntí,
giapp. issendai) ovvero di coloro a cui era impedita per sempre
l'illuminazione (cin. 菩提 pútí,
giapp. bodai). Saichō difese il principio per cui chiunque può
raggiungere la buddhità, l'illuminazione. Sul piano della disciplina
monastica (sans. vinaya, cin. 律 Lü,
giapp. ritsu) Saichō stabili che i monaci dovevano completare un
periodo di studio e pratica della durata di almeno dodici anni.
Inoltre ritenne opportuno abolire l'ordinazione Hīnayāna secondo il
vinaya dharmaguptaka (sans. Cāturvargīya-vinaya, 四分律
pinyin: Shìfēnlǜ, giapp. Shibunritsu, è conservato nel
Lǜbù), mantenendo invece l'ordinazione mahayana secondo
ilBrahmajāla-sūtra (cin. 梵網經,
Fànwǎng jīng, giapp. Bonmokyō). In questo Saichō operò una
cesura con il Buddhismo cinese, e con lo stesso Buddhismo Tiāntái,
che, con la scuola Lǜ zōng (律宗)
fondata nel VII secolo da Dàoxuān (道宣,
596-667) aveva sempre difeso la doppia ordinazione. Secondo Saichō i
250 precetti del vinaya dharmaguptaka essendo di origine Hīnayāna
(giapp. Shojo) sarebbero stati di ostacolo allo sviluppo spirituale
del monaco mahāyāna (giapp. daijo) a differenza dei 58 precetti
mahāyāna contenuti nel Brahmajālasūtra.
Saichō, infine, propose alla Corte
imperiale di poter effettuare le ordinazioni monastiche direttamente
sul Monte Hiei liberandosi in questo modo dal condizionamento del
monastero Tōdai-ji (東大寺)
di Nara, sede della scuola Kegon e luogo, insieme allo Yakushi-ji
(薬師寺) e al Kannon-ji
(觀音寺), di tutte le
ordinazioni monastiche in Giappone.
La Corte imperiale negò tale
autorizzazione fino alla morte di Saichō, il 4 giugno dell'822. Una
settimana dopo la sua scomparsa, infatti, giunse allo Hieizan
l'autorizzazione ad attivare una piattaforma monastica,
specificatamente mahāyāna, per le ordinazioni. Dopo la sua morte,
nell'866, gli fu conferito il titolo di 'Dengyō Daishi' (傳教大師).
L'insegnamento di Saichō, al ritorno
del suo pellegrinaggio in Cina, fu subito indirizzato alla difesa
della nuova scuola Tendai da lui fondata e originata dalla scuola
cinese Tiāntái. Saicho era profondamente convinto che il Sutra del
Loto e gli insegnamenti cinesi del Tiāntái (vedi questa voce), enyū
santai 圓融三諦, ichinen
sanzen 一念三千 e shikan 止觀,
contenessero la dottrina perfetta (圓教,
giapp. engyō) dell'insegnamento del Buddha Shakyamuni. Era anche
convinto di vivere durante il periodo del Dharma contraffatto (像法,
giapp. zōhō) e che nei due secoli successivi si sarebbero avviati
gli ultimi giorni della legge (末法,
giapp. mappō).
A differenza dei fondatori delle scuole
buddhiste giapponesi del periodo Kamakura (vedi Buddhismo
giapponese), Saichō non fece, tuttavia, della dottrina dei Tre
periodi del Dharma (vedi Mappō) un aspetto fondante del suo
insegnamento o innovando per questo la dottrina buddhista. Consigliò
solamente ai monaci di ritirarsi sui monti e di praticare con
costanza il rispetto dei precetti (vinaya).
Su questo punto Saichō operò invece
una decisa innovazione rifiutando l'adesione ai precetti indicati nel
vinaya dharmaguptaka (sans. Cāturvargīya-vinaya, 四分律
pinyin: Shìfēnlǜ, giapp. Shibunritsu, è conservato nel
Lǜbù) vinaya di tutte le altre scuole cinesi e giapponesi,
indicando l'ordinazione monastica solo in base ai 58 precetti
mahāyāna indicati nel Brahmajāla-sūtra (cin. 梵網經,
Fànwǎng jīng, giapp. Bonmokyō). Questo perché, ad avviso di
Saichō, il rispetto dei precetti di una scuola hīnayāna sarebbe
stata fonte di regresso per i monaci.
Saichō, sempre a differenza della
scuola cinese Tiāntái, ritenne equivalenti (enmitsu ichi) le
dottrine di quest'ultima con gli insegnamenti esoterici (mikkyō)
impartiti anche dalla scuola Shingon. Ritenne, come anche Kūkai, di
insegnare ad ottenere l'illuminazione in questa vita (sokushin
jōbutsu, 卽身成佛) e di
adattare gli insegnamenti in base alle effettive capacità dei
discepoli.
Fu un autore prolifico e tra le
numerose opere (circa 160) ricordiamo: lo Shugo kokkaishō (守護國界章,
Discorso sulla protezione dello stato), il Hokkeshūku (法華秀句,
Meravigliosi percorsi del Sutra del Loto) e il Kenkai ron (顯戒論,
Trattato sui precetti [del mahāyāna]), gli viene attribuito anche
il Mappō Tōmyōki (末法燈明記,
Il Trattato della Lampada che illumina l'era degli ultimi giorni del
Dharma), trattato che ebbe grande influenza sul buddhismo giapponese
successivo.