giovedì 30 luglio 2026

La notte in cui il gigante imparò a cadere: Perché nessuno credeva in Ali contro Foreman

 


LA NOTTE IN CUI IL GIGANTE IMPARÒ A CADERE: PERCHÉ NESSUNO CREDEVA IN ALI CONTRO FOREMAN

Il 30 ottobre 1974, a Kinshasa, nello Zaire, non si affrontavano soltanto due pugili. Sul ring dello Stade du 20 Mai stavano per incontrarsi due concezioni completamente diverse della boxe. Da una parte c'era George Foreman, 25 anni, campione del mondo dei pesi massimi, imbattuto e considerato da molti una macchina da demolizione. Dall'altra c'era Muhammad Ali, 32 anni, già campione, già sconfitto, già privato del titolo e costretto a trascorrere più di tre anni lontano dal ring nel pieno della sua carriera. Sulla carta, il favorito era Foreman. Nella realtà, quella notte avrebbe dimostrato che nella boxe la carta può diventare improvvisamente carta straccia.

Foreman arrivava a Kinshasa con un record professionistico di 40 vittorie e nessuna sconfitta, 37 delle quali ottenute per KO. Aveva conquistato il titolo mondiale nel 1973 demolendo Joe Frazier in appena due round e, poco dopo, aveva fatto lo stesso con Ken Norton. Erano due nomi pesantissimi: entrambi avevano già battuto Ali. Per questo l'impressione generale era quasi inevitabile: se Foreman era riuscito a distruggere in due riprese gli uomini che avevano sconfitto Ali, perché Ali avrebbe dovuto riuscire dove loro avevano fallito?

Eppure c'era un particolare che i pronostici tendevano a dimenticare: Muhammad Ali non era semplicemente un pugile. Era uno dei più grandi strateghi che il ring avesse mai prodotto. Non aveva più la freschezza dei suoi anni migliori, questo era evidente. Aveva perso contro Joe Frazier nel 1971, aveva perso contro Ken Norton nel 1973, aveva passato 43 mesi lontano dalla boxe a causa della sospensione legata al rifiuto dell'arruolamento per la guerra del Vietnam. Ma aveva già battuto nuovamente Norton e, nel gennaio 1974, aveva sconfitto Frazier nella loro rivincita. Quindi non arrivava a Foreman come un uomo reduce da quelle sconfitte: arrivava dopo averle già parzialmente cancellate.

Foreman, inoltre, era più giovane di sette anni e aveva una potenza fisica impressionante. Le fonti dell'epoca e le ricostruzioni successive lo collocano intorno ai 191-193 centimetri; non era dunque alto 2,01 metri, come talvolta viene riportato. Anche il peso non era quello di un gigante da 116 chili: per quel match Foreman era nell'ordine delle 220 libbre, circa 100 chili. La sua vera arma non erano centimetri e chili immaginari, ma una combinazione terribile di forza, pressione e capacità di portare l'avversario a combattere alle proprie condizioni.

Ali, invece, arrivava da sfavorito. Le quote lo davano indicativamente 3 a 1 contro Foreman. Non era difficile capire perché. Foreman aveva 40 vittorie consecutive, 37 KO e il titolo mondiale. Ali era un campione decaduto che cercava di riprendersi la corona. Persino chi continuava a credere in lui doveva chiedersi se il suo corpo fosse ancora in grado di sopportare la potenza del giovane campione.

Poi arrivò quella mattina surreale. La sfida iniziò intorno alle 4:30, ora locale, perché l'orario era stato scelto per permettere la trasmissione negli Stati Uniti in prima serata. Circa 60.000 persone erano nello stadio. Il caldo era pesante, l'atmosfera elettrica e il pubblico aveva già scelto il proprio eroe: Ali. Dagli spalti si alzava continuamente quel grido diventato leggenda: “Ali, bomaye!”.

Il piano di Ali, però, non era quello che molti si aspettavano. Nel primo round mostrò ancora una volta di essere Ali: velocità, combinazioni, movimento, provocazioni. Ma progressivamente cominciò a utilizzare le corde. Qui nasce una delle più grandi immagini della storia della boxe: Ali appoggiato alle corde mentre Foreman gli scarica addosso una quantità enorme di colpi.

È diventato celebre come rope-a-dope, ma descriverlo semplicemente come “Ali lasciava che Foreman lo colpisse” sarebbe troppo facile. Ali usava la guardia, le braccia, il movimento del busto, le corde e soprattutto il controllo della distanza per ridurre l'efficacia dei colpi e costringere Foreman a lavorare continuamente. Non era passività: era una trappola. Ali stava trasformando la potenza del campione in fatica.

Foreman continuava ad avanzare. Colpiva. Cercava di schiacciare Ali contro le corde. Ma ogni pugno costava energia. E il problema di Foreman era che non stava combattendo contro un bersaglio immobile. Stava combattendo contro un uomo che continuava a parlargli, provocarlo, guardarlo negli occhi e fargli capire che i suoi colpi non stavano ottenendo quello che avrebbe voluto.

Round dopo round, qualcosa cambiò.

Il campione apparentemente invincibile cominciò a perdere velocità. I colpi erano ancora pesanti, ma meno precisi. Le gambe cominciavano a tradire la freschezza iniziale. Ali, invece, sembrava aspettare proprio quel momento. Non aveva bisogno di essere più forte di Foreman. Doveva soltanto arrivare vivo e lucido al momento in cui la forza dell'avversario avrebbe cominciato a trasformarsi in stanchezza.

Dopo il quinto round, la situazione era diventata evidente a chi osservava attentamente. Foreman aveva speso una quantità enorme di energia. Ali continuava a provocarlo e a incoraggiarlo a colpire. La situazione che sulla carta sembrava assurda stava lentamente diventando una partita a scacchi. Foreman aveva la potenza. Ali aveva il tempo.

E il tempo, quella notte, era dalla parte di Ali.

Arrivò l'ottavo round.

Foreman era ormai stanco. Ali uscì dalle corde e cominciò a colpire rapidamente. Non fu una singola bomba capace di cancellare il campione con un colpo miracoloso: fu una combinazione di velocità, precisione e tempismo contro un avversario che aveva ormai consumato una quantità enorme di energie. Ali colpì con una serie rapidissima e, negli ultimi secondi del round, arrivò la combinazione decisiva: un sinistro duro seguito da un destro che fece perdere l'equilibrio a Foreman. Il campione cadde. Il conteggio arrivò a dieci. George Foreman era stato sconfitto.

Non era semplicemente caduto un pugile.

Era caduta una certezza.

Foreman aveva affrontato Ali convinto di poter imporre la propria forza. Ali aveva trasformato quella stessa forza contro di lui. Non perché fosse diventato improvvisamente più giovane, più grosso o più potente, ma perché aveva capito che non doveva combattere la battaglia che Foreman voleva combattere.

Quella è forse la lezione più grande del Rumble in the Jungle: nella boxe non sempre vince chi possiede l'arma più potente. A volte vince chi riesce a convincere l'avversario a usare quell'arma nel modo sbagliato.

Ali riconquistò così il titolo mondiale dei pesi massimi per la seconda volta. Era diventato appena il secondo campione dei massimi a perdere la corona e poi riconquistarla. Foreman, invece, avrebbe dovuto convivere con quella sconfitta per anni. E la cosa straordinaria è che quella caduta non rappresentò la fine della sua storia. George Foreman sarebbe tornato sul ring anni dopo, fino a riconquistare il titolo mondiale nel 1994 a 45 anni, diventando il più anziano campione dei pesi massimi della storia.

Ma quella notte apparteneva ad Ali.

Non al giovane Ali che danzava davanti a Sonny Liston. Non al ragazzo che sembrava intoccabile. Era un Ali diverso: più esperto, più scaltro, più consapevole dei propri limiti e forse proprio per questo ancora più pericoloso.

Aveva perso. Aveva passato anni lontano dal ring. Aveva visto cambiare il proprio corpo. Aveva già conosciuto il sapore della sconfitta. E davanti aveva un campione imbattuto che sembrava destinato a dominare la categoria per anni.

Per questo il Rumble in the Jungle non è soltanto la storia di un KO.

È la storia di un uomo che capì che non avrebbe potuto battere il proprio avversario facendo a pugni con lui nel modo in cui tutti si aspettavano.

Così lo fece stancare.

Lo fece dubitare.

Lo fece combattere contro se stesso.

E quando arrivò il momento, Ali si staccò dalle corde e mise fine alla notte.

Il gigante era ancora enorme.

Era ancora fortissimo.

Era ancora George Foreman.

Ma per una volta, il gigante imparò a cadere.

Cesio Endrizzi

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