Negli anni '60, Muhammad Ali era un'opera d'arte in movimento. Il suo stile era una provocazione alla fisica: mani basse, piedi che danzavano, testa che sfidava i pugni a colpirla. Si muoveva come un peso leggero in un corpo da peso massimo. Schivava colpi che non avrebbe mai dovuto schivare, colpiva da angoli che non avrebbe mai dovuto raggiungere. Era il più veloce, il più furbo, il più intoccabile.
Poi arrivò il 1967. E tutto si fermò.
Tre anni e mezzo di esilio, di tribunali, di attese. Quando Ali tornò nel 1970, le sue gambe non erano più quelle di una volta. La danza era finita. Il ballerino doveva diventare un guerriero di trincea. Doveva imparare a incassare.
E lo fece. Non perché volesse. Ma perché doveva.
Vediamo come cambiò il suo stile, e perché quei cambiamenti, pur permettendogli di vincere ancora, gli costarono anni di vita.
Prima del 1967, Ali non combatteva come un peso massimo. Combatteva come un peso piuma.
Teneva le mani basse , quasi ai fianchi. I suoi gomiti erano distanti dal corpo. La sua testa era continuamente in movimento, all'indietro, lateralmente, in fuori. Schivava i pugni con movimenti di pochi centimetri, come se il suo corpo fosse una molla.
Questa posizione violava ogni regola della boxe tradizionale. Ma funzionava, perché Ali aveva due cose che nessun peso massimo aveva mai avuto:
Velocità di piedi straordinaria. Poteva rimbalzare sulle punte per 15 round senza affaticarsi.
Riflessi soprannaturali. Vedere un pugno e reagire con quella rapidità non era normale.
Il suo gioco di gambe gli permetteva di entrare e uscire dalla distanza in un attimo. Colpiva con combinazioni rapide e poi si ritraeva, lasciando l'avversario a colpire l'aria. Era intoccabile.
Ma quel fisico da ragazzo, quella leggerezza, non era fatta per durare per sempre. E l'esilio, la lunga pausa, peggiorarono le cose.
Quando Ali tornò nel 1970, aveva 28 anni. Non era vecchio. Ma i tre anni di inattività, il peso degli anni, e forse anche l'usura mentale, avevano fatto il loro lavoro.
Le sue gambe non erano più quelle di una volta. Non riusciva più a danzare per 15 round. La sua velocità di reazione era leggermente diminuita. Non poteva più schivare ogni pugno.
E nel frattempo, il mondo dei pesi massimi era cambiato. Erano arrivati pugili più giovani, più potenti, più aggressivi: Joe Frazier, Ken Norton, George Foreman. Non erano avversari da prendere sottogamba.
Ali non poteva più combattere come prima. Doveva reinventarsi.
La prima innovazione tattica di Ali, la più famosa, fu il rope-a-dope. Invece di indietreggiare lungo il ring, Ali si appoggiava intenzionalmente alle corde, si copriva, e lasciava che l'avversario lo colpisse.
Non era una rinuncia. Era una strategia.
Le corde assorbivano parte dell'impatto. Sostenevano il peso del suo corpo, permettendogli di riposare le gambe. E l'avversario, colpendo le braccia e il busto di Ali, si stancava.
In Zaire, contro Foreman, il rope-a-dope fu la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Ali si appoggiò alle corde per otto round, assorbendo i colpi di Foreman, ascoltando il suo respiro affannarsi. Poi, quando Foreman era esausto, Ali colpì.
Il rope-a-dope era una difesa. Ma era anche un attacco psicologico. L'avversario, colpendo senza vedere risultati, iniziava a dubitare. Iniziava a pensare che Ali fosse invincibile.
La seconda innovazione di Ali fu l'uso aggressivo del clinch. Contro pugili aggressivi come Joe Frazier, Ali non si ritirava. Afferrava la nuca di Frazier, tirava la sua testa verso il basso, e scaricava il suo peso su di lui.
Era una mossa sporca. Ma era efficace.
Il clinch impediva a Frazier di colpire. Lo costringeva a sostenere il peso di Ali (97 kg) e a consumare energie. In più, il clinch rallentava il ritmo del match, dando ad Ali il tempo di riprendere fiato.
Il clinch non era una tattica da "ballerino". Era una tattica da lottatore. Ma Ali, che non aveva più le gambe per ballare, doveva diventare un lottatore.
La terza e più pericolosa innovazione fu la decisione di incassare . Non solo di farsi colpire, ma di sopportare.
Ali si rese conto che, se voleva colpire, doveva essere disposto a essere colpito. Non poteva più schivare tutto. Doveva accettare che alcuni pugni arrivassero.
Così iniziò a tirare pugni di risposta più pesanti, singoli, mirati. Non più combinazioni vertiginose, ma colpi che dovevano far male. E per sferrarli, si esponeva.
Il suo mento divenne la sua arma più potente e la sua maledizione. Assorbì colpi che avrebbero messo KO qualsiasi altro peso massimo. Ma ogni colpo che prendeva era un mattone che si aggiungeva alla sua tomba.
Ali vinse ancora. Conquistò il titolo per la seconda e la terza volta. Sconfisse Foreman, Frazier, Norton. Le sue vittorie in Zaire e a Manila sono leggendarie.
Ma il prezzo fu altissimo.
Lo stile del "giovane Ali" era fatto per preservare il corpo. Lo stile del "vecchio Ali" era fatto per distruggere l'avversario, ma anche se stesso.
Assorbire colpi per anni provoca danni cerebrali. Il clinch e il rope-a-dope, per quanto intelligenti, non proteggono dai traumi ripetuti.
Nel 1984, ad Ali fu diagnosticato il Parkinson. La sua voce tremava. Le sue mani tremavano. Il pugile che aveva sfidato il mondo, che aveva danzato sul ring, che aveva vinto tre titoli mondiali, si ritrovò a lottare contro il suo stesso corpo.
Non è certo che il Parkinson fosse una conseguenza diretta dei pugni presi. Ma molti medici lo credono. E molti fan lo sospettano.
Muhammad Ali cambiò stile perché dovette farlo. Se avesse continuato a combattere come negli anni '60, sarebbe stato distrutto. Non aveva più la velocità. Non aveva più la resistenza. Doveva trovare un altro modo di vincere.
Il rope-a-dope, il clinch, la mascella d'acciaio: non erano scelte. Erano necessità. E funzionarono. Ma funzionarono a caro prezzo.
Ali non fu mai più intoccabile. Ma fu, in un modo diverso, ancora più grande. Perché il suo coraggio non era più nella danza, ma nella capacità di restare in piedi dopo essere stato colpito.
E quando cadde, cadde da gigante.
Perché il vero Ali non era quello che schivava i colpi. Era quello che li incassava, li superava, e continuava a combattere.
Nessun commento:
Posta un commento