C'è una scena che si ripete in quasi ogni dojo.
L'istruttore pronuncia il nome di una tecnica: Age Uke. Gli allievi alzano il braccio sopra la testa. Poi arriva il Gedan Barai e il braccio scende in un ampio movimento verso il basso.
Chi proviene dalla boxe, dal kickboxing o dal Muay Thai spesso osserva questi esercizi con un dubbio spontaneo:
"Ma davvero qualcuno si difenderebbe così durante un combattimento?"
È una domanda legittima.
Se prendessimo quei movimenti esattamente come vengono eseguiti nel kihon e cercassimo di applicarli contro pugni rapidi e consecutivi, probabilmente incontreremmo molte difficoltà.
Ma forse la domanda iniziale è sbagliata.
Forse quei movimenti non sono stati creati per essere utilizzati esattamente come appaiono durante l'allenamento.
Nel Karate tradizionale esistono almeno tre livelli di studio:
kihon (fondamentali);
kata;
bunkai (applicazione).
Con il tempo, soprattutto nella diffusione di massa del Karate, questi tre livelli sono stati spesso separati.
Il kihon è rimasto un esercizio tecnico.
Il kata è diventato una forma da eseguire.
Il bunkai, in molte scuole, è stato ridotto oppure interpretato in maniera molto semplificata.
Il risultato è che molti praticanti finiscono per identificare il movimento del kihon con la sua applicazione reale.
Ma è davvero così?
Negli ultimi decenni numerosi ricercatori del Karate tradizionale e del bunkai hanno proposto una lettura diversa.
Secondo questa interpretazione, movimenti come Age Uke, Soto Uke, Uchi Uke o Gedan Barai non rappresenterebbero semplicemente dei blocchi.
Potrebbero invece contenere elementi differenti:
deviazioni;
colpi agli arti;
controlli;
prese;
leve;
preparazione del contrattacco.
Non esiste una sola interpretazione universalmente accettata, ma il punto interessante è un altro:
la forma visibile potrebbe non coincidere con la funzione marziale del movimento.
Osservando praticanti molto esperti si nota un particolare.
La tecnica raramente nasce dal braccio.
Comincia dai piedi.
Passa attraverso le gambe.
Coinvolge il bacino.
Attraversa il tronco.
Solo alla fine arriva alla mano.
Se invece si osserva il solo braccio, il movimento appare inevitabilmente lento e ampio.
È qui che nasce forse uno dei più grandi equivoci del Karate moderno.
Molti praticanti imparano a muovere il braccio.
Pochi imparano a muovere l'intero corpo.
Cosa succede nel combattimento?
Quando si osserva uno sparring realistico, le difese diventano molto più piccole.
Il praticante non esegue quasi mai un Age Uke identico a quello del kihon.
Usa movimenti ridotti.
Sposta il corpo.
Cambia angolo.
Controlla la distanza.
In questo senso il Karate, la boxe e il kickboxing condividono alcuni principi biomeccanici fondamentali:
economia del movimento;
protezione della linea centrale;
contrattacco immediato;
uso del footwork;
riduzione dei movimenti inutili.
Le differenze rimangono, naturalmente, ma il principio dell'efficienza è comune.
Il kata non dovrebbe essere letto come una sequenza fotografica di tecniche.
Potrebbe essere più utile considerarlo come un archivio di principi.
Ogni movimento può avere più applicazioni.
Una stessa tecnica può diventare:
una deviazione;
un colpo;
una leva;
una proiezione;
un controllo.
Per questo motivo il bunkai non dovrebbe limitarsi a cercare "contro quale pugno è nata quella parata", ma chiedersi:
Quale principio sta allenando questo movimento?
Forse il problema non è che le parate tradizionali non funzionano.
Il problema è credere che il movimento didattico coincida automaticamente con la sua applicazione nel combattimento.
Quando si dimentica questa distinzione, il Karate rischia di trasformarsi in una successione di gesti rigidi.
Quando invece si recupera il rapporto tra corpo, distanza, timing e applicazione, molte tecniche assumono un significato completamente diverso.
Ed è forse proprio qui che inizia lo studio più interessante del Karate: non imparare nuove tecniche, ma imparare a guardare con occhi nuovi quelle che pensavamo di conoscere già.
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