Cus D’Amato, il leggendario allenatore di Tyson, lo sapeva. E per questo, mentre era in vita, mise una regola ferrea: mai combattere contro George Foreman . Non era paura. Era geometria.
Vediamo perché.
Per capire perché Foreman sarebbe stato un incubo per Tyson, bisogna guardare indietro al 1973. Joe Frazier era il campione dei pesi massimi, l’uomo che aveva sconfitto Muhammad Ali. Era famoso per la sua pressione incessante, la sua capacità di abbassarsi, di schivare, di entrare sotto i pugni degli avversari più alti.
Poi arrivò Foreman.
Il match fu una demolizione. Foreman usò una semplice strategia: spingere Frazier, bloccarlo, e colpirlo con uppercut quando si abbassava per entrare. Frazier cadde sei volte in due round. Non era un combattimento. Era una lezione di anatomia.
Ora, lo stile di Tyson era una versione modernizzata e più veloce dello stile di Frazier. La stessa pressione in avanti. La stessa volontà di entrare all’interno. Le stesse schivate. Ma anche le stesse vulnerabilità.
Se Frazier, con la sua esperienza e la sua testardaggine, era stato distrutto, cosa sarebbe successo a Tyson, che era più veloce ma anche più piccolo e meno resistente agli urti? Foreman non doveva fare altro che ripetere lo schema.
Tyson entrava. Questo era il suo stile. Non aspettava. Non boxava da fuori. Entrava, si abbassava, schivava, e colpiva da dentro.
Ma per entrare, doveva abbassare la testa. Doveva portare il peso in avanti. Doveva offrire la sua testa come esca.
E Foreman, con la sua stazza e il suo tempismo, era il maestro nel punire questa posizione. I suoi uppercut non erano solo potenti. Erano misurati. Non li sferrava a caso. Aspettava che il suo avversario si abbassasse, e poi colpiva verso l’alto, nel punto esatto in cui la testa stava per arrivare.
Non era un colpo. Era una trappola.
Tyson, schivando, si sarebbe abbassato direttamente nella traiettoria degli uppercut di Foreman. Non c’era modo di evitarlo. Se fosse rimasto in piedi, Foreman lo avrebbe colpito al corpo. Se si fosse abbassato, avrebbe preso il pugno in faccia.
La velocità di Tyson avrebbe potuto aiutarlo nei primi round. Ma Foreman non si stancava. E prima o poi, la geometria avrebbe vinto.
La maggior parte degli avversari di Tyson, quando lo vedevano avanzare, indietreggiavano. Si appoggiavano alle corde. Si chiudevano. Era lì che Tyson era più pericoloso: quando l’avversario era fermo e lui poteva colpire a ripetizione.
Foreman non indietreggiava.
Il suo stile era basato sulla pressione. Non scappava. Non si appoggiava alle corde. Avanzava anche lui. Usava il suo corpo come un muro: spingeva, bloccava, sopraffaceva. Se Tyson avesse provato a entrare, Foreman non si sarebbe tirato indietro. Gli si sarebbe buttato addosso, facendogli pesare tutto il suo peso.
Tyson, che era più basso e più leggero, sarebbe stato schiacciato. Le sue braccia, che di solito colpivano da sotto, sarebbero state bloccate dal corpo massiccio di Foreman. E Foreman, da quella posizione, avrebbe potuto colpire con ganci corti e uppercut senza che Tyson potesse rispondere.
Tyson aveva già avuto problemi con avversari più grandi che lo bloccavano e si appoggiavano su di lui. Holyfield lo fece. Lewis lo fece. Foreman, che era più grande e più forte di entrambi, lo avrebbe fatto meglio.
Gran parte del successo di Tyson al suo apice era psicologico. I suoi avversari erano spaventati prima ancora di salire sul ring. Il suo ingresso, il suo sguardo, la sua reputazione: tutto contribuiva a spezzare la loro volontà.
Foreman non si intimidiva.
Da giovane, era stato una forza della natura. Aveva affrontato i più grandi pugili della sua epoca senza mai battere ciglio. Aveva distrutto Frazier. Aveva perso contro Ali, ma non per paura. Aveva combattuto fino alla fine. Non era il tipo da farsi piegare psicologicamente.
E da vecchio, era ancora più pericoloso. L’insicurezza non esisteva nella sua testa. Sapeva chi era. Sapeva cosa poteva fare. La pressione psicologica di Tyson non gli avrebbe fatto alcun effetto. Anzi, la sua calma e la sua esperienza avrebbero potuto innervosire Tyson, abituato a vincere prima ancora di colpire.
Cus D’Amato non era un codardo. Era un genio della strategia. Sapeva che lo stile di Tyson funzionava contro il 99% dei pesi massimi, ma non contro Foreman.
Foreman era:
Troppo grosso per essere spinto.
Troppo forte per essere bloccato.
Troppo calmo per essere intimidito.
Troppo esperto per cadere nella trappola di Tyson.
La velocità e la potenza di Tyson erano straordinarie. Ma contro Foreman, non avrebbero avuto il tempo di esprimersi. Foreman non gli avrebbe dato il ritmo che voleva. Non gli avrebbe dato lo spazio. Non gli avrebbe dato il tempo.
Tyson avrebbe dovuto combattere in un modo che non era il suo: stare fuori, muoversi, colpire da lontano. Ma non era il suo stile. E provare a combattere in un modo diverso, contro il pugile più forte della storia, sarebbe stato un suicidio.
Cus lo sapeva. Per questo proibì l’incontro. E anche se la storia non ci ha mai regalato quel match, possiamo immaginarlo. E possiamo essere grati che non sia mai accaduto. Perché, come diceva Cus, "alcuni incontri non vanno combattuti. Non perché hai paura. Perché sai cosa succederebbe."
Nessun commento:
Posta un commento