La domanda se uno shuriken, lanciato da un professionista, possa essere efficace quanto un revolver usato da un dilettante, è un interrogativo che affascina gli appassionati di arti marziali e di cultura giapponese, ma che, come spesso accade, trova la sua risposta non in un confronto astratto di potenzialità, ma nella concretezza delle situazioni, nell'addestramento e, soprattutto, nell'etica che sottende all'uso di un'arma. Perché se è vero che un proiettile, sparato da una mano inesperta, può uccidere con la stessa facilità con cui un professionista può infliggere una ferita mortale con un frammento di metallo affilato, è altrettanto vero che la differenza sostanziale tra i due strumenti non risiede solo nella loro capacità di arrecare danno, ma nella filosofia che ne guida l'impiego, nella preparazione che richiedono e nel contesto in cui vengono utilizzati.

Lo shuriken, nella sua forma tradizionale, non è mai stato concepito come un'arma da combattimento frontale, né come uno strumento di offesa primaria. Nel Giappone feudale, i ninja, che spesso erano contadini o appartenenti a classi subalterne, utilizzavano questi piccoli oggetti appuntiti non per affrontare i samurai in duelli leali, ma per creare diversivi, per rallentare gli inseguitori, per infliggere ferite che, se non mortali, almeno potessero intralciare l'avversario. Lo shuriken era un'arma di distrazione, un proiettile di confusione, più che un mezzo di eliminazione. La sua efficacia non risiedeva nella potenza distruttiva, ma nella precisione, nella rapidità di esecuzione e, non di rado, nell'uso di veleni che, una volta penetrati nella pelle, potevano causare paralisi, dolori lancinanti o, nei casi più estremi, la morte. La storia del maestro di Kung Fu che, derubato a mano armata, attese che il rapinatore gli voltasse le spalle per colpirlo con uno shuriken avvelenato, è un esempio perfetto di questa filosofia: non un duello, ma un'azione furtiva, quasi furtiva, che trasforma un'arma apparentemente modesta in uno strumento di giustizia sommaria, o almeno di recupero di ciò che è stato perduto.

Tuttavia, il confronto con un'arma da fuoco è impari, per diverse ragioni. La prima, e più evidente, è la differenza di energia cinetica. Un proiettile, anche di piccolo calibro, viaggia a velocità supersoniche e trasferisce al bersaglio un'energia tale da causare danni devastanti, sia per la traiettoria che per l'onda d'urto che genera nei tessuti. Uno shuriken, per quanto affilato e ben lanciato, penetra la pelle e i muscoli, ma la sua capacità di arrecare danni profondi è limitata dalla sua stessa geometria: le sue punte multiple, progettate per ferire più che per trapassare, difficilmente raggiungono organi vitali a meno di un colpo estremamente preciso e fortunato. La seconda differenza è la facilità d'uso. Un'arma da fuoco, come giustamente osservato, può essere impugnata e utilizzata anche da un bambino, con un minimo di addestramento. Lo shuriken, al contrario, richiede anni di pratica per essere lanciato con precisione, per calcolare la distanza, la rotazione, l'impatto. Il margine di errore è enorme, e un lancio sbagliato non solo è inefficace, ma può rivelarsi controproducente, lasciando il lanciatore disarmato e vulnerabile.
La terza differenza, forse la più profonda, è culturale ed etica. L'arma da fuoco è uno strumento di offesa diretta, che consente di uccidere a distanza senza alcun contatto fisico, quasi con un gesto astratto. Lo shuriken, al contrario, è un'arma che richiede un corpo a corpo, un contatto visivo, una presenza fisica che rende l'atto di uccidere molto più personale e, per certi versi, più difficile da compiere. Nel Giappone feudale, l'uso dello shuriken era considerato, come si è detto, una tecnica "sporca", codarda, perché eludeva il confronto leale e sfruttava l'elemento sorpresa. I samurai, che basavano il loro codice d'onore sulla sfida diretta e sullo scontro frontale, disprezzavano queste armi, considerandole indegne di un vero guerriero. I ninja, invece, che non avevano alcun codice d'onore da rispettare, le utilizzavano con grande efficacia, perché il loro scopo non era la gloria, ma la sopravvivenza.
Se un professionista dello shuriken può, in determinate circostanze, uccidere o neutralizzare un avversario armato di pistola, la sua efficacia non è paragonabile a quella di un'arma da fuoco in termini di potenza, affidabilità e facilità d'uso. Lo shuriken è un'arma di precisione, di astuzia, di agilità, che richiede un livello di addestramento e di disciplina che pochi sono disposti a raggiungere. La pistola è uno strumento di morte democratico, che non chiede nulla a chi la impugna, se non il coraggio o la follia di premere il grilletto. Il dilemma tra l'arte del lancio e la brutalità della polvere da sparo non è un dilemma tecnico, ma morale: è la scelta tra l'efficienza disumana della tecnologia e la lenta, faticosa, ma forse più umana, arte del combattimento. E in un mondo che corre sempre più veloce, la risposta, come sempre, dipende da chi siamo e da ciò che siamo disposti a sacrificare per vincere.
Cesio Endrizzi
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