La risposta più corretta è che non esiste una percentuale seria da attribuire a una situazione del genere. Un pugno può mettere al tappeto una persona anche quando arriva da un individuo non allenato, e un combattente professionista non possiede alcuna immunità ai colpi alla testa.
Ma se la domanda è quanto sia probabile che una persona completamente inesperta riesca a mettere KO un lottatore di MMA di alto livello con un solo pugno, il problema principale non è nemmeno la potenza del pugno.
È riuscire a colpirlo bene.
Un combattente professionista ha passato anni a imparare a controllare la distanza, leggere i movimenti dell'avversario, proteggersi e reagire agli attacchi. Una persona senza allenamento, invece, tende a essere molto più prevedibile.
Il pugno non parte semplicemente dal momento in cui il braccio si muove in avanti. Prima del colpo possono esserci numerosi segnali: un cambiamento della postura, uno spostamento del peso, una rotazione delle spalle, un movimento del piede o un caricamento eccessivo del braccio.
Un atleta esperto impara a riconoscere questi segnali quasi automaticamente.
E questo significa che il problema per l'inesperto non è soltanto generare abbastanza potenza.
È trovare il bersaglio.
Un pugno lanciato contro un avversario che non reagisce può essere completamente diverso da un pugno lanciato contro qualcuno che si muove, cambia distanza, protegge la testa e cerca contemporaneamente di colpirti.
È la differenza tra provare a colpire un sacco e provare a colpire una persona che non vuole essere colpita.
Anche la generazione della potenza è importante, ma qui bisogna evitare un altro luogo comune: non è necessario immaginare che una persona non allenata utilizzi soltanto i muscoli del braccio mentre il professionista possiede una sorta di meccanica segreta.
La potenza di un pugno dipende dal modo in cui il movimento coinvolge l'intero corpo: posizione dei piedi, trasferimento del peso, rotazione del bacino e del tronco, coordinazione tra i segmenti corporei, velocità del braccio e precisione dell'impatto.
L'allenamento migliora proprio questa coordinazione.
Una persona può essere molto forte e tuttavia essere incapace di trasformare quella forza in un pugno efficace. Al contrario, un combattente più leggero può produrre un colpo estremamente potente perché sa utilizzare meglio il proprio corpo.
Ma anche qui c'è una distinzione fondamentale: essere allenati non significa essere immuni al KO.
Un combattente UFC può essere stordito o messo fuori combattimento da un singolo colpo. La differenza è che è molto più difficile sorprenderlo con un colpo pulito.
E questo è probabilmente il fattore più importante dell'intero confronto.
Un professionista non ha soltanto imparato a colpire.
Ha imparato a non farsi colpire.
Sa mantenere una distanza dalla quale può attaccare mentre l'avversario fatica a raggiungerlo. Sa spostare la testa, utilizzare la guardia, cambiare angolo e interrompere l'attacco dell'altro.
E soprattutto sa cosa succede quando una persona inesperta cerca di aggredirlo.
Il principiante può avere un vantaggio iniziale completamente illusorio: crede di avere una grande opportunità perché vede il volto dell'avversario davanti a sé.
Il professionista vede invece una serie di informazioni.
Distanza.
Postura.
Peso sulle gambe.
Direzione dello sguardo.
Movimento delle spalle.
Possibile traiettoria del colpo.
Non significa che possa prevedere magicamente ogni pugno. Significa che ha accumulato migliaia di ore di esperienza nel riconoscere situazioni che per una persona comune sono nuove.
Anche la risposta allo stress cambia.
Una persona inesperta che si trova improvvisamente coinvolta in uno scontro può sperimentare una forte risposta di stress: aumento della frequenza cardiaca, respirazione alterata, tensione muscolare e riduzione della precisione dei movimenti. Può anche irrigidirsi, trattenere il respiro o consumare rapidamente le proprie energie.
Un combattente allenato non è immune all'adrenalina e alla paura. Non esiste un interruttore neurologico che trasformi un atleta in una macchina perfettamente calma.
Ha però familiarità con quella situazione.
Ha già sperimentato la sensazione di qualcuno che cerca di colpirlo. Ha già dovuto respirare sotto pressione. Ha già dovuto prendere decisioni mentre era stanco e sotto attacco.
Questa familiarità può fare una differenza enorme.
Anche l'idea che un combattente professionista “assorba” meglio i colpi deve essere precisata.
L'allenamento può migliorare la tecnica difensiva, il controllo della distanza, il movimento della testa e la capacità di reagire agli attacchi. La preparazione fisica può inoltre contribuire alla robustezza generale dell'atleta.
Ma il cervello rimane vulnerabile ai traumi.
Un pugno sufficientemente forte e preciso può causare una commozione cerebrale o un KO anche a un atleta professionista. Il collo più muscoloso non costituisce una corazza e lo sparring non rende il cervello immune ai danni.
Anzi, proprio perché gli sport da combattimento comportano esposizione a colpi alla testa, la questione dei traumi cerebrali rappresenta un problema reale nello sport.
Quindi, se una persona comune riuscisse casualmente a sorprendere un lottatore UFC con un pugno perfettamente piazzato, il risultato potrebbe essere molto diverso da quello che ci si aspetterebbe guardando semplicemente il livello tecnico dei due.
Un pugno non deve essere “professionale” per essere pericoloso.
Deve soltanto arrivare nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con sufficiente energia.
Ed esiste anche un'altra possibilità tutt'altro che trascurabile: la persona inesperta potrebbe farsi male alla mano colpendo male.
Le mani sono strutture relativamente delicate rispetto alle forze che possono essere generate durante un pugno. Colpire con le nocche in modo scorretto, soprattutto contro strutture ossee della testa, può provocare fratture o altre lesioni alla mano.
Questo non significa che “la persona comune si romperà sicuramente la mano”.
Significa semplicemente che il pugno non è un'arma naturale perfettamente progettata per colpire qualsiasi superficie dura.
Alla fine, quindi, la domanda non dovrebbe essere “un pugno abbastanza forte può mettere KO un lottatore UFC?”.
Sì, può.
La domanda interessante è: quanto è probabile che una persona senza esperienza riesca a trovare l'occasione per sferrare quel pugno nelle condizioni necessarie?
Ed è qui che il divario diventa enorme.
Il professionista non possiede una protezione magica contro il KO. Possiede qualcosa di molto più concreto: anni di allenamento che gli permettono di controllare la distanza, leggere i movimenti, creare aperture, difendersi, mantenere l'equilibrio e continuare a prendere decisioni sotto pressione.
Per questo la differenza tra un dilettante e un combattente d'élite non può essere ridotta alla domanda “chi tira il pugno più forte?”.
Il problema è arrivare a quel pugno.
E contro qualcuno che ha dedicato anni proprio a impedirti di farlo, è questa la parte più difficile.
Cesio Endrizzi