Dagli anime a Hulk, la cultura pop ha trasformato la rabbia in una specie di superpotere. Più il personaggio si arrabbia, più diventa forte. Il dolore scompare, la velocità aumenta, i colpi diventano devastanti e l'avversario finisce inevitabilmente per soccombere.
Nella realtà la faccenda è molto meno spettacolare.
La rabbia può effettivamente modificare il comportamento di un combattente e produrre cambiamenti fisiologici importanti. Ma non è una riserva infinita di energia. E soprattutto non rende automaticamente una persona più efficace nel combattimento.
La storia dei guerrieri che combattono in preda alla furia è antichissima. Uno degli esempi più celebri è quello dei berserker norreni, descritti nelle fonti medievali come guerrieri associati a uno stato di furia o trance prima della battaglia. La loro immagine è entrata nell'immaginario moderno come quella del guerriero che diventa praticamente invulnerabile quando perde il controllo.
Ma qui bisogna fare attenzione.
Le descrizioni dei berserker appartengono anche alla letteratura e alla tradizione narrativa medievale, e non possono essere trattate come un resoconto fisiologico documentato di ciò che accadeva realmente sul campo di battaglia.
Il fenomeno reale che possiamo studiare è invece la risposta allo stress e alla minaccia.
Quando una persona percepisce un pericolo immediato, il sistema nervoso simpatico prepara l'organismo all'azione. Aumentano frequenza cardiaca, ventilazione e attivazione muscolare; vengono mobilitate risorse energetiche e l'attenzione viene orientata verso la minaccia.
È la famosa risposta di lotta o fuga.
Questo può essere utile.
Un individuo sotto forte stress può avere una maggiore disponibilità immediata di energia, una percezione attenuata del dolore e una reazione più rapida agli stimoli. È una delle ragioni per cui una persona può compiere, in una situazione di emergenza, uno sforzo che normalmente non riuscirebbe a sostenere.
Ma esiste una differenza enorme tra attivazione e furia incontrollata.
Il corpo può essere estremamente attivato senza che la persona perda il controllo.
Ed è proprio questa distinzione che la cultura pop tende a cancellare.
Un combattente professionista non cerca necessariamente di essere completamente calmo nel senso di essere rilassato o indifferente. Cerca piuttosto di rimanere abbastanza attivato da poter reagire rapidamente, ma sufficientemente lucido da continuare a prendere decisioni.
Quando l'attivazione emotiva diventa eccessiva, possono comparire problemi.
Uno dei più importanti riguarda l'attenzione.
Una persona estremamente arrabbiata può concentrarsi ossessivamente sulla minaccia principale e prestare meno attenzione a ciò che accade intorno. In una situazione di combattimento questo può diventare pericoloso.
L'avversario non è l'unica cosa da osservare.
Ci sono distanza, posizione, equilibrio, traiettorie, eventuali ostacoli, persone presenti nell'ambiente e possibilità di un secondo attacco.
Se tutta l'attenzione viene catturata dal bersaglio davanti a noi, possiamo diventare incapaci di percepire informazioni altrettanto importanti.
È ciò che viene comunemente associato alla visione a tunnel, anche se non bisogna immaginare necessariamente che il campo visivo scompaia letteralmente come in un videogioco. Lo stress intenso può restringere l'attenzione e modificare il modo in cui vengono elaborate le informazioni periferiche.
Anche la tecnica può risentirne.
Le abilità complesse richiedono coordinazione, percezione, tempismo e capacità di scegliere rapidamente tra diverse possibilità. Quando una persona è estremamente agitata, può diventare più difficile eseguire con precisione movimenti che richiedono controllo fine.
Questo non significa che la rabbia faccia automaticamente perdere tutte le capacità tecniche.
Un combattente ben addestrato non dimentica improvvisamente ciò che ha imparato perché è arrabbiato.
Il problema è che l'eccessiva attivazione può rendere più difficile accedere in modo efficace a quelle capacità.
Ed è qui che la differenza tra un combattente esperto e una persona semplicemente furiosa può diventare enorme.
Il principiante arrabbiato tende più facilmente a reagire all'emozione.
Il combattente addestrato cerca di reagire alla situazione.
Sono due cose completamente diverse.
La persona dominata dalla rabbia può avanzare senza preoccuparsi della propria difesa, inseguire l'avversario invece di mantenere la distanza, consumare energia inutilmente e trasformare ogni attacco in uno sforzo massimo.
Un combattente esperto, invece, può utilizzare l'attivazione fisiologica senza lasciare che sia l'emozione a decidere cosa fare.
E qui arriviamo a un altro mito cinematografico: l'idea che la rabbia produca automaticamente più forza.
In realtà, una persona arrabbiata può certamente colpire con grande intensità. L'attivazione può aumentare la disponibilità immediata a compiere uno sforzo esplosivo.
Ma più aggressività non significa automaticamente più efficacia.
Un pugno violentissimo che manca il bersaglio non serve a nulla.
Un attacco che espone completamente il volto può essere un pessimo scambio, indipendentemente dalla potenza con cui viene eseguito.
E uno sforzo massimale ripetuto può consumare rapidamente le risorse energetiche disponibili.
Il problema, quindi, non è che la rabbia “svuoti il corpo in sessanta secondi”. Questa è una semplificazione priva di una base fisiologica universale.
La durata della prestazione dipende da intensità dello sforzo, condizionamento fisico, tecnica, temperatura, recupero, dimensioni corporee e moltissimi altri fattori.
La vera questione è un'altra: quanto costa combattere mentre si è completamente dominati dall'emozione?
Se ogni movimento viene eseguito alla massima intensità, se ogni attacco è accompagnato da tensione muscolare e se il combattente continua a inseguire l'avversario senza gestire distanza e ritmo, la fatica arriverà molto più rapidamente.
Ed è questo che gli sport da combattimento insegnano con particolare brutalità.
Un pugile può essere furioso e continuare a boxare.
Un atleta di MMA può essere sotto pressione estrema e continuare a ragionare.
Un judoka può essere aggressivo senza abbandonare equilibrio e tecnica.
La preparazione non serve a eliminare le emozioni. Serve a impedire che siano le emozioni a prendere il controllo del comportamento.
Per questo la rappresentazione cinematografica della rabbia è quasi l'opposto della realtà.
Sul grande schermo, il personaggio perde il controllo e diventa più potente.
Nella realtà, perdere il controllo può significare perdere informazioni, precisione, economia del movimento e capacità decisionale.
La rabbia può certamente dare una spinta iniziale. Può aumentare l'attivazione, ridurre temporaneamente la percezione del dolore e rendere una persona più determinata ad agire.
Ma il vantaggio può trasformarsi rapidamente in uno svantaggio se l'attivazione diventa eccessiva.
La condizione ideale non è quindi necessariamente zero emozioni.
È il controllo delle emozioni.
Il combattente più pericoloso non è necessariamente quello che urla più forte, che colpisce più furiosamente o che sembra più arrabbiato.
È quello che, mentre l'altro perde lucidità, continua a vedere ciò che sta succedendo.
Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra la rabbia come superpotere della fiction e la rabbia come fenomeno reale: nella fiction l'emozione libera il potere del personaggio; nella realtà, il valore dell'addestramento consiste proprio nel riuscire a usare l'energia prodotta dall'emozione senza diventare schiavi dell'emozione stessa.
Cesio Endrizzi
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