La risposta più onesta è che la domanda, presa alla lettera, parte già dal presupposto sbagliato.
L'autodifesa non è una gara di arti marziali. Non c'è un arbitro, non c'è un tatami, non c'è un ring e soprattutto non c'è alcuna garanzia che l'altra persona si comporti secondo regole prevedibili. Ci possono essere più aggressori, superfici scivolose, spazi stretti, ostacoli, oggetti utilizzabili come armi e una quantità enorme di variabili che in palestra semplicemente non esistono.
Per questo la prima tecnica di autodifesa rimane quella meno spettacolare: non entrare nello scontro quando è possibile evitarlo.
Se però il confronto fisico diventa inevitabile, allora la questione delle diverse parti del corpo diventa interessante anche dal punto di vista biomeccanico.
E qui arrivano i gomiti.
Il gomito presenta alcune caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto al combattimento a distanza molto ravvicinata. È una struttura ossea relativamente compatta e può essere utilizzato senza esporre le piccole ossa della mano allo stesso tipo di rischio che esiste quando si colpisce con un pugno chiuso.
Questo non significa, però, che il gomito sia un'arma "sicura".
Un impatto violento può provocare lesioni anche a chi lo utilizza. Inoltre, per arrivare alla distanza in cui un gomito può essere efficace, bisogna essere già molto vicini all'altra persona.
Ed è proprio questa la contraddizione fondamentale.
Il gomito può essere estremamente efficace nel combattimento ravvicinato, ma il combattimento ravvicinato è anche il luogo in cui aumentano enormemente le variabili e diminuisce la possibilità di controllare ciò che accade.
Per questo non avrebbe senso trasformare l'autodifesa in una semplice equazione del tipo "gomito meglio del pugno".
Il pugno ha un vantaggio evidente: permette di colpire mantenendo una distanza maggiore rispetto al gomito.
Ma presenta anche un problema importante.
La mano umana è straordinariamente sofisticata, ma non è progettata per essere utilizzata come un martello contro superfici dure.
Le ossa della mano sono relativamente piccole e vulnerabili. Un pugno eseguito male o che entra in contatto con una superficie particolarmente dura può provocare fratture o lesioni a dita, metacarpi e polso.
È uno dei motivi per cui nelle arti marziali serie non si dovrebbe confondere il gesto tecnico eseguito su un sacco con ciò che accade durante uno scontro imprevedibile.
Ecco perché il pugno non dovrebbe essere romanticizzato.
Nemmeno il colpo di palmo, però, è una soluzione magica.
L'uso della mano aperta può ridurre alcuni dei rischi associati alla collisione delle nocche contro una superficie dura e può essere integrato in determinati sistemi di combattimento. Ma anche qui esistono rischi di lesione e nessun movimento garantisce automaticamente un determinato risultato.
In altre parole: cambiare la superficie d'impatto non elimina il rischio.
E poi arriviamo ai piedi.
I calci hanno un vantaggio enorme: le gambe possono generare una quantità considerevole di forza e permettono, in determinate circostanze, di mantenere maggiore distanza.
Ma proprio qui emerge uno dei problemi più importanti dell'autodifesa reale.
Per utilizzare efficacemente una tecnica con le gambe bisogna avere equilibrio, spazio e capacità di recuperare rapidamente la posizione.
In palestra possiamo immaginare uno spazio relativamente libero.
Nella realtà potremmo avere una macchina parcheggiata dietro di noi, un marciapiede irregolare, una scala, una parete, una superficie bagnata o una persona che ci afferra.
Perdere l'equilibrio in queste condizioni può trasformare una tecnica apparentemente efficace in un problema molto serio.
Ecco perché il calcio alto, pur essendo spettacolare e perfettamente legittimo in molte discipline sportive, non dovrebbe essere considerato automaticamente una tecnica ideale per l'autodifesa.
La differenza tra un combattimento sportivo e una situazione reale non è soltanto la presenza o l'assenza di regole.
È l'ambiente.
Su un ring sai dove sono i bordi.
Sai che non ci sono automobili.
Sai che il pavimento è relativamente prevedibile.
Sai che l'avversario è uno.
Sai che esiste un arbitro.
Nella strada non sai quasi nulla.
Ed è proprio per questo che l'autodifesa efficace dovrebbe privilegiare soprattutto semplicità, equilibrio, consapevolezza e possibilità di disimpegno.
Un movimento tecnicamente sofisticato può funzionare perfettamente in palestra e diventare estremamente difficile da eseguire sotto stress.
La risposta fisiologica alla paura modifica percezione, coordinazione e capacità decisionale. Quando il livello di stress aumenta, le tecniche che richiedono precisione estrema possono diventare molto più difficili da applicare.
Questo porta a una conclusione molto meno cinematografica.
Non esiste la "parte del corpo definitiva".
Mani, gomiti e gambe hanno caratteristiche differenti.
Le mani permettono grande varietà e maggiore distanza rispetto al gomito, ma sono strutture delicate.
I gomiti sono compatti e particolarmente adatti alla distanza ravvicinata, ma richiedono che lo scontro sia già diventato estremamente vicino.
Le gambe possono generare grande potenza e mantenere distanza, ma richiedono equilibrio, spazio e controllo del corpo.
Nessuna di queste caratteristiche rende automaticamente una tecnica superiore in qualsiasi situazione.
E c'è un'altra cosa che spesso viene completamente dimenticata: l'obiettivo dell'autodifesa non dovrebbe essere infliggere il maggior danno possibile.
L'obiettivo dovrebbe essere creare una possibilità di uscire dalla situazione.
Se una persona riesce a interrompere il confronto, raggiungere un luogo sicuro, attirare l'attenzione di altre persone e chiamare i soccorsi, ha ottenuto esattamente ciò che l'autodifesa dovrebbe ottenere.
Non ha bisogno di dimostrare di essere Bruce Lee.
Non ha bisogno di vincere.
Non ha bisogno di mettere al tappeto qualcuno.
Deve semplicemente tornare a casa.
E questa è probabilmente la differenza più importante tra l'autodifesa reale e quella che vediamo nei film.
Nei film l'eroe rimane.
Nella realtà, quando esiste una via di fuga sicura, l'eroe dovrebbe andarsene.
Questo non significa essere codardi.
Significa capire la differenza tra coraggio e stupidità.
Una persona allenata dovrebbe sapere che la propria preparazione fisica non la rende invulnerabile. Un pugile può cadere. Un karateka può essere sorpreso. Un judoka può scivolare. Un praticante di Wing Chun può trovarsi davanti a qualcosa che non ha mai allenato.
La strada non premia necessariamente il più tecnico.
Premia spesso chi riesce a riconoscere il pericolo prima che la situazione degeneri.
Quindi sì, i gomiti hanno caratteristiche biomeccaniche interessanti.
Sì, le mani possono essere utilizzate in moltissimi modi.
Sì, le gambe permettono di lavorare a maggiore distanza.
Ma se dovessi dare un solo consiglio a qualcuno che vuole imparare davvero l'autodifesa, non gli direi di allenarsi a colpire più forte.
Gli direi di imparare prima a vedere il problema arrivare.
E soprattutto gli direi una cosa molto più semplice.
State lontani dai luoghi pericolosi, evitate le persone che cercano deliberatamente lo scontro, non trasformate una discussione in una gara di orgoglio e, quando potete, andatevene.
Perché nella vita reale la migliore tecnica di autodifesa potrebbe essere proprio quella che nessuno vede.
Quella in cui non avete bisogno di usare né le mani, né i gomiti, né i piedi.
Cesio Endrizzi
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