Smettiamola di mentirci. Entrate in un dojo qualunque, in una
palestra di periferia o in un’accademia tirata a lucido, e cosa
vedete? Vedete gente che venera le foto di vecchi maestri defunti,
gente che si inchina a muri di mattoni e, soprattutto, gente che si
fa scoppiare il petto d'orgoglio perché appartiene allo stile "X"
piuttosto che allo stile "Y".
Ma se gratti via la vernice dorata della tradizione, quello che
resta è solo marketing, insicurezza e una profonda, patetica
ignoranza della realtà del conflitto. Mi chiedete perché esistono
così tanti stili marziali? La risposta non è nobile. Non è "la
ricerca della verità". È una questione di potere, soldi e
fallimento intellettuale.
Ogni stile nasce da un tradimento o da un’epifania, ma finisce
quasi sempre nel narcisismo. Funziona così: uno studente pratica per
vent’anni. Diventa bravo, davvero bravo. Poi, una sera, mentre suda
sul tappeto, si rende conto di una verità scomoda: quello che sta
facendo non è quello che gli ha insegnato il suo mentore. La
sua mano si muove diversamente, il suo peso è distribuito in modo
diverso, il suo tempismo è figlio della sua struttura ossea, non di
quella del vecchio maestro morto cinquant'anni prima.
A questo punto, lo studente ha due strade. La prima è l’onestà
intellettuale: ammettere che l'arte è fluida e che lui è solo un
organismo che si adatta. La seconda è la strada del Brand. Ed
è qui che nasce lo "Stile". Per giustificare la propria
esistenza e, diciamocelo, per smettere di pagare le royalty a
un'organizzazione centrale o per poter finalmente sedere sulla
poltrona più alta, lo studente dichiara la separazione. Dà un nome
nuovo a quello che fa. Appende un nuovo cartello fuori dalla porta. E
così, un altro inutile stile si aggiunge al cimitero delle
etichette.
Ho iniziato con la lotta e il judo. Mi hanno insegnato le
proiezioni, le leve, il controllo a terra. Ma sapete come ho vinto il
mio primo vero scontro? Con un gyaku-zuki, un destro dritto
sul naso. Dov’era il mio judo in quel momento? Sparito.
Inutilizzato. Poi sono diventato un fanatico dello Shotokan Karate.
KATA, posizioni basse, precisione millimetrica. Poi è arrivata una
rissa all'università. Un tizio mi si è scagliato contro come un
toro. Il mio Karate non è pervenuto; il mio corpo ha reagito da solo
e l’ho spedito a terra con un tomoe-nage.
Capite il paradosso? Lo stile era una maschera che portavo durante
l'allenamento, ma la realtà si è presa gioco della maschera.
L’utilità è l’unica moneta che conta quando il sangue inizia a
scorrere. Tutto il resto — le cinture colorate, i nomi giapponesi o
cinesi, le divise firmate — è solo coreografia per persone che
hanno bisogno di sentirsi speciali in un mondo che le ignora.
Dobbiamo parlare di Bruce Lee, perché è l'esempio perfetto di
come il "nome" possa uccidere l'idea. Lee era un genio, ma
era anche un uomo vittima del suo tempo e della sua fama. Ha studiato
il Wing Chun con Ip Man, ma ha capito subito che quel sistema era
troppo rigido, troppo limitato per la complessità del combattimento
totale. Così ha iniziato a divorare tutto: scherma occidentale,
boxe, lotta, filosofia.
Ha chiamato il suo approccio Jeet Kune Do. E quello è
stato il suo errore fatale. Dando un nome alla sua libertà, ha
creato una nuova prigione. Nel momento in cui ha coniato il termine
"JKD", ha dato ai mediocri qualcosa a cui aggrapparsi. Oggi
ci sono istruttori certificati di JKD che insegnano le "tecniche
di Bruce Lee" come se fossero dogmi religiosi, ignorando che Lee
stesso stava cambiando ogni singolo giorno. Se fosse vivo oggi, Bruce
Lee probabilmente rinnegherebbe il JKD, perché si renderebbe conto
che il nome è diventato un limite, un prodotto da scaffale venduto
da persone che non hanno mai assorbito, né rifiutato, né aggiunto
nulla di proprio.
Perché la gente ama gli stili? Perché il caos fa paura. Il
combattimento è l'essenza del caos. È brutto, è rapido, è
ingiusto. Avere uno "stile" ti dà l'illusione del
controllo. Ti fa credere che se segui la ricetta A, otterrai il
risultato B.
Ma la vita del guerriero — quella vera, non quella dei film —
non è una ricetta. È una ricerca costante di soluzioni a problemi
unici. Ogni avversario è un problema diverso. Ogni ambiente è una
variabile. Se entri in uno scontro pensando "Io sono un
praticante di [inserire nome stile]", hai già perso. Hai
limitato le tue opzioni prima ancora di iniziare. Sei un computer che
cerca di far girare un software obsoleto mentre il virus ti sta già
mangiando l'hard disk.
Quando ho iniziato a insegnare, ho commesso lo stesso peccato.
Avevo accumulato così tanta esperienza in campi diversi che quello
che facevo non era più Judo, non era più Karate, non era più
lotta. Era un ibrido. E cosa ho fatto? Gli ho dato un nome. Ho creato
"Il mio stile". Volevo che la gente riconoscesse la mia
"unicità".
Poi ho capito. Ho capito che stavo diventando parte del problema.
Stavo chiedendo ai miei studenti di entrare in una scatola che avevo
costruito io, invece di insegnare loro a non aver bisogno di scatole.
Così ho fatto l'unica cosa onesta possibile: ho ucciso il nome. Ho
smesso di chiamarlo in qualsiasi modo.
Oggi non insegno uno stile. Insegnò la risoluzione dei
problemi fisici. Il combattimento è un esercizio di problem
solving sotto pressione. Se il problema è un tizio che ti afferra
per il collo, la soluzione potrebbe essere un pugno, una testata, una
leva o una corsa verso l'uscita. Non mi importa da dove venga la
soluzione, mi importa solo che funzioni.
Diciamoci la verità meschina che nessuno vuole ammettere: se
togliessimo i nomi agli stili, il 90% delle scuole di arti marziali
chiuderebbe domani. I maestri perderebbero il loro status di "custodi
del segreto". Le federazioni non potrebbero più vendere diplomi
di "Settimo Dan dello Stile del Gatto che tossisce".
Il sistema si regge sulla separazione. "Noi siamo meglio di
loro perché noi facciamo la rotazione del polso di 45 gradi invece
che di 30". È patetico. È come litigare su quale marca di
martello sia migliore mentre la casa sta bruciando. Il martello serve
a piantare chiodi; se non sai costruire una casa, non importa se il
tuo martello è forgiato a mano dai monaci in Tibet.
Quindi, ecco il mio consiglio brutale per chiunque voglia davvero
imparare a combattere o, più in generale, a vivere: Assorbi ciò
che è utile, rifiuta ciò che è inutile, aggiungi ciò che è
essenzialmente tuo.
Non cercate lo stile perfetto. Non cercate il maestro che vi
promette la via illuminata. Cercate l'utilità. Se una tecnica di
danza classica vi aiuta a mantenere l'equilibrio durante una
spazzata, usatela. Se un movimento di rugby vi permette di travolgere
un aggressore, fatelo vostro.
Uno "stile" è un confine. E in un mondo dove il
pericolo non ha confini, essere un prigioniero della propria
tradizione è l'errore più grande che si possa commettere. La
prossima volta che qualcuno vi chiede "Che stile pratichi?",
rispondete: "Nessuno. Risolvo problemi". Se non capiscono
la risposta, sono parte del gregge che aspetta solo di essere tosato.
Il combattimento è verità. Lo stile è solo una bugia ben
confezionata per farvi sentire al sicuro mentre dormite. Svegliatevi.